Mary O’Donnell – Lo spazio fra Louis e me

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Introduzione

Poetessa, scrittrice di racconti e romanziera con molti libri e raccolte all’attivo, Mary O’Donnell è nell’invidiabile posizione di ricevere il rispetto e l’ammirazione della comunità letteraria irlandese contemporanea nella sua interezza. Curioso e interessante, il suo lavoro non si fa intimidire da polemiche, e abbraccia invece soggetti reali e difficili, nella ricerca della verità attraverso le voci dei suoi personaggi. L’ispirazione originale per questo racconto è venuta da un annuncio personale sulla London Review of Books, in cui un ‘ananas cerca formaggio che abbia un suo proprio bastone’ , annuncio che attirò la sua attenzione.

Né distopico né utopico, questo racconto non convenzionale non è la prima incursione di Mary nella narrativa orientata al futuro, (si veda il racconto e radiodramma RTE The Deathday Party, La festa del giorno di morte). Tuttavia, il terreno di “The Space Between Louis and me” si avvicina al nostro presente sempre di più ogni anno; il narratore è una donna disposta a fare tutto il necessario per soddisfare il suo bisogno di compagnia. Il mondo del suo rischioso presente qualche volta si scontra con un’infanzia lontana di cui ha affettuosa memoria, ma lei è del tutto a suo agio con le sue scelte.

The Space Between Louis and me è un’osservazione che unisce due diverse proposizioni: la solitudine di mezza età e la tecnologia ottica, e del modo in cui la seconda ‘risolve’ la prima. Immersa in un paesaggio urbano borghese irlandese splendidamente disegnato, questa narratrice esuberante racconta una storia ricca di umorismo di un amore fantastica un po’ macchiato (e non sto parlando di caffè) che fara venir voglia ai lettori di rileggere immediatamente il racconto.

