L’integrazione secondo loro: integratevi, cioè sparite

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Esiste una particolare categoria di razzista contemporaneo che merita una certa attenzione, se non altro perché ha compiuto uno sforzo considerevole per aggiornare il guardaroba. Non indossa più la camicia nera, evita quasi sempre di parlare apertamente di superiorità razziale e, quando è particolarmente evoluto, assicura persino di avere “molti amici stranieri”. Preferisce presentarsi come persona ragionevole, moderata, preoccupata esclusivamente dell’“integrazione”.
È il falso integrazionista.
Lo si riconosce facilmente perché comincia quasi sempre con una dichiarazione di impeccabile buon senso: «Io non sono razzista, però chi viene in Italia deve rispettare la nostra cultura». Frase apparentemente inattaccabile. Il problema, come spesso accade, comincia subito dopo, con un “ma” o un “però”, luoghi grammaticali in cui sono sepolte più buone intenzioni che nei cimiteri.

Il falso integrazionista non pretende molto dallo straniero: soltanto che parli sempre ed esclusivamente italiano, anche con sua madre; che adotti i nostri costumi; che non ostenti i propri, anzi, che se li dimentichi proprio; che consideri l’Italia una graziosa concessione fattagli personalmente; che ringrazi con regolarità per essere stato “accolto”, anche se è nato a Torino nel 1998; e, soprattutto, che dia continue prove di rispettabilità. L’italiano può essere cafone per diritto di nascita; lo straniero, invece, deve superare quotidianamente l’esame di ammissione alla civiltà. È una concezione affascinante dell’integrazione: sei perfettamente integrato solo quando abbiamo smesso di accorgerci che sei diverso da noi.
Naturalmente il falso integrazionista possiede anche solide competenze di linguistica, antropologia, storia delle religioni e geopolitica, acquisite prevalentemente su Facebook e su TikTok. Sa, per esempio, che esistono gli “arabi”. Non occorre importunarlo con dettagli pedanti come la distinzione fra marocchini, tunisini, egiziani, siriani, libanesi, amazigh (berberi), arabi e non arabi; né ricordargli che esistono musulmani indonesiani, bosniaci, iraniani, pakistani e africani che arabi non sono affatto, così come esistono arabi cristiani, atei o appartenenti ad altre confessioni. Sarebbe inutile sottoporre una costruzione così armoniosa all’insulto dei fatti.
Nel suo universo tutto è molto più semplice: marocchino = arabo = musulmano = islamico = immigrato. E, quando la conversazione si scalda appena, l’equazione tende spontaneamente ad aggiungere altri termini, via via scadendo: clandestino, integralista, delinquente. È la tassonomia di Linneo riscritta da un amministratore di condominio particolarmente nervoso.
Persino “l’arabo” è immaginato come una specie di idioma unico e compatto, presumibilmente identico da Casablanca a Baghdad, nel quale misteriosi uomini adulti ordinerebbero ai giovani di non parlare italiano per preservare la purezza della tribù. Che esistano varietà arabe molto differenti fra loro, accanto all’arabo standard moderno utilizzato soprattutto nei contesti formali, è una complicazione francamente eccessiva. Il pregiudizio, come i mobili dell’Ikea, funziona meglio con pochi pezzi.

Ma il capolavoro arriva quando qualche ragazzo parla nella lingua della propria famiglia. Il falso integrazionista lo osserva e comprende immediatamente tutto: non vuole integrarsi.
Curiosamente, nessuno giunge alla stessa conclusione quando due manager tedeschi parlano tedesco a Milano, due studenti americani chiacchierano in inglese a Firenze o una famiglia francese conversa in francese sul lago di Garda. Nessuno li insegue gridando: «Se non volete integrarvi, tornatevene a casa!». Sarà perché, evidentemente, alcune lingue sono espressione di cosmopolitismo mentre altre costituiscono prove investigative di colpevolezza. L’inglese è internazionalità, il francese è cultura, il tedesco è economia; l’arabo, a quanto pare, è già un indizio di estraneità.

Poi arriva invariabilmente il capitolo sulla civiltà. Gli stranieri devono “imparare le buone maniere”, non sporcare, non danneggiare il patrimonio pubblico, comportarsi decorosamente sui mezzi di trasporto. Tutto giustissimo. L’unico particolare divertente è che questa severissima lezione viene impartita a nome di un popolo che all’estero non gode esattamente della fama collettiva dei maggiordomi di Buckingham Palace. Basta frequentare certe località turistiche, assistere a una partita di calcio, guidare su una strada italiana, osservare un parcheggio per disabili o visitare una piazza dopo una notte di movida per scoprire che il passaporto italiano non viene rilasciato previo esame di buone maniere. Abbiamo mafie esportate in mezzo mondo, evasione fiscale, abusivismo edilizio, vandalismo, corruzione, parcheggi creativi, monumenti imbrattati, rifiuti abbandonati e una certa tradizione nell’interpretare il codice della strada come un’opera aperta. Eppure il nostro falso integrazionista riesce a rivolgersi allo straniero con l’austera superiorità morale di chi discende direttamente da Marco Aurelio e nel tempo libero restaura acquedotti romani.

