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Gli ultimi giorni di Robert Finnegan: un grido di lotta dall’abisso

Olema, California, 14 agosto 1947. Robert Finnegan, il cui vero nome era Paul William Ryan, si spegneva a soli 41 anni, stroncato da un gravissimo cancro al pancreas. Per molti, Finnegan era solo un fulgido nome del noir americano, con all’attivo due romanzi[1] che erano entrati di prepotenza nella narrativa di genere e uno che sarebbe stato pubblicato postumo; ma, per chi lo conosceva davvero, era un faro di lotta e di speranza, una figura che aveva saputo intrecciare l’arte della scrittura con l’impegno politico fino ai suoi ultimi, drammatici giorni di vita.

Nato nel luglio del 1906 a San Francisco, Ryan aveva sempre camminato sul filo sottile tra la narrativa e l’attivismo. Cresciuto in una città che respirava acqua salmastra insieme ai suoi porti, era stato testimone fin da giovanissimo della dura realtà della vita proletaria, delle lotte sindacali e della disperata resistenza di chi lavorava con il sudore e con le mani. Fu questo, forse, che lo spinse verso il Partito Comunista, in un’America dilaniata dalla Grande Depressione, e verso una carriera letteraria che non si limitava a raccontare storie, ma cercava di scuotere coscienze.
Ma il 1947 fu l’anno della sua battaglia più grande, quella contro il destino. Afflitto da un dolore crescente, che si sarebbe rivelato un cancro al pancreas incurabile, si trovò faccia a faccia con la propria mortalità. La diagnosi fu spietata: pochissimi mesi di vita. Eppure, invece di abbandonarsi alla disperazione, trovò nella malattia una nuova forza. Il suo corpo si indeboliva ogni giorno, ma il suo spirito bruciava come non mai.

Il 20 maggio 1947, già fiaccato dal male che lo consumava, Robert Finnegan raccolse le sue ultime energie per lanciare un messaggio epico e potente ai lavoratori di San Francisco, che erano in sciopero nei porti, sulle banchine e nei magazzini. Era un momento critico per il movimento operaio: i marinai, i portuali e i magazzinieri avevano incrociato le braccia, rivendicando salari equi e condizioni di lavoro più umane. La polizia e i datori di lavoro stavano già preparando una dura repressione, e il governo guardava con sospetto queste manifestazioni di ribellione[2].
Paul Ryan, che da giovane aveva marciato al fianco degli stessi uomini che ora lottavano sulle banchine, non poteva restare in silenzio. Pur debilitato dal dolore, prese carta e penna e scrisse un appello che avrebbe risuonato tra le file degli scioperanti come un tamburo di guerra. Non c’è malattia, non c’è forza repressiva, non c’è ingiustizia che possa piegare lo spirito di un uomo che lotta per la giustizia, pare abbia affermato. Siamo i costruttori del nostro futuro, e se oggi ci mettiamo in ginocchio, domani i nostri figli saranno schiavi.

Questo il testo integrale della lettera:
Oléma, California, 20 maggio 1947. Ai miei fratelli, gli scaricatori di porto e i magazzinieri: quando leggerete queste righe, il mietitore mi avrà già preso. In altre parole, sarò morto. Anche se non avevo la tessera del sindacato degli scaricatori di porto o dei magazzinieri, voglio che sappiate che ero vostro fratello. Eravate i miei compagni e il mio orgoglio, e mi sentivo simile a voi come se avessi lavorato al porto con i blue jeans e un gancio in mano invece di essere un ragazzo della classe operaia che voleva fare lo scrittore. Vi racconto tutto questo perché, mentre muoio, sento un intenso bisogno di farvi sapere che ero vostro fratello. Vi lascio all’alba di una grande lotta – la prima delle vostre lotte a cui non parteciperò con tutte le mie forze. Ricordate, fratelli, ricordate sempre che ciò che avete ottenuto, lo avete ottenuto stando insieme, spalla a spalla, con la certezza che un’ingiustizia fatta a uno è un’ingiustizia fatta a tutti, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle idee. Per quanto riguarda il “pericolo rosso”, ricordate che qualsiasi idea che vada a beneficio della classe operaia sarà bollata come “rossa”. Persino le timide riforme con cui il presidente Roosevelt cercò di portare un po’ dell’abbondanza americana alla portata di case modeste, furono denunciate dai magnati del denaro come il comunismo più sfrenato… Quando arriverà la prossima battaglia, pensate a me come al ragazzo magro con gli occhiali di corno, la cui arma era una macchina da scrivere, che ha combattuto al vostro fianco, da un piede all’altro, e che è con voi in spirito con tutta la forza che gli è rimasta.

Parole di fuoco, che furono diffuse dai sindacati attraverso volantini e manifesti, parole che infiammarono le strade di San Francisco. I lavoratori trovarono nuova forza in quel grido di dolore e di speranza, sapendo che proveniva da un uomo che stava combattendo una guerra personale contro il tempo e che eppure era al loro fianco. Finnegan sapeva che non avrebbe visto la fine di quello sciopero, ma il suo cuore era con loro, sul fronte della lotta.

La sua vita, in fondo, era stata una battaglia continua. Non solo come attivista politico, ma anche come scrittore e giornalista. Con il suo pseudonimo, Robert Finnegan, aveva firmato romanzi noir acclamati dalla critica[3], ambientati in un’America oscura e corrotta, che riecheggiavano le sue idee di giustizia sociale, esponendo il lato marcio del potere e della società borghese, oltre alla loro protervia verso i poveri e i diseredati. Il suo detective-giornalista, Dan Banion, non è un eroe ma un uomo interessato alla giustizia, come gli altri protagonisti sono uomini logorati dalla vita, che lottano contro un sistema che li vuole schiacciare. Proprio come Banion, Finnegan trovava nei deboli, nei dimenticati, i veri protagonisti delle sue storie.