Valerie Bistany
Direttore
Irish Writers Centre

Lo spazio fra Louis e me

Penso a Louis come qualcosa di essenziale e decorativo. Lui non fa molto, al di là di esserci quando mi serve. Non cucina né pulisce e non sa fare un letto nemmeno a costo della vita. Osservo con frustrazione quando si muove per afferrare un libro, sapendo che la lettura gli è impossibile. Eppure, guidata da me, la conversazione è lucida. Non è affatto stupido.
Quasi tutte le mattine mi ritrovo da sola. È scivolato via, anche se sta con me fino a quando il sonno scende attraverso il fango vertiginoso dei miei pensieri semi-eccitati. Le notti sono posti senza sogni in cui sguazzo nell’oblio. Quando apro gli occhi, nient’affatto riposata, un raggio di sole occasionale si infila attraverso la persiana, o sento battere un vento bagnato sui vetri. Sono costantemente esaurita, anche se spesso felice.
Alla clinica, alcuni colleghi maschi condividono il mio segreto. Le borse,sfinite, prematuramente rugose sotto gli occhi, e quell’aspetto non rasato da cinque del mattino alle nove antimeridiane destano la mia curiosità. Come se non riuscissero a mantenere le apparenze con una cura di base che, fino a poco tempo fa, ha portato questa città a un crescendo di aperture di nail-bar, barbieri e parrucchieri di fascia alta, nonché saloni per massaggi.
In generale, le mie colleghe sono discrete. Non si sa chi o che cosa ci osservi da scrivanie e schedari mentre ci prepariamo per un altro giorno di lavoro di gruppo, mentre mettiamo insieme i file e ci controlliamo le tasche per controllare che ci sia l’antiacido: Bisodol e Gaviscon.
Birchwood, è il nome della clinica, è disseminato di lavoratori sociali divorziati e terapeuti di passaggio, che si riscuotono da vite passate tentando la reincarnazione. Con che fretta! Eppure, a parte i soliti frusti luoghi comuni come quel triste idiota e lo rivedrò di nuovo in tribunale o addirittura il bastardo non penserà mica di avere i bambini per tutta l’estate, non c’è molto da dire su quello che sta accadendo adesso. In un certo senso, sono discrete quanto lo sono io, troppo appesantite – tra gli enormi carichi di lavoro e le nuove ammissioni, il flusso costante di alcolizzati, giocatori d’azzardo e abusatori di narcotici alloggiati sotto il tetto mal riparato della clinica – per pensare.
Ho appreso però, nella galleria mormorante della coda per il caffè, che alcune hanno rapide avventure. Altre danno appuntamenti con maggior cautela. Una o due hanno scoperto di essere lesbiche e si trovano in quello stato vivido di esplorazione nuova che di solito si sperimenta con il primo amore.
All’ora di pranzo, mentre i tossicodipendenti godono di un pranzo di ottimizzazione energetica, a volte passeggio lungo l’estuario, vicino a lucenti ponti degni di un premio, al di là del portale in disuso e del punto interrogativo gigante capovolto di un gancio che penzola arancione nello spazio tra i montanti. L’aria è salmastra. Bendati, si potrebbe pensare di essere in gita al mare, ma ad occhi ben aperti questo fiume è affaticato, e si riversa come inchiostro verde nella Baia di Dublino. I gabbiani gridano intorno alle poche navi attraccate, da una fonderia vicina provengono stridii e gemiti. Non c’è alcuna possibilità che incontri Louis. È impossibile, in effetti. Per quanto suoni presuntuoso, la sua esistenza dipende da me.
