un articolo di Caterina Mannelli
La guerra è sempre una soluzione sbagliata: non per sentimentalismo, ma per lucidità. A dirlo non sono solo i testimoni più sensibili della storia, ma anche i pensatori che, con rigore e intelligenza, hanno indagato le strutture del potere, della violenza, del vivere umano.
Innanzitutto, la guerra è un fallimento della politica. Lo diceva Carl von Clausewitz, teorico della guerra, non certo un pacifista: «La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi». Ma quando si arriva a questi “altri mezzi”, la politica ha già perso il suo fine più alto: la convivenza tra uomini e popoli. Hannah Arendt, in Sulla violenza, afferma che la violenza non crea potere, ma ne è la negazione. La guerra, insomma, non è mai un esercizio della forza politica, ma il suo collasso.
Chi ha visto la guerra da vicino, l’ha sempre raccontata come un’esperienza disumanizzante. Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, ha scritto: «Ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione». Anche nei casi in cui si combatte per una causa giusta – come la resistenza al nazifascismo – la guerra resta uno sfregio. Levi lo sapeva: la giustizia non è nella violenza, ma nella memoria e nella dignità.
Simone Weil, in L’Iliade o il poema della forza, ha scritto che la guerra trasforma gli uomini in cose. L’eroe caduto non è un martire, ma un corpo inerte. La forza, dice Weil, riduce chi la subisce e chi la esercita a oggetti, espropriati della propria umanità. E in questa metamorfosi si annulla ogni differenza tra oppressore e oppresso.
La letteratura, in ogni secolo, ha gridato contro l’orrore bellico. Da Erich Maria Remarque, in Niente di nuovo sul fronte occidentale, a Joseph Roth, in La marcia di Radetzky, gli scrittori hanno mostrato come la guerra distrugga non solo i corpi, ma le anime, le civiltà, le identità. Virginia Woolf, nel suo saggio Le tre ghinee, scrive: «Come fermare la guerra? Non con la guerra». La cultura non può essere strumento di propaganda, ma coscienza critica: una forma di resistenza intellettuale.
Perfino Lev Tolstoj, che pure ha narrato le guerre napoleoniche in Guerra e pace, giunge in tarda età a un pacifismo radicale, condannando ogni forma di violenza in nome del Vangelo e della ragione. Nella sua Lettera a un indù, scrive che «la vera forza è quella dell’anima che rifiuta di odiare».
Non si tratta solo di morale, ma di intelligenza storica. Il XX secolo ha dimostrato che ogni guerra ha conseguenze imprevedibili, spesso peggiori dei mali che pretende di curare. Raymond Aron, nel suo Pace e guerra tra le nazioni, riconosce che le guerre moderne non si possono più vincere: producono instabilità, terrorismo, migrazioni forzate, traumi transgenerazionali. L’illusione della “guerra giusta” è solo una maschera ideologica per interessi economici e geopolitici.
Oggi, mentre nuove minacce si affacciano – guerre ibride, nucleari, ambientali – l’unica forma di sopravvivenza è la cooperazione. La guerra è la soluzione più semplice, la più rapida, ma anche la più stupida: perché distrugge prima di costruire, e spesso non costruisce più nulla. Come ha scritto Albert Camus, premio Nobel per la letteratura, «la pace è l’unica battaglia che valga la pena di essere combattuta».
E in questo, il sapere – che sia filosofia, storia, poesia – non è disarmato. È la più potente forma di resistenza contro la follia della guerra, perché ci insegna a riconoscere la complessità, a non cedere alla paura, a costruire ponti invece di scavare trincee.
Caterina Mannelli





