Oltre alla narrativa, Paul Ryan lavorò come giornalista, collaborando con varie testate comuniste e socialiste. Usò la sua penna come una lama affilata, per denunciare le disuguaglianze e le ingiustizie che infestavano l’America capitalista. Era un uomo di principi incrollabili, che non temeva di essere etichettato come sovversivo o “rosso” in un’epoca in cui la caccia alle streghe maccartista stava cominciando a prendere piede.
Nel 1933, con lo pseudonimo di Mike Ouin, aveva pubblicato il pamphlet And We are Millions: The Story of Homeless Young, una raccolta di testimonianze di giovani disoccupati condannati per vagabondaggio dalla giustizia americana. In The Big Strike, scritto durante il grande sciopero del 1936-1937 e pubblicato in parte sulla rivista Fortune prima dell’edizione integrale, che venne solo nel 1949, aveva raccontato lo storico sciopero generale del porto di San Francisco[4]. Inoltre, dal 1938 al 1946 aveva condotto alcuni programmi radiofonici per il sindacato CIO.

In periodi di grande ingiustizia e disuguaglianza, autori come Robert Finnegan offrono una voce ai marginalizzati e ai dimenticati, raccontando storie che mettono in luce le contraddizioni e le sofferenze della società. Finnegan, come molti scrittori impegnati, sapeva che la letteratura ha il potere di influenzare le coscienze. Nei suoi romanzi noir, la corruzione, il potere e l’oppressione non erano solo temi narrativi, ma specchi della realtà che egli osservava attorno a sé. Attraverso la fiction, riusciva a esplorare questioni profonde come la lotta di classe, i diritti dei lavoratori e la resistenza contro i sistemi oppressivi, coinvolgendo il lettore in riflessioni che andavano ben oltre la trama. La letteratura diventava così uno strumento di consapevolezza, capace di accendere il dibattito e di far emergere la necessità di cambiamento.
In un mondo in cui i mass media spesso controllano le narrazioni dominanti, figure come Finnegan sfidano queste visioni preconfezionate, raccontando la realtà da una prospettiva alternativa, spesso scomoda, ma necessaria.

Oggi, a Olema, dove si spense, non ci sono statue o targhe commemorative per Paul William Ryan. Il suo nome è stato quasi dimenticato anche dalle cronache letterarie, eppure il suo spirito ribelle e le sue parole di fuoco continuano a vivere in chi, ogni giorno, lotta per un mondo più giusto.
Non ci inginocchieremo mai, aveva scritto, e così, anche di fronte alla morte, Robert Finnegan mantenne la sua promessa.


Note

[1] Il primo dei quali, The Lying Ladies, recentemente ripubblicato da Mondadori con il titolo Capro espiatorio.
[2] Lotte abilmente raccontate da Valerio Evangelisti nel suo romanzo Noi saremo tutto.
[3] Oltre a quello già citato, The Bandaged Nude e Many a Monster.
[4] The Big Strike è un saggio storico che narra gli eventi dello storico sciopero generale del porto di San Francisco, momento cruciale nella storia dei diritti dei lavoratori negli Stati Uniti, specialmente per i portuali e i marinai. Lo sciopero, noto come San Francisco General Strike, fu una delle più grandi dimostrazioni di forza della classe lavoratrice contro i datori di lavoro, la polizia e i governi locali, e culminò in una vittoria significativa per i sindacati. Nel libro, Ryan non si limita a raccontare i fatti, ma esamina anche il contesto politico e sociale dell’epoca, mettendo in luce la brutalità della repressione statale e la solidarietà tra i lavoratori.

 

Il romanzo non è morto: lo prova Hugh Grant

Nel luglio del 1995, il mondo occidentale fu scosso da una notizia che fece il giro dei tabloid: l’attore britannico Hugh Grant, allora fidanzato con la modella e attrice Elizabeth Hurley, venne arrestato a Los Angeles per aver avuto un rapporto sessuale orale con una prostituta, Estella Marie Thompson, nota come Divine Brown. La cosa provocò molto scandalo e decretò quasi la fine della carriera del bell’attore, considerato sessuomane, tant’è che un giornalista statunitense gli domandò: “Adesso andrà da uno psicoterapeuta?”, e Grant gli rispose: “No. In Inghilterra leggiamo romanzi”.

Questa risposta, che suonò come una provocazione e una difesa della cultura letteraria britannica, nascondeva in realtà una verità profonda: il romanzo, come forma d’arte e di espressione, non è mai morto, né lo sarà mai. È infatti il genere letterario per eccellenza, capace di raccontare la vita, le emozioni, i sogni, le paure degli esseri umani, in tutte le loro sfumature e complessità, e con tutte le loro contraddizioni.

Il romanzo è lo specchio della società, ma anche il motore del cambiamento, il luogo dove si sperimentano nuove idee, nuovi linguaggi, nuove visioni del mondo. Inoltre è il genere letterario più amato e letto dal pubblico, che trova nei libri una fonte sia di piacere, di evasione, sia di riflessione e crescita personale. E attraverso il romanzo si può creare un legame empatico e duraturo tra lettore e libro, un legame che va oltre le mode e le tendenze.

Il romanzo è testimone della storia, ma anche precursore del futuro, veicolo di valori, di messaggi, speranze, critiche e proposte. Non a caso ha resistito a tutte le sfide che gli si sono presentate nel corso del tempo: la censura, la concorrenza di altri media, la crisi del mercato editoriale, la trasformazione dei gusti e delle abitudini dei lettori. Ha saputo adattarsi, innovarsi, diversificarsi senza perdere la propria forza. Ha dato vita a sottogeneri, correnti, scuole, movimenti che hanno arricchito il panorama letterario e culturale. Ha generato capolavori, classici che si leggono ancora adesso e che hanno segnato epoche e generazioni.

