Jean-Pierre Dionnet ed Enki Bilal – Sterminatore 17

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Quando Sterminatore 17 appare sulle pagine di Métal Hurlant, la fantascienza a fumetti europea sta vivendo una mutazione profonda. Non è più l’epopea spaziale lineare, né soltanto l’avventura tecnologica: è un territorio in cui il metallo si ossida, i corpi si ibridano, le città sembrano reliquie industriali sospese tra futuro e rovina. In Francia, intorno alla galassia di Les Humanoïdes Associés, si sta ridefinendo l’immaginario visivo del genere, e Bilal è uno degli artefici più riconoscibili di quella trasformazione. In quel momento, però, non è ancora l’autore totale che diventerà con la Trilogia di Nikopol. È un disegnatore in rapida ascesa, con un segno già potente, ma ancora in dialogo – e in tensione – con la scrittura di Jean-Pierre Dionnet. Sterminatore 17 nasce proprio da questo incontro: da una sceneggiatura che porta con sé il gusto per l’allegoria politica, per l’ironia distopica, per la macchina narrativa che incastra azione e riflessione, e da un disegno che incomincia a incrinare la gabbia classica per trasformare la pagina in superficie atmosferica.

La storia dell’androide assassino – creatura programmata per distruggere e progressivamente esposta al dubbio, all’errore, alla deriva identitaria – s’inserisce pienamente nel clima della fantascienza degli anni Settanta. Sono gli anni in cui l’eco di Philip K. Dick risuona ovunque: identità instabile, memoria manipolata, coscienza artificiale come specchio malato dell’umano. Sono anche gli anni della paranoia post-industriale, del sospetto verso i sistemi di controllo, delle metropoli come labirinti entropici. Dionnet intercetta questo clima e lo traduce in una sceneggiatura tesa, asciutta, che non si perde in spiegazioni ma procede per scarti, ellissi, accumulo di suggestioni, emancipandosi dalla primitiva versione di quel mondo (e di quella storia) da lui concepita inizialmente con Igor Baranko.
Bilal, dal canto suo, non illustra semplicemente: stratifica. Le sue tavole non cercano la pulizia della linea chiara franco-belga, ma un realismo sporco, già segnato da quella patina fredda e metallica che diventerà la sua cifra. I volti sono scavati, gli sfondi hanno densità pittorica, l’architettura è opprimente. Il colore – anche quando limitato – non è decorazione, ma atmosfera: una temperatura emotiva. In Sterminatore 17 si avverte il passaggio dal Bilal ancora legato a una certa leggibilità tradizionale all’autore che comincia a deformare, a rallentare, a concedere alla tavola silenzi sempre più lunghi e carichi.

Dal punto di vista artistico, l’opera è già un laboratorio. La composizione della pagina tende a farsi più cinematografica, con inquadrature ravvicinate, dettagli che isolano frammenti di corpo meccanico, campi lunghi che restituiscono la solitudine dell’automa in ambienti smisurati. Ma la narrazione resta ancorata alla struttura di Dionnet: c’è ancora una centralità della trama, un’ossatura che guida il lettore con decisione. Non siamo ancora nella rarefazione simbolica e quasi onirica del Bilal maturo, in cui testo e immagine si fondono in un unico flusso autoriale.

All’interno della produzione dell’epoca, Sterminatore 17 contribuisce a consolidare un’estetica della fantascienza europea che si distanzia tanto dall’eroismo superomistico americano quanto dalla leggerezza avventurosa classica. Qui la macchina non è spettacolo, è destino; la tecnologia non è promessa, è ambiguità; l’androide non è semplice antagonista, ma figura tragica. In questo senso l’opera partecipa a quella stagione in cui il fumetto diventa definitivamente adulto, capace di farsi veicolo di inquietudini filosofiche e politiche senza rinunciare alla potenza iconica.

Riletto oggi, Sterminatore 17 appare come una soglia: non ancora la piena maturità visionaria di Bilal, ma già il suo sguardo freddo e compassionevole sul futuro; non soltanto la scrittura di Dionnet, ma una sceneggiatura che offre al disegno un campo magnetico in cui espandersi. È un’opera che testimonia un momento irripetibile del fumetto europeo, quando il metallo, la ruggine e la carne artificiale diventavano strumenti per interrogare l’umano.

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