C’è una specie di leggenda urbana che gira sui social e non solo: l’idea che scrivere un romanzo sia soprattutto un atto di purezza, di ispirazione incontaminata, una cosa che viene da dentro e che quindi, per definizione, funziona a prescindere. E se non funziona, è sempre colpa di qualcun altro: editori miopi, mercato corrotto, lettori distratti, pianeti non allineati. Mai, quasi mai, il testo.
Poi però uno apre certi manoscritti – e già la parola manoscritto è generosa, perché spesso sono “file” che sembrano caduti da una tasca bucata – e si accorge subito che no, non è una congiura: è proprio che il romanzo non c’è. O meglio: c’è qualcosa che somiglia a un romanzo come una sagoma di cartone somiglia a una persona. È già un miracolo se sta in piedi, figurati se respira.
Per esempio, succede questo: che la storia comincia, o sembra cominciare. Due pagine, cinque, dieci e poi si sfilaccia. Non è che finisce, sarebbe già qualcosa, un racconto con un inizio, un centro e una fine. E invece no: si perde, va in giro da sola come un cane senza collare, annusa tutto, non torna mai a casa. Succedono cose, sì sì, ma senza una direzione, senza quella specie di necessità interna che fa dire al lettore: voglioo vedere dove va a parare. Magari! Invece non si va da nessuna parte, si resta al palo immersi tra digressioni, false continuazioni, ripetizioni, personaggi che non si evolvono e così via.. E restare al palo, in narrativa, è una forma lenta di sparizione.
I personaggi, poi, sono una faccenda curiosa. Parlano molto, a volte tantissimo. Dicono anche cose importanti, si capisce che l’autore ci tiene. Però se uno prova a fare un piccolo esperimento mentale – per esempio togliere un personaggio, così, per vedere l’effetto che fa – non cambia niente. È come levare una sedia da una stanza già vuota: resta vuota uguale. Sono storie che non lasciano impronte, non disturbano, non vanno da nessuna parte, e i personaggi uguale: esistono perché l’autore ha deciso che devono esistere, non perché non potrebbero fare altrimenti. E quelle pagine potrebbero benissimo fare a meno di loro senza che cambi veramente qualcosa.
E i dialoghi? Ah, i dialoghi! Che non sono dialoghi, in realtà, il più delle volte sono spiegoni (per gli anglofili: infodump) travestiti o divagazioni che non portano da nessuna parte. Tutti parlano allo stesso modo, in maniera omologata, con quella voce leggermente impostata, come se avessero fatto un corso accelerato di dizione e chiarezza espositiva. Nessuno inciampa, nessuno mente, nessuno si esprime in maniera diversa dall’altro. E soprattutto nessuno tace, che è una delle cose più difficili da scrivere. Così il lettore capisce tutto, sì, ma non sente niente. È un po’ come ascoltare qualcuno che ti racconta un litigio invece di assisterci.
Poi c’è la lingua, che dovrebbe essere il primo strumento del mestiere e invece, in certi casi, sembra un oggetto trovato per caso in cantina: italiano approssimativo, concordanze in fuga, tempi verbali che cambiano identità a metà frase, virgole lanciate come coriandoli, sintassi che non obbedisce ad alcuna legge conosciuta, forse nemmeno terrestre. E anche qui, puntuale, arriva la difesa: “Ma è il mio stile”. No, non è una questione di stile: è una questione di ignoranza senza remissione.
Oh, ma dimenticavo l’incipit, che è il biglietto da visita di ogni libro e dovrebbe essere una porta d’ingresso per invitare il lettore: non occorre che sia spettacolare, ma deve almeno invogliare a entrare. Invece spesso è una soglia dimenticata, un corridoio lungo, con la luce al neon che sfarfalla. Si entra per educazione, si resta per inerzia, si esce senza nemmeno accorgersene. Se le prime righe non hanno una forma di attrito, di promessa, di mistero, il resto del libro può anche essere il capolavoro del secolo, ma nessuno ci arriverà. E no, non è perché “oggi la gente non legge più”. È perché legge altro.
