C’è una frase che negli ultimi anni è rimbalzata nelle case, nei bar, nei commenti sotto gli articoli online, detta spesso con un’alzata di spalle, con quel tono da contabilità morale che oggi va tanto di moda: Ah, ma tanto muoiono solo i vecchi. Quel ma tanto – piccolo, insignificante, apparentemente neutro – è stato uno dei suoni più osceni prodotti durante il Covid. Un colpo di tosse dell’anima collettiva. Dentro quel ma tanto c’era già tutto: l’idea che gli anziani siano un avanzo, una zavorra, un ingombro statistico di cui liberarsi senza troppi rimorsi.
Non è un incidente linguistico. È una visione del mondo. È l’idea, sempre più diffusa, che il valore di una vita coincida con la sua produttività economica. Che l’essere umano valga finché produce, consuma, corre, performa. Quando rallenta, quando invecchia, quando ha bisogno diventa un problema da archiviare. E allora i vecchi – parola che ormai pronunciamo come fosse un insulto – diventano il bersaglio perfetto: improduttivi, costosi, inutili. Meglio se muoiono in fretta, possibilmente in silenzio.
I dati sulla povertà degli anziani parlano chiarissimo: chi è povero muore prima. Molto prima. Fino a nove anni prima. Non perché il corpo dei poveri sia biologicamente difettoso, ma perché la povertà consuma, infiamma, logora. Perché curarsi costa. Perché la sanità pubblica si restringe come un polmone malato, mentre quella privata avanza come un predatore ben nutrito. Perché se sei anziano e povero, sei doppiamente invisibile.
In Italia questa invisibilità è diventata sistema. Un milione di over 65 in povertà assoluta non è una “criticità”, non è una “sfida”, né una “complessità da affrontare con strumenti adeguati”: è una condanna. E mentre la politica discute di bonus, di riforme cosmetiche, di slogan elettorali, il messaggio che filtra è sempre lo stesso: arrangiatevi. O, meglio, sparite.
Poi ci sono le pensioni. Raccontate come un peso insostenibile, un furto ai danni delle giovani generazioni, una colpa storica da espiare. Gli anziani diventano così parassiti dello Stato, vampiri di risorse pubbliche, responsabili di ogni buco di bilancio. Peccato che quelle pensioni siano state pagate con decenni di lavoro, contributi, fabbriche, turni di notte, schiene spezzate e mani rovinate. Peccato che chi oggi sputa veleno contro i pensionati, se tutto va bene, a quell’età dovrà ben arrivarci. E allora che farà? Si autoeliminerà per coerenza ideologica? Si offrirà volontario per non gravare sul sistema? O scoprirà, all’improvviso, che la vecchiaia è un diritto solo quando lo riguarda?
La peggior menzogna, però, è quella sulla presunta improduttività degli anziani. Chiunque abbia vissuto una famiglia reale – non quella dei grafici economici – sa quanto sia falso. Gli anziani tengono in piedi case intere: badano ai nipoti mentre i genitori lavorano, fanno da ammortizzatore emotivo e materiale, custodiscono memorie, saperi, storie. Sono archivi viventi. Senza di loro, molte famiglie collasserebbero. Questa non è poesia, è economia spicciola, quella che non entra nei report perché non genera fatturato – ma evita il disastro.
E poi c’è l’esperienza. Quella parola che tutti invocano e nessuno vuole pagare. L’esperienza degli anziani è scomoda perché non è fresca, non è instagrammabile, non è spendibile come “innovazione”. Eppure è ciò che tiene insieme una società, ciò che impedisce di rifare sempre gli stessi errori con entusiasmo da idioti.
Non stupisce allora che la narrativa abbia già fiutato l’aria. Romanzi come Sulla soglia di Giovanni Peli e Stefano Tevini[1] non fanno altro che spingere un po’ più in là il discorso che già facciamo sottovoce: fino a che punto una società ossessionata dall’efficienza sarà disposta a spingersi per liberarsi dei suoi vecchi? Quando il passo dall’abbandono all’eliminazione diventerà naturale, quasi ragionevole?
Nel libro esiste una soglia anagrafica precisa, stabilita per legge, oltre la quale la vita smette di essere un diritto e diventa un problema da risolvere; una linea arbitraria tracciata sul calendario, dopo la quale l’individuo è dichiarato ufficialmente superfluo. Il paradosso più inquietante è che questa eliminazione programmata viene raccontata come una scelta etica, sostenibile, perfino “green”: meno consumi, meno spese sanitarie, meno corpi improduttivi a gravare sull’ambiente. La morte diventa così un gesto ecologico, una buona pratica da cittadino responsabile, e l’orrore viene ricoperto da una vernice verde che lo rende presentabile, quasi virtuoso.
Il punto, però, è che non stiamo parlando del futuro. Stiamo parlando di adesso. Di scelte politiche che sono, come ricordano i geriatri, scelte sanitarie. Di una sanità pubblica che si ritira lasciando indietro chi non può pagare. Di un Paese che si vanta della propria longevità ma accetta serenamente che la durata della vita dipenda principalmente dal conto in banca.
Ma forse il problema non sono i vecchi. Forse il problema è una società che non sopporta l’idea della fragilità, della dipendenza, del limite. Una società che sogna di essere eternamente giovane e produttiva, e per questo ha bisogno di nascondere, rimuovere, sacrificare chi le ricorda che il tempo passa per tutti.
Quel ma tanto tornerà. Tornerà per altri, per nuove categorie considerate sacrificabili. E un giorno, senza preavviso, tornerà anche per chi oggi lo pronuncia con leggerezza. Perché l’idea che alcuni siano inutili non si ferma mai dove credi tu. Avanza. Sempre. E quando arriva alla tua porta, è già troppo tardi per ricordarsi che una società che vuole i suoi vecchi morti ha già deciso, da tempo, di essere moralmente finita.
[1] Ne abbiamo parlato qui: https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/attenti-al-libro-recensione-libri/giovanni-peli-e-stefano-tevini-sulla-soglia-recensione-libro.html




