Il romanzo, contrariamente a quanto da decenni annunciano certe cassandre, è vivo e vegeto, e continua a offrire al mondo la sua inestimabile bellezza. È uno dei doni più prezioso dell’umanità, perché non è puritano né perbenista: è semplicemente il diario dell’umanità. E Hugh Grant, con la sua risposta, ha dimostrato di saperlo bene.

Parola alla Parola

Illustrazione di 愚木混株 Cdd20

Gli uomini creano opposizioni che non esistono, e le mettono in nuovi termini, fissati in maniera che, mentre il significato dovrebbe governare il termine, il termine in effetti governa il significato.

(Francesco Bacone, Saggi, cap. III).

La manipolazione del linguaggio a uso e consumo del potere abita l’uomo da che l’uomo esiste. Già nella Bibbia si assume Dio a Verbum, cioè a parola: Dio è Parola, designata nelle sacre scritture come saggezza e declinata poi, dai grammatici latini, come ciò che denota l’azione in tutti i suoi accidenti. Etimologicamente è curioso, inoltre, evidenziare come si trovi traccia di questo termine nelle lingue orientali (antico persiano e zendo) con l’attribuzione dell’ulteriore significato di insegnare, annunziare.
Non è dunque problema di quest’epoca la corruzione del linguaggio come pericolo per la coscienza individuale e, ancor più, collettiva, ma appartiene all’esistenza stessa della società. Non a caso, in tempi recenti (e, soprattutto, più che mai contemporanei), la Germania nazista organizzò uno dei più grandi Bücherverbrennungen  nell’Opernplatz berlinese: era il 10 maggio del 1933 e non fu, e non è, l’unico esempio di biblioclastia.
Quel che sconcerta, invece, in questa odiernità è l’assenza di dibattito nelle aule della vita, l’assenza di intellettuali che facciano il loro mestiere; l’assenza o la carenza di una controcultura organizzata che agisca la propria indignazione e, soprattutto, allerti dal pericolo insito nell’impoverimento del linguaggio: un nuovo regime di schiavitù per l’uomo in una società assoggettata alla dittatura di una cultura neoliberista, nascosta nell’apparente vessillo della democrazia come baluardo di libertà.
Siamo mirabilmente liberi di avere tutte le informazioni che vogliamo, di accedere, comprare e consumare tutto lo scibile, di sentirci esperti tuttologi aggiornati grazie a cinque righe di un post su un social network. Cinque, perché la sesta riga sarebbe un approfondimento non compatibile con la velocità e la flessibilità delle competenze richieste dal mercato.
Nell’era digitale possiamo traversare ogni confine. Ed essere ritrovati in ogni istante, perché, caso mai ci dessimo da fare per reperire informazioni che ci indichino nuove strade, il potere possa, in tempo di bit, recuperarci e farci scegliere – liberamente, ovvio – se tornare all’ovile della distrazione mediatica oppure essere tagliuzzati dalle forbici della censura, nelle forme che preferiamo. È semplicemente questo quello che accade: annientando la parola si annienta la coscienza.
Paradossalmente la controcultura che combatteva il potere, quando viaggiava di villaggio in villaggio sulle carte ciclostilate, era riuscita a creare coscienza, a creare rivoluzione, a vincere battaglie sociali. Ora è talmente fitta e tecnologicamente avanzata la rete della censura (il progresso non è nato per l’uomo, perlomeno non prioritariamente) che la società vegeta in un perenne stato allucinatorio, vagando nella visione morganica di essere libera e padrona del proprio essere cosciente e conoscente. Orwell ha predetto ciò che noi stiamo vivendo perché Orwell ha semplicemente fatto il suo mestiere: dato alla parola il suo significato.
Qualcuno sostiene che la nostra epoca digitale stia coniando nuovi termini, nuove forme di comunicazione che narrano la realtà, aderendovi e riconoscendola anche nella sua evoluzione linguistica. Una nuova scrittura per nuovi scrittori, dell’adesso, che sappiano raccontare il proprio tempo con il suo linguaggio. E tacciano di conservatorismo chi inorridisce ai “ke”, alla scomparsa dei congiuntivi, ai “piuttosto che” usati impropriamente; a un vocabolario sempre più povero, nello spettro sempre meno rarefatto di un’involuzione linguistica e umana che sta perdendo il senso della parola come creatrice di sapienza e di coscienza. Della parola che annuncia e insegna.
Lo scrittore non è un conservatore della parola; lo scrittore, quando è tale, ne riconosce la potenza, la vitalità, la dinamicità e la possibilità di cambiamento continuo. La parola è parte stessa del futuro perché lo contempla: ha in sé la memoria della storia, la forma del presente e, per il connubio di queste due attitudini, la possibilità di divenire altro, di provare a dire oltre il presente nel dire del presente. La parola stessa ce lo insegna, in quei libri che riconosciamo attuali, che tutti sappiamo indicare come esempio di letteratura senza saper dire che cosa sia letteratura.
Uno scrittore, quando è tale, non confonde l’attualità del tempo con l’uso del linguaggio imposto, ma al linguaggio si inchina, gli rende onore, rispetto, rigore e lo propone al lettore con onestà e significato.
I pochi che ci riescono non solo ci affascinano, ma ci lasciano dentro una perla da coltivare. Ci rendono vita.