Una volta ho osservato qualcun altro nella mia stessa situazione. Vicino alla stazione ferroviaria un uomo, che poteva solo essere sulla via del ritorno in ufficio, bighellonava sotto il grande orologio rotondo mentre i passeggeri correvano sciamando da una parte all’altra. Alle 02:02 del pomeriggio, eccolo sotto i numeri romani neri, a chiacchierare tra sé e sé. Il passante medio avrebbe ipotizzato che stesse parlando in un discreto microfono, o che appartenesse a quella categoria di matti che parlano e camminano attraversando la città. Ma c’era di più. Si aggiustò gli occhiali, e poi un piccolo auricolare. Chiunque avrebbe dato per scontato che fosse miope e un po’ sordo.
Lavorare con i tossicodipendenti ribalta perfino la predisposizione naturale più equilibrata, anche se questo non è una scusa per me. La Preghiera della Serenità non è nemmeno tutto quello che hanno inventato a riguardo. Alcuni si convincono che il lavoro sia la chiave di tutto. Diventano i migliori, o magari solo mediocri addetti alle vendite, o si costruiscono crediti facendo corsi di auto-miglioramento. Altri, come me, viaggiano più spesso che possono. Ho diritto a sette settimane di vacanze, più di una di malattia. Niente male. Una volta avevo deciso di dedicarmi a un corso serale di manutenzione dell’automobile, diventando molto amica di quelli che amavano trafficare sotto il cofano, tutti maschi, poi ho rinunciato. Per quanto sia utile comprendere il funzionamento del motore medio di un’auto, puntine e candele in realtà non accendevano proprio il mio entusiasmo. Poi vennero la degustazione di vini, il confezionamento delle salsicce e una serie di lezioni di storia dell’arte. Tutto sublimazione, tutto quanto.
Siccome non posso trascorrere tutta la vita con Louis, il lavoro alla clinica mi riempie il tempo tra la prima colazione e la sera. Paga le bollette. Anche il caffè va bene. Conseguo alcuni successi con i depravati e i devastati, vengo riconosciuta come tosta, ma non crudele. L’unica cosa che mi irrita è quando le Persone Speciali non lasciano perdere, cercano scuse, facendo passare bottiglie di gin e cicchetti che interferiscono con il lavoro. Come risultato, ho cancellato la mia parte di e-mail offensive. Una o due volte ho dovuto chiudere il telefono in faccia alla madre di qualche figlia o figlio strafatta di eroina a metà sproloquio. Una sconvolta alcolizzata incinta una volta urlò roca al gruppo che il bambino che portava in grembo era già una noce in salamoia. Questo è anormale, ma, date le circostanze, è anche normale.
Però un carico di lavoro pesante non significa che io non legga e non scriva. Chiamatemi artista mancata, ma io so come guardare, come guardare di nuovo, come rileggere. Ho i cassetti pieni di bloc-notes acquistati in gallerie di tutto il mondo. Con copertine magnetiche a scatto, ricamate, foderate, sfoderate, Moleskine, cinesi, Quaderno, in pasta di legno, quaderni di scuola, pieni di parole vaganti che vengono dall’uccello nel mio petto. Il mio appartamento di mattoni gialli che si affaccia sul canale è un santuario di parole di uccelli, dei molti fronzoli necessari trascinati a casa dal mondo al di là della nostra isola. Mi soddisfa indossare un anello di pietra di luna e immaginare che mi sia stato dato, che Louis me lo abbia dato quando in realtà sarebbe impossibile, perché non ha soldi, di nessun corso. Mi eccita scaldare in mano un oblungo pendente di occhio di tigre prima di lasciarlo drappeggiare sul mio sterno, una volta intiepidito. Immagino la sua mano color miele riscaldarlo, non la mia. A volte ballo anche davanti a lui, nella camera da letto, avvolta in una veste di seta di Rose Madder dalla provincia di Uttar Pradesh.

