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L’amore come imbarazzo: perché oggi avere un fidanzato sembra una colpa

Negli ultimi mesi, soprattutto sui social, si è diffusa un’idea curiosa e inquietante: quella secondo la quale avere un fidanzato sarebbe diventato imbarazzante. Lo sostengono influencer, giornaliste e utenti comuni, spesso giovani donne, che raccontano come parlare del proprio partner online susciti fastidio, perdita di follower o accuse di “essere noiose”, “dipendenti” o addirittura “poco cool”. Secondo l’articolo di Chante Joseph pubblicato su The Guardian, molte donne preferiscono nascondere il volto del compagno, o eliminarlo del tutto dalle foto, come se mostrarlo implicasse una regressione culturale. Essere single, invece, appare oggi più moderno, desiderabile, quasi un gesto politico di autodeterminazione. Ma dietro questa tendenza, dietro l’apparente leggerezza dei meme e delle battute, si nasconde qualcosa di molto più profondo e disturbante: un sintomo della nostra epoca e del modo in cui abbiamo imparato a vivere (o a temere) i legami. Non è, infatti, solo un cambiamento di costume: è un segnale patologico del nostro rapporto malato con l’intimità, con l’identità e con la libertà.

La vergogna di essere in una relazione non nasce dal rifiuto dell’amore, ma dalla paura di tutto ciò che l’amore oggi rappresenta: dipendenza, vulnerabilità, esposizione, fallimento. In una società che ha trasformato la connessione in performance e la solitudine in bandiera, legarsi a qualcuno appare come un atto sospetto, un cedimento all’ordine antico del possesso e della debolezza.
Ciò che emerge è la trasformazione della difesa in ideologia. Il rifiuto di mostrarsi innamorate non è solo pudore o riservatezza: è una forma di auto-protezione interiorizzata. Dopo decenni di relazioni tossiche, di narrazioni romantiche distorte e di esperienze di dominio mascherate da amore, molte donne hanno imparato – o credono di aver imparato – che la sicurezza passa dall’autosufficienza. Non amare più, o amare “in incognito”, diventa così un modo di sopravvivere. Ma la sopravvivenza, quando si fa sistema, genera una cultura della diffidenza. Si diventa incapaci di riconoscere la possibilità di un legame sano, perché il legame stesso viene percepito come una minaccia. La solitudine, che dovrebbe essere una scelta libera, si trasforma in un bunker affettivo, un isolamento decorato da estetiche patinate e da presunte rivendicazioni d’indipendenza.

Il fenomeno racconta una società che ha sostituito la relazione con l’immagine della relazione. Prima, la donna era “definita” dal suo partner; oggi è definita dalla capacità di nasconderlo. In entrambi i casi, la propria identità continua a dipendere dallo sguardo altrui. Si tratta di un paradosso: ci si emancipa dal patriarcato per sottomettersi al giudizio del pubblico. La paura di perdere follower, di apparire “meno interessanti”, “meno desiderabili”, “meno libere”, ha sostituito la paura di essere lasciate o tradite. Il fidanzato, nell’immaginario contemporaneo, è diventato un simbolo di compromissione: un accessorio che sminuisce il valore di chi lo porta, come se l’amore fosse una macchia sull’immagine di sé curata per l’algoritmo.
Siamo di fronte a un cortocircuito dell’idea di libertà. L’individualismo radicale che domina il nostro tempo ha corrotto il significato stesso di relazione: amare implica perdere il controllo, e in un’epoca che invece idolatra proprio il controllo – dell’immagine, del corpo, del tempo, del destino – la perdita è un’eresia. Amare davvero, esporsi, dichiararsi è diventato un atto controculturale. Chi ama apertamente rischia di apparire ingenuo, anacronistico, quasi offensivo. È come se l’intimità fosse diventata pornografia emotiva, e il pudore, anziché proteggere il mistero del sentimento, servisse solo a mantenere intatta la propria reputazione digitale.

Questa ritrosia verso la coppia eterosessuale non è dunque una “evoluzione sociale”, ma un sintomo di sfiducia collettiva. L’eterosessualità viene vissuta come un sistema corrotto, un’eredità sospetta del patriarcato. Eppure, in questa fuga dal “noi” verso un perenne “io”, si nasconde un’altra forma di alienazione: quella dell’io che non sa più riconoscersi se non attraverso la propria solitudine. Ci si emancipa dal legame, ma non dalla paura del legame; si denuncia la dipendenza, ma si resta dipendenti dall’approvazione virtuale; si rifiuta l’amore romantico, ma si resta ossessionati dall’idea di desiderabilità. È una ribellione che non libera, ma riproduce in altra forma la stessa identica prigione.
In fondo, ciò che questa tendenza dice di noi è che non sappiamo più distinguere tra autonomia e isolamento, tra riservatezza e invisibilità, tra libertà e paura. Abbiamo imparato a difenderci così bene dall’altro da non saper più accogliere nessuno. Il risultato è una società in cui il legame umano è visto come un rischio da evitare, e non come una possibilità di crescita; in cui la coppia non è più una scelta ma una colpa, e la vulnerabilità non è più una virtù ma un fallimento strategico.

Se oggi “avere un fidanzato” è imbarazzante, non è perché l’amore sia diventato ridicolo, ma perché ci siamo disabituati a credere che possa essere reale senza compromettere la libertà. È questo, forse, il tratto più patologico della nostra epoca: non la paura di restare soli, ma la convinzione che l’unico modo per salvarsi sia restarlo per sempre.


Sull’argomento leggi anche il racconto “L’amore più puro” di Heiko H. Caimi, cliccando qui: https://www.inkroci.it/racconti-brevi/i-racconti/racconti-brevi-scrittori-emergenti/heiko-h-caimi-lamore-piu-puro-racconto.html 

Heiko H. Caimi: Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.
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