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1Roghi di libri

 

La Contraddizione

Oggi non sei nessuno se non appari in tivù. Questo assunto, che a prima vista sembra figlio soltanto di veline, grandi fratelli e pseudo-amici della De Filippi, è un concetto invero estendibile agli scrittori, agli artisti. E non è la televisione in sé, ma la vetrina che essa costituisce, il pubblico riconoscimento che essa sembra regalare.
Intervistati, coccolati, vezzeggiati o ignorati, disdegnati, esclusi, ormai troppi scrittori sono figli del credo degli ultimi trent’anni: il successo ad ogni costo. E aspirano ad affidarsi proprio al medium che è fautore della più estrema e sistematica distruzione del linguaggio. Disposti a perdere se stessi per guadagnarne in esposizione, trasformandosi in macchiette, in personaggi dati in pasto al pubblico come, nell’arena di un tempo, i nemici ai leoni.
Si fanno, così, schiavi volontari di un mezzo di comunicazione che, nel momento stesso in cui li mitizza, li smitizza costringendoli a una degradante mediazione con la cosa (“res”) dominante, a venire a patti con la propaganda dei valori positivi ufficiali, con un veicolo comunicativo nel quale proprio la comunicazione è l’eterna assente, se non per proporre modelli da cui chi non aderisce si sente escluso. Un compromesso che forza lo scrittore ad un adeguamento verso le pretese esigenze dello spettatore, esigenze peraltro create artificiosamente dal medium stesso in una logica commerciale nella quale è l’offerta a determinare la domanda, e non il contrario; un compromesso in cui lo scrittore si consegna integralmente al consenso massmediatico, per sua stessa natura reazionario e anticulturale.
La necessità ultima del medium televisivo è quella di far dimenticare che la persona sullo schermo è un autore di libri, di trasformarlo in un personaggio, gradevole o sgradevole a seconda delle esigenze; di reprimere quindi la sua natura di scrittore per assoldarlo alle esigenze del palcoscenico.
L’autore, dal canto suo, risulta il più delle volte ridicolo e inadeguato al medium; oppure altero, distante al limite dell’impresentabilità; al peggio, compiaciuto del proprio passaggio televisivo e infine asservito alla cultura dello spettacolo. Comunque privato del proprio ruolo di scrittore: invece di comunicare attraverso le proprie opere con i lettori, si trasforma in attore, in un commediante teso a comunicare la propria rappresentazione di sé agli spettatori, come un qualsiasi banditore di televendite che per raggiungere un più ampio numero di clienti rinuncia alla propria dignità e al proprio ruolo. E, in questa deriva, si integra perfettamente con il sistema neocapitalista, asservendo la propria arte e il proprio intelletto a una cultura dell’immagine dominata da un adeguamento verso il basso per incontrare un pubblico di telespettatori disorientati, di cui in quel momento egli stesso entra a far parte. Ma di quel suo disorientamento non si troverà traccia nelle sue opere, perché ormai avrà raggiunto la certezza che il libro è solo una merce, un prodotto da vendere ad un pubblico di non-lettori. Rinunciando per sempre alla propria originalità, alla possibile unicità della propria voce, alla propria individualità. Rinunciando, cioè, ad essere uno scrittore.

Heiko H. Caimi

Razzismi elitari per vecchi snob

Leggo sulla pagina di un’amica che negli USA alcune scuole hanno messo al bando l’Iliade e l’Odissea, ritenute “razziste”.
Gugolo: notizia del ’21 riportata da poche testate poco serie, tipo Il Giornale.
Spero sia una bufala.
Ma poi, di che cosa mi scandalizzo? In Italia non c’è forse un ostracismo non dichiarato verso le materie classiche e umanistiche?
Il latino è stato eliminato dalle scuole medie secoli fa, i licei classici sembrano riserve indiane e in un guizzo di ugualitarismo ogni scuola è diventata liceo.
Senza contare quelli che si mettono in posa da cultori della materia e non sanno che cosa siano un aoristo o un ottativo.
Eppure.
Eppure studiare greco e latino non è uno sfizio intellettualistico per sfaccendati.
E sono convinta che la maggior parte di quello che l’arte, il teatro, la letteratura e la poesia producono oggi, sotto sotto sia un déjà vu.
Siete fan del pulp di Tarantino e Kitano? Nessuno dei due potrà mai arrivare alle efferatezze della tragedia greca.
Adorate il fantasy? L’Odissea farà per voi.
Amate la fantascienza? Un certo Luciano, nella sua Storia Vera, ci racconta un viaggio sulla luna circa 1600 anni prima di Verne e 1200 prima dell’Ariosto. E anche Luciano, ammettiamolo, si era ispirato a un certo Antonio Diogene.
È già stato tutto scritto e detto?
Non lo so, ma l’idea che un patrimonio culturale così vasto, immenso, importante sia sconosciuto ai più, non mi rende felice.
Qualcuno ci ha fatto credere che fossero saperi elitari.
Niente di più falso.
Iliade e Odissea nascono come tradizione orale, tramandata dagli aedi per secoli in simposi e feste pubbliche.
Il teatro, inutile ricordarlo, era uno spettacolo di massa con precise funzioni educative e catartiche, aperto anche alle donne, ai bambini e agli schiavi.
Inizialmente gratuito, quando i costi di allestimento si fecero pesanti fu stabilito un costo d’ingresso, ma con un fondo speciale per i meno abbienti.
Davvero pensate ancora che la cultura classica sia una inutile roba elitaria per vecchi snob?