In India sono riuscita a cavarmela senza Louis. Ho fatto un patto con me stessa di resistere alla tentazione. In tutta onestà, non ha chiesto di venire. Prima di andarmene, gli ho domandato con noncuranza se gli sarei mancata. Naturalmente mi mancherai, ha risposto con fastidiosa equanimità. Ma autocontrollo è il suo secondo nome. Ecco come è venuto da me. In bilico, tranquillamente fiducioso, ma in grado di sottomettersi alla mia volontà, alle mie esigenze innocue. Una donna non avrebbe potuto chiedere di più. Quanto ti mancherò, ho insistito. Si è voltato con un sorriso radioso e ha risposto a braccia aperte. Mi mancherai fino al fondo del mare e al tetto del cielo.
Poetico, eh? Ho continuato a mettere in valigia t-shirt e pantaloni di lino. Ci vediamo quando torno, gli ho detto. Va bene Molly. Ti aspetto. Sono tutto tuo. Non è ciò che ero abituata a sentire dagli uomini. Nonostante me stessa, ho alzato gli occhi e l’ho guardato adorante. Lui è bello, ha una cascata semitica di riccioli castani sul collo dorato, gli occhi bruni un po’ distanti. Ho voluto mordere la generosa scultura della sua bocca, premervi delicatamente i denti fino quasi a farla sanguinare!
Una cosa che ho imparato nelle lunghe, accaldate sessioni di terapia, è che le donne che vivono con uomini trovano il tutto un po’ condizionante. C’è una grande quantità di lenzuola, jeans e asciugamani da piegare nei fine settimana, pulizie dei bagni, e poi pasti da preparare per le coppie snob. Le classi medie possono fare la propria parte in qualsiasi momento quando si tratta di contribuire a statistiche nazionali sulla dipendenza. Soprattutto a Birchwood. Non c’è dubbio che gli uomini la pensino allo stesso modo. Risentiti e obbligati.

