A te,
che hai passato la vita a bussare alle porte delle storie
come un viaggiatore notturno che non cerca rifugio
ma altre strade da percorrere.
A te,
che hai insegnato a scrivere sapendo bene
che nessuno insegna mai davvero a scrivere,
– si può solo indicare il bosco
e lasciare che ciascuno si perda da sé.
A te,
che hai abitato fabbriche, periferie, migranti, donne ferite,
operai dimenticati e futuri possibili,
raccogliendo voci come altri raccolgono funghi
dopo la pioggia quando nasce il sole.
A te,
che hai scoperto troppo presto
che la letteratura non salva il mondo,
ma può impedirgli, ogni tanto,
di sprofondare nel silenzio.
A te,
che continui a credere nei racconti
in un’epoca che legge solo slogan,
e nelle parole lente
in un tempo che corre senza sapere dove.
A te,
che hai visto passare autori, editori, entusiasmi, delusioni,
contratti, presentazioni, promesse,
eppure conservi ancora negli occhi
lo stupore del ragazzo che apriva un libro
come si apre una finestra durante un temporale.
A te,
che non hai mai imparato l’arte conveniente dell’indifferenza,
e per questo ti colpisce ogni ingiustizia,
ogni stupidità ti provoca,
ogni bellezza ti sorprende ancora.
A te,
che vivi tra la città, i treni, le biblioteche,
le bozze corrette all’ultimo minuto,
le copertine da scegliere,
gli autori da rincorrere
e le idee che arrivano sempre
quando sarebbe finalmente ora di dormire.
A te,
che hai fatto della scrittura un mestiere impossibile
e dell’impossibile una discreta abitudine.
A te,
che sai che ogni libro è una bottiglia affidata al mare,
e che continui a lanciarla comunque,
perché in fondo
non hai mai scritto per avere ragione,
ma per continuare a fare domande:
al mondo,
agli altri
e a quel misterioso sconosciuto
che da quasi sessant’anni
porta il tuo nome.





