Velocità, disperazione, consumo e romanzi epistolari

Carissimi lettori,

d’improvviso è come se mi fossi risvegliato da un sogno, è come se fossi rinato al mondo dopo un lungo soggiorno nel passato. Soltanto in questi ultimi giorni ho preso coscienza. La mia mente, un tempo rinchiusa nella torre d’avorio della letteratura, è finalmente uscita dal torpore. Il mio buon senso, che i libri stampati sulla carta avevano corrotto, ha ritrovato l’equilibrio. Ora, che posseggo uno smartphone, un tablet, e leggo gli e-book, dopo tanto tempo posso vedere. Anzi, posso vedere come se fosse la prima volta.
Vedo la velocità. Il mondo gira vorticosamente nel mio smartphone, e consuma in un millisecondo tutto ciò che senza speranza vive fra la terra e il cielo. Tutto accade istantaneamente, nel mio smartphone. Vedo, inestricabili, la velocità, la disperazione e il consumo.
Io non sono uno da massimi sistemi. Non vi dirò, carissimi lettori, che ciò che vedo non mi piace. Mi limiterò a portare un solo, piccolo esempio di come la velocità, la disperazione e il consumo abbiano influito sulla condanna di uno dei generi di romanzo che amo di più. Cercherò anzi di difendere e di segnalare i pregi di quel genere. Conscio però che la grande marea degli ebook fra pochi anni lo sommergerà.
Mi sorprende, carissimi lettori, che la maggioranza delle persone con cui parlo di libri, dunque anche qualcuno fra voi, ritenga il romanzo epistolare un genere ormai inavvicinabile. Eppure capolavori come Clarissa, Le relazioni pericolose, il Werther, l’Ortis, Frankenstein e Dracula sono stati scritti in forma epistolare. E se questi vi paiono romanzi del passato, in pieno Novecento sono usciti, fra gli altri, Lettere di una novizia di Guido Piovene, Caro Michele di Natalia Ginzburg, Che tu sia per me il coltello di David Grossman. Tutti romanzi epistolari, come pure Un giorno, altrove di Federico Roncoroni, pubblicato nel 2013 ove, allo scambio di lettere su carta, è stato sostituito quello delle e-mail.
Dunque, il romanzo epistolare è davvero da respingere? Per quanto mi sforzi, davvero non riesco a comprendere i motivi di un verdetto così definitivo.
Vi annoia forse leggere una sequenza di lettere senza nemmeno una descrizione o un dialogo? Siete affamati di azione e non di riflessione? Di pura velocità e non di pause meditative? Eppure in Dracula e in Le Relazioni Pericolose azione e riflessione si alternano a ogni pagina.
Vi sentite forse come voyeur costretti a seguire vicende narrate quasi esclusivamente in prima persona? Vi pare che lo studio psicologico connaturato alla lettera non sia più attuale? O che non porti da nessuna parte? Ciò credo dipenda dall’epoca in cui quei libri sono stati scritti, quando l’analisi minuziosa delle personalità risultava più importante di oggi. Ma anche lo studio psicologico può essere interessante.
O è forse la logorrea della lettera a indisporvi? Si sa che oggi ogni comunicazione che superi le cinque righe (dunque anche questo editoriale) viene classificata come faticosa, polverosa, illeggibile. In realtà una lettera ben scritta, anche se lunga, può essere avvincente e fulminea come una breve scena.
O forse il romanzo epistolare vi appare come un genere ormai inesorabilmente superato? Probabilmente questa è la risposta, ma dire che non si leggono più i romanzi epistolari perché contengono delle lettere è come dire che non si guardano i film in bianco e nero perché mancano i colori.
Mi auguro che, prima di respingere i romanzi epistolari, ci si accosti a essi, almeno ai migliori di essi, senza pregiudizi. E che, in loro compagnia, si lascino da parte per un po’ la disperazione, la velocità e il consumo.
In questo numero di Inkroci appare, nella rubrica Parole di celluloide, una recensione di Le relazioni pericolose, cui si affianca una rassegna dei film che hanno portato sullo schermo la storia narrata nel romanzo.

Buone letture,

Michele Curatolo

Muoia la guerra

Girovagando su Internet è facile leggere post retrivi che inneggiano al ritorno della leva militare obbligatoria. Corredati da commenti “sagaci” quali: “Lo rivoglio farebbe bene a tanti”, “vero..anche alle ragazze..”, “si impara ad ubbidire..l’umilta’..”, “rispetto educazione regole”, “non c’è più rispetto..poca educazione..e le regole sono considerate follia basta guardarsi in giro..” (commenti che ho riportato nella stessa forma in cui sono stati scritti).

Quando ci si esprime su un argomento bisognerebbe partire dalla propria esperienza personale, se la si ha, per poi, eventualmente, estendere il ragionamento a ciò che si è appreso. In questo caso non ho difficoltà a muovermi da ciò che ho vissuto personalmente, e posso dire che non c’è stato anno della mia vita più sprecato di quello che ho prestato al servizio di leva.
Nell’esercito non s’impara l’umiltà: s’impara l’umiliazione.
Si obbedisce, sì, come schiavi a una catena: malvolentieri. E si deve obbedire a qualsiasi sputacchio d’uomo che abbia un grado maggiore del tuo (cioè tutti) nonché ai “vecchi”, cioè quelli degli scaglioni prima del tuo, che si sentono in diritto, per questa sola ragione, di vessarti e di farti anche violenza, se non ti sottometti a chi dovrebbe essere tuo pari (mi riferisco al cosiddetto “nonnismo”). Ma forse è questo ciò che alcuni “benpensanti” intendono per “rispetto”, per “educazione” e per “regole”: la sopraffazione del più forte sul più debole.
Davvero si può rispettare chi non ci rispetta per niente?
La gerarchia non è educazione: è tirannia. Non auguro a nessun figlio di avere un’educazione del genere. Il che non significa che sia un sostenitore del permissivismo, ma soltanto che, all’interno delle caserme, ho conosciuto soltanto il peggio dell’umanità. A obbedire avevo già imparato dai miei genitori, grazie: non avevo bisogno di idioti in divisa che calcassero la mano senza poter vantare alcun diritto se non quello della costrizione.
Se i genitori hanno abdicato all’educazione dei figli non è l’esercito che deve e può rimediare, né la scuola (che pure ha un ruolo educativo fondamentale), come troppi genitori pretendono. Non è un fallimento dei figli, ma un fallimento di chi li ha cresciuti.
Il rispetto, l’umiltà, l’educazione, le regole del vivere civile si imparano a partire dalla famiglia, non nelle istituzioni (che troppo spesso ne sono la negazione). Se i figli crescono “storti” è, spesso e volentieri, perché l’esempio loro dato non è stato edificante; salvo poi pretendere da loro ciò che i genitori non hanno saputo trasmettere. Né, spesso, fare.
A chi parla di leva obbligatoria senza sapere che cosa sia consiglio la visione del film di Marco Risi “Soldati – 365 all’alba”, che spiega in maniera abbastanza fedele che cosa fosse la leva militare nel nostro Paese.

