La morte della letteratura è ora

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Nel nostro tempo smemorato e urlante, la letteratura non sta morendo: si sta suicidando. E non in silenzio e in disparte, come avrebbe fatto un antico poeta maledetto, ma sotto gli occhi di tutti, con la complicità entusiasta degli editori, il plauso cieco dei lettori e il sottofondo stonato delle “emozioni”. Quelle emozioni da discount, standardizzate, semplificate fino all’idiozia, al punto da rendere indistinguibili le lacrime vere dalla commozione da algoritmo.
La forma vince sul contenuto. E nemmeno una forma raffinata, sperimentale, provocatoria. No: la forma oggi è l’involucro patinato e pulito, l’Instagram letterario, lo storytelling addomesticato per il pubblico dei like, in cui ogni parola è scelta per la sua carica virale, e non per la sua precisione. La prosa si piega al ritmo del feed, si accorcia, si alleggerisce, s’infantilizza. Ogni frase deve suonare bene fuori contesto, come una citazione da stampare sulla tazza del buongiorno. Siamo all’aforisma da frullatore.
Il contenuto, quello vero – quello che scuote, interroga, costringe a pensare, talvolta anche a detestare l’autore – è considerato un ingombro. Infastidisce. Rovina l’esperienza. E allora via, alleggeriamo. Aboliamo l’ambiguità, che è l’anima stessa della letteratura. Censuriamo la complessità, quella vera, in nome di una comprensibilità pronta all’uso, in tre clic e con zero senso critico.

In questa deriva, il concetto stesso di “bello” e “brutto” viene annacquato fino alla dissoluzione. Non si può più dire che un libro è oggettivamente brutto. Che è scritto male. Che è banale. Che ripete modelli narrativi da fiction pomeridiana. Perché piace. E se piace – ci dicono – allora va bene così. È democratico, è “sentito”, “emoziona”. Come se l’emozione fosse una scappatoia dal giudizio estetico, come se bastasse piangere (magari per la morte del cagnolino protagonista) per poter parlare di arte. Eppure anche Dostoevskij emoziona; emoziona anche Kafka, anche Gadda, anche Faulkner. Solo che prima ti scardinano il cranio.
Oggi no. Oggi emozionare significa accarezzare, compiacere, confermare. La complessità è demonizzata. La letteratura deve rassicurare, non sconvolgere. Deve rappresentare, non trasfigurare. Deve includere tutti, che è nobile finché l’inclusione non si trasforma in una livella etica che equipara la prosa di un Premio Nobel al diario di uno studente delle medie, purché “autentico”.

Le case editrici – in primis quelle grandi, quelle che un tempo pubblicavano Calvino e Yourcenar – sono diventate stamperie di contenuti da scaffale emozionale. Pubblicano ciò che vende, e ciò che vende è ciò che piace subito. Non ciò che lascia tracce, ma ciò che genera condivisioni. A chi interessa il tempo lungo della ruminazione, quando un’esplosione di “cuoricini” è il nuovo parametro di rilevanza culturale?
È un suicidio assistito. E chi porge la flebo è proprio l’editoria mainstream, apparentemente inconsapevole del fatto che, svuotando il senso, bruceranno anche la propria identità. Inseguono il gusto di un pubblico che loro stessi hanno educato al ribasso, in un ciclo vizioso da cui non uscirà più nulla di duraturo. Si sono scordati che il lettore non va solo assecondato: va sfidato, elevato, persino respinto – perché la letteratura, quando è vera, è sempre in parte ostile.

In tutto questo, il colpo di grazia lo dà il buonismo social. Quella cultura zuccherosa per cui tutto è bello, tutto è valido, tutto va bene. Nessuno ha più il coraggio di dire: “questo libro è scritto male”, perché si rischia l’accusa di snobismo, di elitismo, di intellettualismo, se non addirittura quella di invidia da “rosicone”. Guai a scomodare il giudizio critico. Meglio dire “non è per me”, e intanto lasciare che pile di carta mal scritta infestino librerie e classifiche, celebrate come grande letteratura solo perché parlano di un trauma con parole semplici e prevedibili.
Ma la semplicità autentica – quella di Cesare Pavese, di Natalia Ginzburg, di Raymond Carver – è un approdo, non una scorciatoia. La semplicità attuale è un sintomo di disinteresse per il linguaggio. E quando il linguaggio muore, la letteratura cessa di esistere.

Finiremo così: in un mondo nel quale l’opera massima sarà una raccolta di frasi ispirazionali, e la profondità sarà misurata in secondi di attenzione. Non ci sarà più bisogno di bruciare i libri: li scriveremo già sotto vuoto spinto. Pronti per il cassonetto della carta.
E lo faremo con il sorriso sulle labbra. Il sorriso ebete e tronfio di chi crede di aver capito tutto e si è condannato all’irrilevanza.

Heiko H. Caimi

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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