Si pubblica troppo? No, si blatera troppo. E si legge troppo poco

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Avviso ai naviganti delle lettere e dei letterati: è tornato di moda, più ripetuto del “ciao” nei vocali WhatsApp, il tormentone che fa tremare i social dell’editoria: “Si pubblica troppo!”, detto con tono grave, da vestale offesa, magari con la mano che regge il mento come Rodin in crisi esistenziale. Ma sotto sotto, diciamolo, molti di questi paladini della qualità editoriale vorrebbero solo che si pubblicasse meno di tutto il resto – e un po’ più di quello che hanno scritto loro.

I più agguerriti in questa crociata non sono lettori infelici, né librai sommersi dagli scatoloni, né editor squilibrati da overdose di manoscritti: sono gli autori che non vendono più. E mica perché non sono bravi, eh. No, no. È colpa degli altri. Dei troppi altri. La giungla editoriale soffoca il loro talento come l’edera la statua del Genius Loci. “Se si pubblicasse di meno, il mio romanzo avrebbe più visibilità!”. Certo, come no. Se si stampassero solo tre libri l’anno, il tuo verrebbe ovviamente scelto al posto di, diciamo, Annie Ernaux o Don DeLillo.
E allora diciamola, la verità: la lamentela è il nuovo marketing.

Nel meraviglioso universo parallelo dell’Autore da Nulla™, ogni pagina scritta è un parto di verità. Ogni rifiuto è censura. Ogni altro libro è un abuso di carta. Costui sogna un mondo in cui esistono solo cinque editori, che pubblicano un titolo al mese, e in cui i lettori, grati, si mettono in coda alla Feltrinelli per acquistare il suo impagabile memoir sulla malinconia dei marciapiedi bagnati.
Il problema, ahimè, è che la qualità non si misura in decibel, e soprattutto che le vendite non sono un diritto acquisito. La cultura non è una pensione integrativa. E il lettore – orrore! – sceglie da solo.

Certo, dall’altro lato del campo di battaglia, le grandi case editrici non stanno a guardare. In una gara disperata alla visibilità e all’insensata caccia ai non-lettori, sfornano ogni mese pile di romanzi che spesso sembrano copie di copie di manuali di scrittura creativa filtrati da un algoritmo in crisi d’identità. Con copertine eleganti come profili Instagram, titoli da workshop USA (“Quello che resta della notte che ci ha divisi in silenzio”), quarte di copertina che sembrano scritte da un copy sbronzo. Ma dentro? Spesso, il vuoto cosmico.
Un vuoto impaginato bene e in brossura deluxe, sì, ma pur sempre vuoto.
E allora ecco che troppe case editrici minori, che dovrebbero fare da alternativa, da riserva di senso e invenzione, che cosa fanno? Emulano. Maldestramente. Pubblicano surrogati di surrogati, scritti da chi copia chi ha copiato, e presentati con il fervore di chi ha appena scoperto il corsivo emozionale.

Il punto non è quanti libri si pubblicano, ma quali si leggono. Il calo delle vendite non è colpa dei “troppi” titoli, ma del disamore, della distrazione, della noia editoriale travestita da raffinatezza. La realtà è che il lettore ha fame di storie vere, scritte con cuore, sì, ma anche con mestiere. E non ha tempo da perdere con l’autore autoproclamato genio, né con il romanzo pallido che scimmiotta la Ferrante e finisce per sembrare la copia carbone di Melissa P. in salsa napoletana.

Soluzioni? Forse no. Ma un consiglio sì: scrivete meno per dimostrare quanto siete intelligenti, e più per raccontare qualcosa che valga la pena leggere. E, case editrici, smettete di produrre pattume con la grafica di Prada. Autori frustrati, lasciate perdere la teoria del complotto editoriale e fatevi una domanda semplice: scriverei questo libro anche se non lo pubblicasse nessuno? Se la risposta è sì, scrivete. Altrimenti, fatevi un tè e leggetevi Tre uomini in barca: non può che farvi bene.
Il resto è ombelichite – e si cura soltanto con una bella dose di realtà.

 

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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