Non avrei mai potuto sposarmi.
Quando ero bambina, la nostra azienda agricola dava da mangiare a undici di noi. Ma il fuoco di fila di cugini, zie, zii, le nascite annuali, l’odore di tazze di plastica, i secchi di metallo di pannolini in macerazione mi hanno trasmesso un messaggio. È stato portato da un uccello che si è tuffato nel mio petto come un martin pescatore in una piscina, una notte mentre mi sporgevo sul davanzale, all’età di tredici anni, ascoltando una mucca muggire nella stalla, annusando l’aria fredda che odorava vagamente di letame, e pensando che, se avessi potuto volare in linea retta sulle colline, sarei stata in America e sarei finita a Los Angeles, dove le vere star brillavano. Ho assorbito il messaggio dell’uccello, e udito il fischio acuto di un Mai! Mai!
Quella piccola creatura piumata non mi ha mai abbandonato. Immagino un piccolo uccello bizantino per nulla proveniente dal mondo della natura, ma da quello dell’arte. Ora sono una cinquantenne e avverto il declino della mia vita, il cambiamento che arriva quando si sa che i giorni migliori sono passati ma il calore del pomeriggio deve ancora essere assorbito. Ora ho davvero bisogno dell’arte.
L’unica che ha capito come mi sentivo è stata Roza. Sono orgogliosa di lei, la pittrice astratta il cui marito l’ha spinta ad entrare in disintossicazione per sei settimane. Era arrivata in un gruppo – gonfia e scontrosa – ma gradualmente si è aperta. Era in grado di pronunciare le parole e dar loro significato, la frase traballante su cui ogni cabarettista scherza. «Il mio nome è Roza e io sono un’alcolista». La maggior parte dei pazienti tiene lo sguardo fisso a una media distanza e lo borbottano in fretta, ma lei ha sostenuto il mio sguardo. Dopo la disintossicazione, ha deciso di proseguire con il programma completo, poi è tornata a casa a Cork per tentare la fortuna.
Siamo rimaste in contatto, abbiamo avuto confortanti conversazioni telefoniche a tarda notte sulle nostre situazioni. La sua, sposata e troppo ricca per il bene della sua arte; la mia, sola e forse troppo comoda e intollerante per il bene del mio cuore, e non intendo il colesterolo. In qualche modo, non ho mai incontrato l’uomo giusto. Ora. L’ho pronunciata, quella vile frase antiquata!
Cosa si può fare, era solita dire Roza, disperata. Ci deve essere qualcosa, replicavo con un sospiro dal mio letto king-size, fumando erba. A quel punto, la distanza professionale resa necessaria dal suo soggiorno in clinica si era dissolta da un pezzo. Ammettilo ragazza, aveva risposto, noi siamo nel torrente senza una pagaia, stiamo diventando vecchie. Il suo accento faceva sembrare tutto molto più disperato e tragico. A volte piangevo per la frustrazione. La vita allungata davanti a me, piena di più arte e più viaggi, di incontri superficiali, con gli sguardi ammirati di uomini mediorientali, di uomini indiani, di eventuali uomini che pensano che una bionda irlandese cavalchi in nome dell’Irlanda – e non intendo cavalli.
In questa città le donne sono più numerose degli uomini. Ma le giovani donne hanno la faccia tosta, e fino a poco tempo avevano i soldi per scegliere, nonostante lo squilibrio.
Dobbiamo fare qualcosa di radicale, suggerii. Come cosa? biascicò Roza cinicamente. Lascia fare a me, dissi. Perversa, rispose lei.
Non ci siamo sentite per alcune settimane. Penso che Roza avesse rinunciato, che avesse quasi deciso di vivere l’entente cordiale che era il suo non entusiasmante matrimonio, a immaginare una sorta di passione per il bene della sua arte.
Essere una lettrice meticolosa del giornale della domenica capovolse la situazione. Per farlo ci impiego la maggior parte della mia giornata, sia a letto, sia più tardi nel Café Lumière, presso il ponte sul canale dove si affollano i cigni. La porta del caffè è aperta indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. In inverno mi imbottisco di vestiti, con i supplementi del giornale aperti davanti a me, con una gran tazza di caffè fumante alla mia destra. In altri tavoli, coppie e giovani famiglie sono fuori per una pigra colazione. Le solite frittelle, o cialde e miele. All’esterno, cigni avidi si avvicinano, schiumando sulla riva erbosa, sollevando e immergendo le teste. Ho letto con attenzione la pagina di annunci personali per qualche istante prima di concentrarmi su una cosa. Ho passato una buon numero di minuti leggendo e rileggendo. Non era il solito approccio spiritoso (Occhi blu cobalto, capelli di bronzo e un cuore d’oro, ma anche nervi d’acciaio! M, 50) che ci prova troppo (Ananas cerca formaggio con il proprio bastone. F, 33) per impressionare (Signora reattiva, 41, cerco uomo generoso prestante, max 50).