Si celebra la fine della Seconda Guerra Mondiale e, nel nostro Paese, la Liberazione. Noi di Inkroci vogliamo ricordare quel periodo buio della Storia, e per questo gli dedicheremo ampio spazio lungo tutto l’arco dell’anno. Con l’augurio che una guerra come quella che ha messo a ferro e fuoco l’Europa non debba mai ripetersi, e che il pensiero filomilitarista vada in pensione. Per sempre.

L’arte della scrittura: tra eccesso e mancanza di stile

La letteratura è un vasto panorama in cui gli autori si cimentano nel dare vita a mondi immaginari, personaggi indimenticabili e trame avvincenti. Tuttavia, nel cercare di conquistare il cuore dei lettori, si trovano spesso a navigare tra l’eccesso di stile e la sua totale mancanza.
Due autori di best-seller, Alessandro Baricco e Wilbur Smith, incarnano gli estremi opposti dello spettro stilistico, evidenziando le sfide intrinseche nella ricerca dell’equilibrio tra forma e sostanza.

Alessandro Baricco è noto per il suo stile ricercato, intriso di metafore audaci e giochi linguistici. Tuttavia, il suo eccesso di stile si trasforma spesso e volentieri in un esibizionismo fine a se stesso, mettendo in secondo piano la trama e i personaggi. In opere come “Oceano Mare” o “Seta”, la bellezza delle parole sembra sovrastare la sostanza, al punto che viene da chiedersi se l’autore si sia perso nella sua stessa eloquenza. Sarei portato a rispondere positivamente.

Dall’altro lato c’è Wilbur Smith, autore di best-seller di genere avventuroso: la sua scrittura è spesso descritta come diretta e priva di fronzoli, ma in realtà è talmente priva di stile da risultare sciatta. La sua narrazione si concentra principalmente sugli eventi e sull’azione, lasciando poco spazio alla forma. Il che finisce per tradursi in una mancanza di profondità e complessità non solo nella scrittura, ma anche nello sviluppo della trama, spesso scontata come piace ai lettori che in un romanzo non vogliono troppe situazioni inattese, e nei personaggi, poco più che sagome di cartone su uno sfondo artefatto, il tutto mascherato da un esotismo di maniera ma molto ben documentato.

Tuttavia, entrambi gli autori hanno raggiunto un livello di successo straordinario. Questo solleva una domanda cruciale: i lettori si preoccupano veramente dell’eccesso o della mancanza di stile? La risposta sembra essere un netto no. Il fatto che Baricco e Smith siano entrambi autori di best-seller dimostra che i lettori hanno gusti e preferenze così variegati che è impossibile indicare una formula univoca per il successo.

La chiave, per un autore, sembra essere quella di trovare la propria voce senza preoccuparsi eccessivamente dei due estremi testé illustrati. Ogni autore dovrebbe essere libero di esplorare il proprio stile senza sentirsi vincolato dalle aspettative del pubblico. La diversità dei lettori è tale che c’è un pubblico per ogni tipo di scrittura, che sia ricca di stile o semplicemente funzionale.
In ultima analisi, gli scrittori dovrebbero abbracciare la loro unicità e scrivere con sincerità, sapendo che c’è spazio per tutte le voci.

La Grande Guerra cento anni dopo

Nel 2014 ricorre il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, la guerra della trincea e della mitragliatrice, la guerra per convenzione chiamata “Grande”.
Siamo convinti che, se davvero oggi quella guerra può ancora chiamarsi grande, lo sia soltanto per l’enormità degli orrori e delle stragi che ha provocato. Ciò non toglie che essa debba essere ricordata come uno dei più importanti eventi iniziatici della modernità: la Grande Guerra ha rappresentato un punto di non ritorno, uno di quegli avvenimenti dopo i quali nulla è più come prima. Ciò è vero sia dal punto di vista prettamente storico che da quello scientifico che, infine, da quello culturale.
Bastino pochi esempi e un paio di citazioni a dimostrarlo: fu a seguito della Grande Guerra che – cosa inimmaginabile solo qualche anno prima – si dissolsero repentinamente quattro Imperi un tempo potentissimi (austro-ungarico, tedesco, ottomano e russo), disintegrandosi in una miriade di stati nazionali e dando spazio a una serie di tensioni socio-politiche il cui retaggio, anche se attenuato, è tuttora presente nel mondo.
In quegli anni il progresso della tecnologia ebbe inoltre un massiccio incremento, soprattutto nelle applicazioni militari. Si può dire che la Grande Guerra fu il primo conflitto completamente meccanizzato, in cui la tecnologia iniziò a trasformare gli uomini in macchine, o in loro appendici. Tuttavia, quando i soldati constatarono l’incredibile potenza distruttiva delle nuove armi, nacque e fu trasmessa dai migliori di loro la coscienza pacifista, che è una delle caratteristiche più nobili della società contemporanea. Di questi temi, dosando orrore e dolente meraviglia, parla Ernest Hemingway, autista di ambulanza sul fronte italiano, rappresentando Catherine Barkley, l’infermiera protagonista di Addio alle armi, mentre rievoca un amico inglese caduto sulla Somme: «Ricordo che avevo la stupida idea che potesse capitare nell’ospedale dove ero io. Ferito di sciabola, magari, con una benda intorno al capo… Qualcosa di pittoresco… Non fu ferito di sciabola. Andò in tanti pezzi».
Circa l’influenza della Grande Guerra sul piano culturale, valga per tutte l’icastica testimonianza di Fernand Legér, un grande pittore francese che combatté sul fronte delle Argonne: «Fui affascinato da una culatta di cannone da 75 aperta in pieno sole, magia della luce sul metallo bianco… Mi ha insegnato, per la mia evoluzione artistica, più che tutti i musei del mondo». Sono parole che, lette oggi, suonano forse troppo entusiastiche, ma che dicono plasticamente quanto quel conflitto, con il suo carico di esperienze insieme freddamente meccaniche e violentemente energetiche, abbia agito sugli artisti più ricettivi, svelando loro un nuovo modo di guardare alla realtà. Dopo le parole di Legér è superfluo elencare il grande numero di romanzieri, di poeti, di pittori, di fotografi e di cineasti (un’altra prova della modernità della Grande Guerra è che fu fra i primissimi eventi filmati della storia) che utilizzarono e continuano a utilizzare quel conflitto a soggetto delle loro opere.
Nei cento anni che ci separano dal suo inizio, la memoria pubblica della Grande Guerra, soprattutto in Italia, è stata sempre viva ma, diremo così, lievemente sbilanciata: se, legittimamente, si è rivolta ai luoghi e alle persone legati alle vicende belliche – ne è prova tangibile la toponomastica delle nostre città – più rari sono stati i riferimenti all’eredità culturale che quel conflitto ci ha lasciato. Coerentemente con i principi di Inkroci, sentiamo che il nostro contributo alla celebrazione del centenario debba andar oltre agli eventi militari, e mettere piuttosto in rilievo le voci degli artisti – voci a volte critiche, altre pensose e attonite – che da quegli eventi hanno tratto ispirazione. Potremo così riflettere, insieme ai nostri lettori, sul senso della Grande Guerra e, soprattutto, sull’influsso che essa tuttora riverbera sul presente.
In Inkroci 6 appaiono quattro pezzi sulla Grande Guerra: le recensioni dei film La grande guerra di Mario Monicelli e Uomini contro di Francesco Rosi, e la recensione del romanzo Ragazzi di belle speranze di Nathalie Bauer, corredata dall’intervista all’autrice.

