un articolo di Maria Concetta Loria
L’articolo 30 della Costituzione italiana sancisce il diritto e il dovere dei genitori nel mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio; ne consegue che la posizione giuridica dei minori, delineata dagli articoli 336 e 337 ter del codice civile, è quella di mantenere un rapporto equilibrato sia con la madre che con il padre, anche in caso di separazione di questi ultimi. Un diritto alla bigenitorialità disciplinato nei provvedimenti a tutela dei minori che conferma il principio fondamentale previsto all’articolo 3 della nostra carta Costituzionale, che vede tutti i cittadini uguali davanti alla legge e con pari dignità sociale.
Quanto detto vale in teoria – e anche nella pratica – fino a quando le separazioni non presentano conflittualità, soprattutto in merito all’affidamento dei figli: allora si scatenano vere e proprie guerre, che definiscono sulla scena un genitore di serie A, uno di serie B e, come unica vittima, i figli. A questo punto, nella maggioranza dei casi, il pregiudizio di genere prevale sull’ordinamento giuridico, inquadrando i soggetti donne come vittime, uomini come stalker violenti e, nella migliore delle ipotesi, figli come abbandonati da padri irresponsabili e incapaci.
Il tema diventa quello dei figli contesi, che può portare quali conseguenze il rifiuto genitoriale, tanto verso il padre quanto verso la madre, e a una serie di implicazioni psicologiche negative sui minori, difficili da prevedere e arginare.
Nell’impossibilità di stabilire una realtà oggettiva nelle vicende in questione, la prima immagine che mi viene in mente è quella dei Sei personaggi in cerca d’autore di Pirandello. Le parole dei personaggi e degli attori del dramma pirandelliano affiorano alla memoria adeguandosi al contesto: Lasciami disporre la scena secondo il giuoco delle parti, dice il direttore di scena, ma di quali parti parliamo, di quelle dei personaggi o di quelle degli attori? E chi sono i personaggi e chi gli attori?
In sostanza abbiamo un dramma che, nel momento in cui si presenta, dev’essere trascritto anche in quelle che sono le carte processuali e poi portato in scena, facendo prima le prove in cui emerge l’individualità non di uno, ma dei tanti, e anche i silenzi (nel dramma di Pirandello proprio il silenzio del giovinetto e della bambina) di chi in queste vicende sembra non avere voce e neanche nome, che quasi sempre sono i minori. Allora l’attenzione si concentra spesso su una questione di genere, e diventa esattamente scontro, coinvolgendo in questo molti campi del sapere che dalla sociologia passano alla psicologia, dal diritto alla letteratura.
Ancora una volta dobbiamo chiederci: qual è la scena? Uso il termine scena non a caso, perché la vita quotidiana è rappresentazione (lo dice anche il sociologo Erving Goffman già dal 1959, e ancor prima William Shakespeare: Tutto il mondo è un palcoscenico e gli uomini e le donne sono soltanto attori. Hanno le loro uscite e le loro entrate e nella vita ognuno recita molte parti, in Come mi piace), e questa scena si nutre di contraddizioni dovute a un periodo storico in cui parlare di certe tematiche scatena un inevitabile impeto, o a meglio dire violenza ideologica, tra universi maschili e femminili, e solitamente c’è una parte, quella maschile, del genitore, del padre che, al netto delle responsabilità, sembra debba scontare la colpa, come unico capro espiatorio, di essere uomo in un contesto, una scena in cui vengono pronunciate terribili sentenze del tipo 75 coltellate, non fu crudeltà, ma inesperienza.
Allora siamo al nodo di una riflessione su legami tra universi non maschili e femminili, ma nella relazione che intercorre tra essere madre ed essere padre, su un principio di reciprocità genitoriale che, sulla scena, s’infrange nella battaglia tra femminismo e maschilismo, due termini che nella prospettiva semantica, lungi dall’essere sinonimi, parlano di contrapposizione e di soprusi. È evidente che il discorso si concentra intorno a situazioni conflittuali, ma bisogna anche chiarire che gli affidi congiunti sono ormai una realtà consolidata nel nostro ordinamento.
Simone de Beauvoir già negli anni ’40 affermava che c’è una strana malafede nel conciliare il disprezzo per le donne con il rispetto di cui si circondano le madri, ma sono proprio quelle madri – e oggi le loro figlie – che, nel nome della lotta femminista, non sono riuscite ad affermare la loro stessa trasformazione sociale. Il femminismo oggi si rinvigorisce anche in una battaglia che non è quella del superamento della dicotomia maschile/femminile, ma quella che impone un pregiudizio nel giudicare oggettivamente la capacità genitoriale di una madre e di un padre a scapito di quest’ultimo. Un nuovo potere tenta di definirsi, affermando lo stesso stereotipo di genere che le donne hanno sempre combattuto: di donna madre accudente e di padre padrone. In questo quadro è come se avesse trovato ragione la visione di Christopher Lasch, il quale nel 1994 (in La rivolta delle élite e il tradimento della democrazia), affermava che il femminismo aveva finito per legittimare una nuova élite che non si esauriva nella lotta per il femminismo, ma fissava, ridefinendole, le lotte di una certa emancipazione in un’annessione delle strutture dominanti, tradendo quanto formulava Herbert Marcuse negli anni ’70 nella sua riflessione sul legame tra femminismo e trasformazione sociale: io credo che non dobbiamo pagare per i peccati di una società patriarcale e del suo potere tirannico, la donna deve diventare libera, non come moglie o madre, ma come essere umano (in Controrivoluzione e rivolta).