Non si tratta naturalmente di assolvere nessuno. Il punto è precisamente l’opposto: un incivile è un incivile, non il rappresentante diplomatico della propria etnia. Se Mohamed rompe un sedile dell’autobus, Mohamed è un vandalo. Se Mario rompe un sedile dell’autobus, curiosamente nessuno apre un dibattito sulla compatibilità della cultura italiana con il trasporto pubblico. Mario gode del privilegio fondamentale dell’individuo: rappresenta se stesso. Mohamed, invece, viene promosso seduta stante ad ambasciatore di centinaia di milioni di persone.
È questo il piccolo trucco intellettuale su cui prosperano xenofobia e razzismo “presentabili”: i nostri difetti sono individuali, i loro sono culturali. Il teppista italiano è un cretino. Il teppista marocchino è il fallimento dell’integrazione. L’italiano che molesta una donna è un delinquente. Se l’aggressore è straniero, improvvisamente occorre interrogarsi sulla sua civiltà d’origine: “tutti stupratori”. Un italiano che vive trent’anni in Germania parlando italiano con moglie e figli conserva le proprie radici. Un arabo che fa la stessa cosa in Italia rifiuta di integrarsi. È un sistema logico di una comodità quasi commovente.
Su questo terreno prosperano le varie declinazioni politiche del fenomeno: xenofobi tradizionali, nostalgici più o meno criptici, leghisti della vecchia e della nuova scuola, vannacciani assortiti e patrioti da social network. Non sono tutti uguali e sarebbe sciocco fingere che lo siano; condividono però una retorica assai riconoscibile: non chiedono ufficialmente discriminazione, chiedono “rispetto”; non pretendono assimilazione, pretendono “integrazione”; non parlano di inferiorità, parlano di “culture incompatibili”; non dicono necessariamente “non li vogliamo”, preferiscono il più elegante “se non gli sta bene, tornino a casa loro”.

Il vecchio razzismo aveva almeno la cortesia di presentarsi col proprio nome. Quello nuovo ha frequentato un corso di comunicazione e si presenta come “buon senso”. E così il concetto di integrazione viene rovesciato: integrare dovrebbe significare permettere a persone di origini diverse di partecipare pienamente alla stessa società, rispettandone leggi e diritti fondamentali senza essere costrette a cancellare lingua, memoria familiare e identità. Per il falso integrazionista significa invece concedere allo straniero di restare, purché dia il minor disturbo visivo, linguistico e culturale possibile. Puoi essere diverso, insomma, purché tu abbia la cortesia di non sembrarlo.
La cosa più ironica è che costoro sostengono spesso di voler difendere la “cultura italiana”. Una cultura che per secoli è stata un impasto vertiginoso di popoli, lingue, dominazioni, migrazioni, commerci e contaminazioni viene così trasformata in una porcellana immacolata da proteggere dalle impronte digitali.
Si dimentica una banalità: l’integrazione è un processo reciproco, non un esame sostenuto dallo straniero davanti a una commissione di italiani autoproclamatisi civili.

Naturalmente chi vive in Italia deve rispettarne le leggi. Come gli italiani. Deve rispettare le persone. Come gli italiani. Deve rispettare i beni pubblici. Come gli italiani. Deve poter imparare l’italiano e usarlo nella vita sociale, perché conoscere la lingua comune è uno strumento essenziale di partecipazione. Possibilmente imparandolo meglio di non pochi italiani che pretendono di impartirgli lezioni d’integrazione.
Ma nessuna di queste cose richiede di smettere di parlare arabo con un amico. Pretenderlo non significa difendere l’italiano, ma aver paura di una conversazione che non si capisce. Ed è forse questo l’aspetto più deliziosamente paradossale del falso integrazionista: dedica una quantità sorprendente di tempo a chiedere agli altri di imparare la nostra lingua, mentre lui non sente alcun bisogno di imparare qualcosa degli altri.
Dopotutto, l’ignoranza ha un vantaggio straordinario: semplifica enormemente il mondo. Marocchini, arabi, musulmani, immigrati, profughi, clandestini: basta gettare tutto nello stesso cassetto, chiuderlo con la parola “integrazione” e atteggiarsi a difensori della civiltà.

Oscar Wilde osservava che la verità raramente è pura e non è mai semplice. Il pregiudizio, invece, è quasi sempre semplicissimo. È precisamente per questo che ha tanto successo.

Heiko H. Caimi

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025) e "Niente da salvare" (con Fiorenzo Dioni, Calibano, 2026). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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