Buona lettura,

Michele Curatolo

 

Come si “incrociano i fili” delle traduzioni

“Ma il guaio è che voi, caro mio, non saprete mai come si traduca in me quello che voi mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi, la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io, nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.”
Questa citazione, tratta da Uno, nessuno e centomila (1926) di Luigi Pirandello (1867-1936), mi sembra una indispensabile premessa quando si vuole riflettere sul lavoro del traduttore. Se, come afferma Pirandello, è già difficile “tradurre” quello che si dice pur parlando la stessa lingua, figuriamoci quando si fanno delle trasposizioni da una lingua all’altra. Ma procediamo con ordine.

Da quando, nel 2004, fu pubblicata per i tipi di Bompiani la commedia Un padre ci vuole, di Stefano Pirandello, figlio del più illustre Luigi di cui sopra, che vide la luce grazie all’opera preziosa e infaticabile di Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla che da anni si impegnano a ridare vita a opere e ad autori ingiustamente scivolati nell’oblio, di questa stessa opera si sono susseguite nel corso del tempo una serie di traduzioni in moltissime lingue. E sempre a opera di illustri professori. Il testo di Stefano Pirandello è stato infatti tradotto in francese, greco, bulgaro, serbo, arabo, spagnolo, inglese australiano e, nel febbraio scorso, è uscita per i tipi di CUEPRESS una nuova traduzione in inglese, britannico questa volta, a cura di Enza De Francisci e Susan Bassnett.
Come sottolineato dalla Bassnett nella prefazione, le traduttrici hanno deciso di attualizzare la lingua di Stefano Pirandello perché, a loro parere, risulterebbe “piuttosto poetica e datata” essendo la commedia stata scritta negli anni Trenta e poi riveduta negli anni Sessanta del secolo scorso. La Bassnett specifica che si è scelto un tipo di linguaggio vicino al pubblico dei nostri giorni, in cui troviamo non solo un lessico più quotidiano, ma tante espressioni idiomatiche tipiche della lingua inglese contemporanea. A questo punto è sorta in me la curiosità di andare a confrontare questa nuova traduzione con qualcuna delle precedenti per scoprire in cosa consistessero realmente le differenze, e ho scelto allora quella francese e quella spagnola, trattandosi delle due lingue con cui ho maggiore dimestichezza essendomi occupata di traduzioni.
Prima di entrare nei dettagli portando qualche esempio interessante, mi corre l’obbligo di precisare che la traduzione di Vicente González Martín, direttore del Dipartimento di Filologia Italiana della Facoltà di Filologia dell’Università di Salamanca, come pure la bella versione della compianta Myriam Tanant, storica del teatro, drammaturga e fine italianista, sono nel complesso “traduzioni letterali” e che nessuno dei due studiosi si è posto il problema di “svecchiare” la lingua di Stefano Pirandello.

Cominciamo allora dal titolo. Un padre ci vuole, in spagnolo Un padre es necesario, in francese Un père, il en faut bien un, in inglese diventa All You Need is a Father ispirato volutamente a una famosa canzone dei Beatles, in quanto, come chiarito nella prefazione da Susan Bassnett, la traduzione letterale, che sarebbe “A father is needed, does not work in English” (non funziona in inglese).
Sempre nella prefazione la traduttrice si sofferma sull’abitudine, che lei ritiene tipicamente italiana, di interrompere continuamente chi sta parlando sovrapponendosi nei dialoghi, cosa considerata manifestazione di pessima educazione dagli inglesi, per cui si è sentita in dovere di eliminare queste interruzioni in più di qualche caso. Questa mi è sembrata una forzatura perché se si tratta, come sottolinea la stessa Bassnett, di un’abitudine tipicamente italiana, bisognava rispettarla in una commedia italiana, ambientata in Italia, con personaggi italiani. Per non dire che tutta la conversazione è giocata su esitazioni, ripensamenti, dialoghi concitati in cui i vari interlocutori si interrompono a vicenda intenzionalmente per far prevalere il proprio punto di vista.