A questo punto bisogna chiedersi se le lotte tra universi maschili e femminili non abbiano finito per frammentare la capacità di giudizio verso la genitorialità maschile, con inevitabili conseguenze sui figli. Sulla scena si (rap)presenta spesso un dramma che, lungi dall’agire nell’interesse dei minori, si impone come un dominio unidirezionale di genere femminile che ancora invoca il patriarcato come unico responsabile delle disparità sociali e familiari. Quindi ci muoviamo tra le pagine di una drammaturgia che ha come soggetto la colpevolizzazione collettiva dei padri, più che delle madri, e che, inevitabilmente, mina il principio di eguaglianza genitoriale – di conseguenza di cittadini di sesso maschile – definendo attori oppressori e personaggi oppressi.
In tutto questo emerge, secondo dati statistici non aggiornati – probabilmente perché riguardano una fetta di popolazione rassegnata al silenzio – l’aspetto di emergenza sociale che vede il 46% dei nuovi poveri rappresentato dai padri separati e un numero di suicidi quantificato in circa 200 all’anno, per il quale non è stato coniato alcun termine che ne definisca la motivazione, così come è avvenuto per le uccisioni delle donne in quanto donne.
Nell’analisi del conflitto coniugale, che vede protagonisti figli silenziosi alla ricerca d’autore, o meglio dire dell’applicazione delle norme e dei principi alla base del diritto naturale alla bigenitorialità, reputo che un alto valore analitico e formativo possa essere assolto dalla narrazione – significativa, simbolica, radicata nella fabula, nel mito – di storie in divenire che, adeguandosi alla contemporaneità, potrebbe tracciare la strada per lo sviluppo di una nuova consapevolezza.
Il sacrificio del figlio è un archetipo antico: lo abbiamo incontrato già nell’Antico Testamento con la storia di Abramo e Isacco, e poi con il sacrificio di Ifigenia per mano del padre Agamennone, ma su tutte emerge l’uccisione dei figli per mano di Medea: figli maledetti, di madre maledetta, possiate perire insieme al padre, e tutta la casa rovini. Ma i figli di Medea sono anche i figli di Giasone, e anche in questa storia bisogna rintracciare personaggi e attori. Ripercorrere la tragedia ci aiuta a comprendere altre possibilità, altre strade che possono essere intraprese. Nelle varie versioni tragiche (Euripide, Seneca, Alvaro, Pasolini, ma anche Apollonio Rodio) Medea appare a volte più innocente, altre più carnefice, così come lo stesso Giasone.
C’è un testo drammaturgico di Suzanne Osten e Per Lysander, I figli di Medea, concepito nel 1975, una Medea che nasce in Svezia, in un contesto storico di forti rivolgimenti sociali e culturali che risente della lunga onda del ’68; un testo pensato nell’ottica del teatro politico con la particolarità di un riadattamento di una tragedia rivolta a un pubblico di bambini. Un teatro per l’infanzia che sfida i tabù, gli stessi che aumentano ogni volta che le battaglie ideologiche chiedono equità, uguaglianza tra gli esseri umani indipendentemente dal loro ruolo sociale. Si tratta di un testo divertente, un progetto che ha coinvolto psichiatri e specialisti dell’infanzia e che vede protagonisti i bambini, Mea e Gias, perché in questa drammaturgia i figli di Medea e Giasone hanno un nome. La drammaturgia procede secondo il loro punto di vista: non muoiono, nessuno li uccide, ma il piano della rappresentazione racconta la verità attraverso l’arte, e la verità è quella di un’emozione che il teatro è in grado di suscitare secondo racconti che procedono da altri punti di vista – per una volta quello dei figli che anche nella situazione di pericolo pensano di salvare, nonostante il male che gli hanno fatto, il padre e la madre.
L’arte intesa nell’ottica emancipativa è capace di aprire nuove strade alla comprensione della realtà e il dramma, quello vero di padri spezzati, potrebbe essere meglio compreso e risolto secondo un gioco delle parti capace di far entrare in empatia posizioni inconciliabili. Nell’ottica di un teatro come arte di vedere noi stessi, di vederci dentro e di guardare la vita, la proposta di una mediazione familiare fatta nell’ottica di una pedagogia teatrale potrebbe essere un buon supporto per rompere tabù e ristabilire realtà oggettive.
Maria Concetta Loria
























