Katie ha sempre vissuto una vita protetta nella rassicurante normalità della Florida. Prima di iniziare il dottorato decide però di concedersi un’estate diversa, partecipando a uno scambio di case con Emily, una ragazza inglese. La dimora che la ospita, Rowans Rise, immersa nella campagna britannica, appare subito affascinante e inquieta. Poi arrivano gli incubi. Sogni sempre più realistici, visioni disturbanti e una storia nascosta che sembra filtrare dalle pareti della casa stessa.
Rowans Ruin gioca con uno dei meccanismi più antichi e irresistibili dell’horror: l’idea che alcuni luoghi trattengano la memoria di quanto vi è accaduto: non soltanto ricordi, ma presenze, traumi, volontà. La casa non è mai semplice scenografia: diventa organismo vivente, archivio emotivo, trappola psicologica.
Mike Carey costruisce la vicenda con una lentezza molto controllata, quasi cinematografica. Non cerca il colpo di scena continuo né l’effetto splatter immediato: preferisce insinuare il dubbio, lasciare che il lettore entri gradualmente nella stessa condizione mentale della protagonista. E Katie non è l’eroina classica dell’horror contemporaneo: è curiosa, razionale, ma anche vulnerabile proprio perché estranea a quel contesto inglese fatto di silenzi, campagne isolate e case troppo antiche per essere innocenti.
L’Inghilterra rappresentata non è quella da cartolina, ma quella gotica e laterale, in cui il passato sembra non passare mai davvero. In questo senso Rowans Ruin dialoga più con certa tradizione britannica della ghost story che con l’horror americano moderno: l’orrore emerge lentamente dalla quotidianità, come se fosse già lì da sempre.
I disegni di Mike Perkins accompagnano perfettamente quest’atmosfera. Le tavole hanno qualcosa di sporco e crepuscolare: ombre dense, ambienti soffocanti, volti attraversati da inquietudini trattenute. Anche quando non accade nulla di apertamente soprannaturale, si avverte la sensazione che qualcosa stia osservando la protagonista. Qualcosa di oscuro che aspetta nell’ombra.
La forza di questo romanzo a fumetti sta proprio nell’equilibrio tra thriller psicologico e ghost story. Carey e Perkins non reinventano il genere, ma lo maneggiano con intelligenza e mestiere, costruendo una storia che richiama certe suggestioni di The Conjuring o Insidious senza trasformarsi in semplice imitazione. Rowans Ruin preferisce lavorare per accumulo di dettagli, presagi e crepe emotive, fino a trascinarci dentro un incubo che diventa sempre più difficile distinguere dalla realtà.
Consigliatissimo.


















