AAVV – Love, Death & Robots – Volumi 2 e 3

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Chi ha letto il primo volume dell’antologia Love, Death & Robots ricorderà un libro piuttosto corposo, conseguenza diretta della struttura della serie da cui nasce: il primo “volume” televisivo, cioè la prima stagione, comprendeva infatti ben diciotto episodi. Le due stagioni successive hanno ridotto considerevolmente il numero, otto episodi per la seconda e nove per la terza, ed ecco spiegata la scelta di riunire in un unico tomo i racconti (e, quando un racconto originario non esiste, le sceneggiature) alla base dei Volumi 2 e 3. Ne risulta un’antologia che prosegue perfettamente il discorso iniziato con la precedente e che, ancora una volta, ha il merito non secondario di ricordarci quanto dietro l’impressionante varietà visiva della serie esista prima di tutto una varietà letteraria su cui essa si basa.
Anzi, leggere Love, Death & Robots anziché limitarsi a guardarlo permette di rendersi conto di qualcosa che sullo schermo rischia inevitabilmente di passare in secondo piano: la serie ha costruito parte della propria identità sulla continua trasformazione dello stile grafico, ma questa eterogeneità non è un’invenzione dell’adattamento, poiché era già nelle storie. Fantascienza tecnologica, horror, grottesco, satira, weird, space opera, distopia e fantastico convivono senza che si avverta la necessità (vivaddio!) di trovare loro un denominatore comune che non sia quello, amplissimo, della letteratura d’immaginazione.

Anche questa volta i nomi coinvolti sono tutt’altro che trascurabili: ci sono Neal Asher, Paolo Bacigalupi, Bruce Sterling, Michael Swanwick, John Scalzi e Rich Larson, ma soprattutto due autori che appartengono ormai alla storia della letteratura fantastica: Harlan Ellison e J.G. Ballard. E proprio Ballard firma uno dei racconti più belli della raccolta, Il gigante annegato, magnifico esempio della sua capacità di introdurre l’impossibile nella realtà senza preoccuparsi di spiegarlo ma mostrandoci che cosa siamo noi davanti all’inspiegabile. Il cadavere di un uomo gigantesco viene restituito dal mare e diventa dapprima meraviglia, poi attrazione, infine qualcosa che il mondo assimila e dimentica. L’evento fantastico conta meno delle reazioni che provoca e della rapidità con cui perfino l’inconcepibile viene degradato a elemento del paesaggio quotidiano o a materiale da sfruttare per il proprio vantaggio: una parabola malinconica e terribile sull’assuefazione, sulla memoria e sulla nostra capacità di consumare persino il meraviglioso.

Fra i racconti più riusciti c’è anche L’erba alta di Joe R. Lansdale, autore che non ha certo bisogno di presentazioni e che qui si muove in un territorio perfettamente congeniale alla sua narrativa. Bastano un treno fermo nel nulla, la notte e una distesa d’erba per costruire una situazione nella quale la normalità incomincia quasi impercettibilmente a incrinarsi. Lansdale conosce fin troppo bene i meccanismi dell’orrore per avere bisogno di sovraccaricarli: parte da pochissimo, lascia che sia l’immaginazione a fare buona parte del lavoro e recupera qualcosa dell’antico piacere del racconto fantastico, quello in cui basta allontanarsi di qualche metro dalla strada conosciuta perché il mondo smetta di obbedire alle sue regole.

Ancora più essenziale è Per tutta la casa di Joachim Heijndermans, piccolo gioiello costruito attorno a un’idea tanto semplice quanto efficace: l’immaginario rassicurante del Natale viene sottoposto a una torsione improvvisa e grottesca, con un risultato che funziona proprio perché l’autore non tenta di spremere dalla trovata più di quanto possa dare. È una qualità meno comune di quanto sembri: sapere quando un racconto deve finire. Heijndermans lo sa, e lascia al lettore esattamente ciò che serve perché l’ultima immagine continui a lavorare dopo la conclusione.

Su un versante differente si colloca Tre robot di John Scalzi, nel quale la fantascienza diventa lo strumento per osservare l’umanità da fuori. Tre macchine visitano ciò che resta della nostra civiltà e cercano di ricostruirne usi, comportamenti e assurdità. Il meccanismo è dichiaratamente comico, ma dietro le battute lavora un procedimento satirico antico ed efficacissimo: basta cambiare il punto di vista perché ciò che consideriamo normale riveli improvvisamente tutta la propria insensatezza. L’apocalisse, vista dai robot, diventa così anche una specie d’indagine archeologica sulla stupidità umana.

E poi c’è Tumulato in sale a volta di Alan Baxter, che porta l’antologia decisamente dalle parti dell’orrore cosmico. L’operazione potrebbe facilmente risolversi in un semplice esercizio lovecraftiano, ma Baxter riesce a recuperare ciò che di Lovecraft conta davvero: l’idea che sotto la superficie rassicurante del mondo possa esistere qualcosa di immensamente più antico di noi, rispetto al quale ogni pretesa umana di comprensione e controllo risulta ridicola. L’azione militare iniziale diventa progressivamente discesa, in senso tanto fisico quanto metafisico, verso qualcosa che sarebbe stato preferibile non trovare.

Naturalmente il resto della raccolta offre parecchio altro, e proprio come accadeva nel primo volume non tutto deve necessariamente convincere allo stesso modo. È quasi inevitabile, in un’antologia costruita sull’eterogeneità: ciò che per un lettore costituisce il punto più alto potrà lasciare relativamente indifferente un altro. Ma è anche parte del divertimento: passare da Ballard a Lansdale, da Scalzi a Baxter, significa attraversare concezioni molto diverse del fantastico senza che il libro cerchi mai di uniformarle.
Particolarmente interessante è anche il confronto con gli episodi animati: la straordinaria qualità tecnica di Love, Death & Robots può far dimenticare quanto lavoro di trasformazione esista fra una pagina scritta e ciò che vediamo sullo schermo. Leggere gli originali permette invece di osservare che cosa viene conservato, che cosa eliminato, che cosa ampliato e, soprattutto, quanto diversamente possano funzionare la stessa idea o la stessa immagine quando devono essere costruite con le parole anziché mostrate.

Love, Death & Robots – Volumi 2 e 3 conferma quanto aveva già dimostrato la prima antologia: la serie non è soltanto una formidabile vetrina dell’animazione contemporanea, ma anche, forse involontariamente, una porta d’ingresso alla narrativa fantastica e fantascientifica. Per chi quella narrativa la frequenta già da tempo il piacere può essere persino maggiore, perché consente di ritrovare autori conosciuti accanto ad altri da scoprire, e di verificare ancora una volta una vecchia verità: prima degli effetti speciali, prima dell’animazione, prima delle immagini, c’è una storia. E quando la storia è buona, non ha bisogno dello schermo per funzionare. Per chi invece il fantastico non lo frequenta potrebbe essere una fatidica rivelazione, purché lo affronti con la mentre scevra da pregiudizi.


Qui la recensione del primo volume

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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