Infine, la domanda più semplice e più crudele: questo libro cos’è? Non in senso filosofico, proprio terra terra: dove starebbe in una libreria? Accanto a quali altri libri? Chi dovrebbe prenderlo in mano, e perché? Il silenzio che segue, di solito, è molto eloquente. Perché non sapere per chi si scrive è un modo elegante di scrivere per nessuno.
Ma c’è sempre la via di fuga, elegante, nobile in apparenza: “Io scrivo per me stesso”. Che suona bene, suona quasi puro, come uno che dice di mangiare solo pane e silenzio. Però, guarda caso, lo dice mentre manda manoscritti in giro, mentre aggiorna la casella email, mentre controlla spasmodicamente se un editore risponde. E allora viene il dubbio, piccolo ma insistente, che non sia proprio così. Perché scrivere davvero solo per se stessi è un gesto radicale, quasi segreto: non implica pubblico, né attesa, né tantomeno delusione se nessuno ti risponde. È una cosa che resta nel cassetto senza far rumore. Qui invece il rumore c’è, eccome. C’è il desiderio di essere letti, ma senza accettare le regole minime del gioco: risultare leggibili, interessanti, riconoscibili per qualcuno che non sia l’autore. E così si resta in una terra di nessuno: non abbastanza accessibili per il lettore “popolare”, non abbastanza rigorosi o necessari per quello “colto”. Una specie di limbo in cui il testo galleggia e l’autore si racconta che è una scelta, una posizione, quasi una resistenza. Quando invece, più banalmente, non è allettante per nessuno.
Andrebbe detto con meno poesia e più onestà: se davvero scrivessi solo per te stesso, non ti verrebbe nemmeno in mente di cercare un editore. Non ti importerebbe. Il fatto che ti importi, invece, è già una risposta. E ti qualifica. Non proprio positivamente.
A questo punto arriva il momento in cui qualcuno si offende. Ma davvero, si dice, davvero pensi che siano questi i motivi per cui non mi pubblicano? Non sarà che gli editori non capiscono il mio genio, che vogliono solo cose commerciali, che hanno paura di pubblicare qualcosa di veramente nuovo? Certo, può anche darsi. Il mondo è pieno di incomprensioni clamorose. Però, prima di raccontarsela e dichiararsi vittima, forse vale la pena guardare il testo con un minimo di sospetto, come si guarda una crepa sul muro: non per colpevolizzarla, ma per capire se sta lì da sola o se è il segno di qualcosa di più profondo e strutturale.
Poi, intendiamoci, oltre a una pessima notizia una buona c’è. Se il venti per cento di questa roba, per una serie di fortunate coincidenze, non vedrà mai la luce (e questa è la buona notizia), l’ottanta per cento troverà comunque la sua strada: si chiamerà autopubblicazione, avrà una copertina più o meno dignitosa, un titolo spesso lunghissimo o improbabile, e vivrà la sua vita silenziosa tra algoritmi distratti e amici gentili. E a quel punto non c’è nemmeno troppo da stupirsi se intorno all’autopubblicazione si addensano certi pregiudizi: non nascono dal nulla, non sono indice di snobismo, ma sono causati dalla quantità enorme di testi pubblicati esattamente così come sono stati buttati giù, sciatti, scritti male, senza lavoro, senza filtro, senza una vera revisione.
E forse va anche bene così, in fondo. L’autopubblicazione è anche uno spazio di libertà, e ogni tanto ci passano cose vive, necessarie, di cui difficilmente si accorgerà qualcuno. L’importante è non fingere che tutto sia allo stesso livello, che ogni rifiuto sia un’ingiustizia, che ogni manoscritto meriti automaticamente un pubblico. Basta non raccontarsi che il problema sono sempre, e solo, gli altri.
Heiko H. Caimi























