Ambientato nell’Unione Sovietica degli anni Trenta, Buio a Mezzogiorno racconta la storia di Rubasciov, funzionario di partito che viene arrestato con l’accusa di essere un controrivoluzionario; mentre è in prigione, in attesa di un processo nel quale lui per primo non crede, sotto il pressante e spietato interrogatorio del Funzionario Gletkin, ripercorre tutta la sua vicenda umana e politica, analizzando i singoli eventi che l’hanno condotto fino a quel momento e giungendo a un’incredibile conclusione.
Quintessenza della coscienza politica del XX secolo, Buio a Mezzogiorno, la cui trama è fittizia ma verisimile, è il racconto di un inevitabile conflitto, che si anima su più piani, tra due mentalità e due visioni: su quello ideologico innanzitutto, perché tanto Rubasciov che il suo accusatore Gletkin incarnano due visioni di fedeltà all’Ideale Rivoluzionario, nei quali entrambi credono ciecamente, ma mentre il primo rivendica la propria libertà di esprimere una volontà, e quindi di criticare le scelte del partito affinché l’Ideale sia preservato, l’altro, per la stessa ragione, nega che vi sia spazio per una libertà individuale, pur esigendo dall’avversario una resa “volontaria” e un’accettazione della condanna.
L’altro piano sul quale vive lo scontro è quello generazionale: il protagonista incarna il Rivoluzionario che ha coscienza del passato, perché sa dove la Rivoluzione, della quale è stato uno degli autori, affonda le sue radici, e sa riconoscere le tracce di quel passato anche nel suo presente, mentre Gletkin è il perfetto esempio della generazione successiva, che vive la Rivoluzione non come una conquista – è troppo giovane per avervi preso parte – ma come un Dogma, un culto da officiare, e non una creatura da nutrire e guidare; in questo contesto, la veridicità delle accuse rivolte a Rubasciov ha poca importanza.
Nel romanzo di Koestler la trama è scarna fino a risultare povera di avvenimenti proprio perché allo scrittore non interessa narrare una storia ma descrivere il legame che si viene a creare tra Rubasciov e Gletkin, tra la vittima e il carnefice, il gatto e il topo impegnati in uno spietato gioco, alla fine del quale è il topo che accetta il gioco del gatto, invece di sottrarvisi.
Opera di denuncia ma anche forte invito alla riflessione sull’eterno tra l’ideale e la sua messa in pratica, tra Ragione di Stato (o di Partito) e dignità del singolo, Buio a Mezzogiorno è un romanzo denso di rimandi filosofici, esposti con una prosa fluida, elegante e severa nella quale si riconosce una lontana eco di Kafka e che ha il grande pregio di stimolare il pensiero senza annoiare. Consigliato a chi cerca impegno e ampie possibilità di dibattito.