Il cozy crime, così come viene venduto oggi, non esiste. O meglio: esiste solo nella testa di certi uffici marketing a corto d’immaginazione e in quelle di lettori che, più che il piacere di una buona storia, cercano il conforto di uno stile di vita. Ma non uno qualsiasi: quello rassicurante, ordinato e vagamente profumato alla lavanda del borghesuccio che legge per passatempo, che ha bisogno di crimini addomesticati, delitti infiocchettati, detective che non disturbano: insomma, crimini senza crepe, senza sangue, senza vera ambiguità morale. Una tisana tiepida travestita da giallo.
Questa idea di “cozy crime”, tra l’altro, è la pezza di pizzo stesa sopra un buco, l’etichetta posticcia incollata a posteriori su opere che nulla hanno di “cozy” se non il fatto di essere scritte con eleganza. Prendiamo Agatha Christie, per esempio. La si cita sempre come madre nobile del genere, ma sarebbe la prima a storcere il naso davanti a un’etichetta tanto sciocca: i suoi romanzi non sono affatto confortevoli. Parlano di avvelenamenti domestici, di rancori familiari coltivati per anni, di ipocrisie incrostate sotto l’argenteria. Sono racconti di mostruosità mascherate da buone maniere. L’orrore è tanto più violento proprio perché celato dietro la facciata pulita delle case inglesi. Altro che cozy!
Ma si sa, l’appropriazione è l’arma di chi non ha niente da dire. Attribuire oggi ad autori del passato intenzioni che non hanno mai avuto è un vizio critico stanco, figlio della nostra incapacità di produrre visioni originali. E così ci si attacca alle etichette: si prende il crimine e lo si sterilizza, lo si riduce a prodotto da salotto, lo si ripulisce da tutto ciò che può turbare. Ma non è letteratura, questa: è arredamento. Come i libretti della Piccolo Biblioteca Adelphi che, grazie ai colori sfumati delle copertine, negli anni Ottanta del Novecento venivano utilizzati per riempire in maniera ornamentale biblioteche il cui unico scopo era venire spolverate.
In fondo, il cozy crime è lo specchio culturale di chi lo consuma: gente che non sopporta la complessità, che rifugge dal male autentico e preferisce immaginarlo con il maglioncino a trecce, il gatto sul divano e la torta di mele sul davanzale. È il delitto come gadget, non come esperienza. È la retorica della sicurezza che finge di raccontare la trasgressione. E allora non stupisce che piaccia tanto a chi si scandalizza per tutto ciò che sporca, graffia, scalfisce il decoro. Il cozy crime è l’ideale estetico di chi ha la puzza sotto il naso, ma si sente alternativo perché legge di omicidi che non fanno troppo rumore.
Insomma, non prendiamoci in giro: il cozy crime non è un genere, è un compromesso. Un alibi ben stirato per chi vuole leggere “qualcosa di giallo” senza mettere in discussione nulla: né sé stesso, né il mondo. E quando la letteratura smette di inquietare, ha già iniziato a puzzare di putrefazione.





