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L’ho seguito, e così ha fatto Roza. È più difficile per lei. Quante volte può invitare un nuovo amante proprio lì in casa, con un marito attento alla sua situazione? Uscire può essere scomodo nel suo quartiere, dove anche i cani in strada noterebbero qualcosa di strano e inizierebbero ad abbaiare con i loro accenti di Cork.
Le persone al Rel-aid hanno valutato le nostre esigenze. Hanno ascoltato su skype, hanno osservato e hanno fatto gli abbinamenti. Ho pagato per tutte e due con carta di credito. I clienti insoddisfatti sono rimborsati per intero. Quello che è arrivato per Fed-ex ha più che soddisfatto le mie fantasie più selvagge. Anche Roza non poteva lamentarsi, ha creato una routine che lavora per lei, per lo più nel suo studio, circondata da acrilici e carta vetrata.
Non avevo idea di poter osservare Louis più da vicino di quanto facessi mentre usavo il Rel-aid Virtuale, con occhiali superfini e minuscolo auricolare. Ogni poro della sua pelle, ogni piccolo capello dietro alle conchiglie delle orecchie, il suo bel collo, i suoi sorprendenti occhi marrone dorato erano reali. L’ho programmato per rispondere al proprio nome, che viene da un giovane scrittore di viaggi che ammiro. Dire “programmarlo” è profanarlo. Ma alcuni principi fondamentali sono obbligatori.
Louis invecchierà come invecchio io, al mio passo, vedendomi come se fossi sempre giovane senza realmente pensarci. Non potrà mai osservare il mio delicato pallore rosa, la graduale rovina della mia pelle un tempo soda, né il piccolo taglio a forma di zoccolo del mio sesso nel suo vello inargentato. E, anche se non posso dire che in realtà mi porta la colazione a letto la mattina di sabato, lo fa stando accanto a me quando ho sistemato tutto su un vassoio. La tazza di caffè color chartreuse, piattino e piatto. Toast al limone e un cornetto. Un riempimento di fumante Java. Vitamina E.
Poi si muove su per le scale davanti a me mentre porto il vassoio in camera da letto, sempre nel mio campo visivo. Deve essere proprio davanti a me, o leggermente a destra o a sinistra. Una volta che mi muovo in avanti, lui sparisce.
Mentre mangio, mi si stende accanto. È senza peso, languido, come una piuma, nonostante il suo corpo tonico. Sembra che le membra affondino profondamente accanto a me sul letto. Ma quando rimuovo gli occhiali, il piumino è liscio come sempre, smarcato dal peso delle sue spalle e dalla curva del suo fondoschiena.
Vorrei poterlo presentare dopo il lavoro, nel wine-bar, dove non bevo vino, ma acqua tonica e succo di mirtilli con ghiaccio. Gli occhiali non sono poi così diversi da quelli ordinari e non sembro un pompiere o qualcuno che entra in una zona dov’è in atto una fusione nucleare. I controlli sono ingegnosi e nascosti. Anche così, li ho riconosciuti in quell’uomo fuori dalla stazione ferroviaria. Quelli che sanno – vulnerabili, anche imbarazzati – fanno un cenno con il capo. Al lavoro, un collega di quella che chiamiamo la Stanza dei Dadi chiacchiera come se mi conoscesse da anni. La recessione. Pettegolezzi sul gioco d’azzardo. L’ultima corsa del capo per la ristrutturazione del personale. Tagli per motivi di salute, i giocatori d’azzardo indigenti. Di nuovo i tagli per la salute.
Louis capisce la matematica di un’economia che non funziona. Lì, lì, dice, prendendo la mia mano (anche se non la toccherà mai), le cose andranno meglio, tesoro, Tokyo sta migliorando, amore mio, e il Nasdaq è in aumento. Ti sentirai meglio domani. Quello che non riesce a cogliere è che, sebbene l’economia potrebbe migliorare nel giro di pochi anni, e i paranoici tossicodipendenti guariranno, le cose non cambieranno tra me e lui. Siamo definiti dallo spazio tra di noi. Non possiamo mai, mai, toccarci.
Non può sapere che quando mi sdraio all’indietro, affascinata e eccitata alla vista di un’erezione Preseleziona la dimensione, immaginando il suo tocco mentre si siede su una sedia di lino giallo canarino di fronte al mio letto, ho bisogno di credere a tante lussuriose e amorevoli tenerezze, il quieto sibilo di ciò che lui ama di più. Ma, nonostante i miei sforzi, sono condannata a un ateismo che non può accettare ciecamente i vantaggi mitologici della solitudine moderna. Dal letto, dietro la testa di Louis vedo il canale, accigliato e viola nel vento, i cigni coperti di neve e una scia di pedoni che corrono di fretta a casa, nelle loro vite misteriose. In quei momenti, a volte mi ricordo tutti noi undici bambini nella casa alla fattoria – le camere verde mela e rosso tramonto tropicale dipinte dalla nostra madre pazza, i rustici tenuti in incuria dal nostro pratico padre. Undici era una comunità. Ci inginocchiavamo per il Rosario durante la Quaresima sempre insieme, segretamente ingannandoci, a nostro modo, con tutti quegli Ave Maria. Poi i nostri genitori avrebbero improvvisamente dimenticato, aprendo una bottiglia di birra scura o un nuovo romanzo (o entrambi), e avrebbero acceso il televisore; e poco a poco saremmo tornati alle nostre abitudini abbastanza secolari, domestiche – e prive di rosario. Undici, allora. Ora io sono una. Io non sono nemmeno uno di due.
Credo di amare Louis. Mi permetto di amare la presenza di un’assenza. Purché tenga su gli occhiali lui è con me, giorno e notte. Ma spesso scivolano via nella notte senza sogni. Nessuna quantità di elastici rinforzati me li tiene addosso. La mattina sono di nuovo sola. Ci sarà sempre quello spazio tra Louis e me. Ma, la prossima volta che partirò per un viaggio, verrà anche lui. Avvolgerò gli occhiali in una camicetta e li metterò sul fondo della valigia. Lui farà esclamazioni sull’India che conosco, si lascerà intridere, a suo modo, dell’azzurro intenso delle case di Jodpuhr visto dal Meherangahr Fort, temerà per i bambini di Mumbai e anche lui andrà oltre, oltre sempre un po’ avanti, tra la folla, oltre le mucche affamate, fermandosi quando mi fermo io accanto a un astrologo inginocchiato in giallo zafferano che predirà il mio futuro.

Traduzione di Silvia Accorrà

 

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Mary O'Donnell
Mary O'Donnell ha pubblicato due raccolte di racconti - Strong Pagans e Storm Over Belfast. La storia The Space between Louis and me non rientra in alcuna antologia, e sarà, a tempo debito, parte di una raccolta di narrativa breve. Ha vinto il primo premio del FISH International Short Story Competition 2010 (prescelto tra oltre 3.000 proposte) ed è stato pubblicato in quell'anno nella FISH Anthology (www.fishpublishing.com). In qualità di romanziera e poetessa, Mary O'Donnell ha spesso esplorato personaggi e situazioni ai margini, e questo racconto si basa sul suo interesse per le persone e le circostanze che non si 'adattano' quanto le convenzioni chiedono loro. Mary è stata recentemente eletta nel Consiglio del Irish Writers Centre, candidata dai membri dello stesso.