Un’altra osservazione, che mi è nata spontanea, riguarda sempre un titolo, quello della prefazione dei curatori dell’edizione italiana, Un figlio paterno, che allude all’atteggiamento del protagonista, Oreste, il quale, in certi casi, è estremamente protettivo, proprio paterno, nei riguardi del padre. Questo è tradotto dalla Bassnett His Father’s Son cioè Suo padre è il figlio che perde di vista il senso icastico dell’ossimoro del titolo voluto dai curatori. El hijo paterno in spagnolo rende perfettamente il senso originario, la traduttrice francese, invece, ha preferito glissare.
Ma veniamo a qualche altro esempio.

Fin dalle prime battute di dialogo ci imbattiamo in una frase idiomatica che per noi italiani richiede qualche chiarimento. “Sono confuso dalla stanchezza”, che in spagnolo viene reso letteralmente con “Estaba confundido por el cansancio” e in francese con “Je suis confus de fatigue”, in inglese si trasforma in “I’m getting my wires crossed” (“Sto incrociando i miei fili”). Per avere maggiori chiarimenti sul significato di questa espressione sono ricorsa all’aiuto di una mia amica madrelingua inglese la quale mi ha spiegato che il riferimento di questa frase è al lavoro dei centralinisti. E, per comprendere ancora meglio in cosa consistesse questa attività, mi sono documentata su un blog di approfondimento sui mestieri antichi. Ho così scoperto che questo lavoro “consisteva nell’inserire ed estrarre prese a jack provvedendo manualmente allo scambio di telefonate, connettendo tra loro gli utenti”. Ovviamente poteva accadere che, in particolari momenti di intenso traffico telefonico, incrociando per errore i cavi, si creasse confusione, ebbene questa espressione è arrivata fino ai nostri giorni anche se ormai le connessioni sono tutte automatizzate!

Torniamo al nostro testo. Poche battute dopo è stato nettamente modificato il senso di due frasi. La prima: “Per fermarlo: pigliandolo a viva forza” che se in francese e spagnolo, come sempre, conserva il significato letterale (nell’ordine “qui l’arrête: par la force” e “Para detenerlo: sujetándolo con todas las fuerzas”) in inglese diventa “to physycally stop him from all this nonsense” (cioè “per fermarlo da tutte queste sciocchezze”). E, subito dopo, continuando su questa falsariga, la seconda: “lo strapazzi ben bene” (“secouez le bien” in francese e “le regañe bien” in spagnolo) diventa “knock some sense into him” (“dagli un po’ di buon senso”) che però non lega più con la battuta successiva che, invece, viene resa letteralmente (“a costo di prenderlo per il collo” – “even if I have to sgrab him by the scruff of the neck”).
“Non mi cimenti” diventa così “not to bother me” (“non mi disturbi” – è comprensibile che questa possa davvero sembrare un’espressione antiquata – ma la traduzione sembra decisamente fuorviante), mentre “no me provoque” e “ne me provoque pas”, rispettivamente in spagnolo e in francese, rendono alla lettera il senso del testo originale.

In altri casi, però, la traduzione risulta più efficace del testo originale, in tutte e tre le lingue: infatti “se lui sgarra”, espressione davvero antiquata e pure inadeguata a rendere il senso, è resa con “if something happens to him (“se gli accade qualcosa”), “si él no volviese” (“se non ritorna”),  “quand il est en retard” (“se ritarda”).
Ma subito dopo, nella stessa pagina “Il proposito di uccidersi lo mise in atto sì o no?” diventa “Did he or did not threaten to kill him self? (“ha minacciato o no di uccidersi?”) che falsa completamente il senso e contrasta con quanto viene affermato subito dopo: “restò quasi cinque mesi tra la vita e la morte”.

Più letterali come sempre lo spagnolo “El intento de matarse lo llevó a cabo sí o no?” e il francese “Il a tenté de se tuer oui ou non?” Mettere in atto non è minacciare, sembra evidente specialmente se si resta “cinque mesi tra la vita è la morte”!
Spesso non risulta chiaro l’intento della Bassnett e della De Francisci, anzi, a volte l’esigenza di attuare una “domestication”, di rendere cioè più familiari le espressioni usate, porta a risultati che fanno sorridere come quando la frase “A freddo! Lo vede? A freddo!”, che allude all’atteggiamento di Oreste che intenzionalmente vuole farsi trovare dal padre in stato di agitazione, diventa “He’s calm! See that? Cool as a cucumber! (“È calmo! Lo vedi? Fresco come un cetriolo!”).

Un’altra frase idiomatica non necessaria, a mio parere, è “you’ve got the wrong end of the stick” (ha preso la parte sbagliata del bastone), che traduce “lei si sbaglia”, espressione che deve essere sembrata, forse, troppo banale.
Sono perciò molteplici i fraintendimenti ma mi soffermerò soltanto su quelli che mi sembrano i più vistosi.
Ad esempio, alla fine del primo atto ci imbattiamo in una traduzione, senz’altro molto “british”, che rende l’italiano “Che vergogna! Che vergogna!” con “It’s so embarrassing! So embarrassing!” (“È così imbarazzante! Così imbarazzante!”). Mentre, all’inizio del secondo atto, l’antiquato e letterario “Che sciagura!” diventa il più colloquiale “Such a mess!” (Che casino!), espressione sicuramente meno “british” della precedente ma molto in uso in tutte le occasioni nell’inglese colloquiale, però le traduttrici la mettono in bocca non solo a personaggi appartenenti alla “lower class” come Cravanzola, che è un mercante di campagna, ma anche a Oreste e a un professionista come il dottor Bruti, venendo così meno al proprio intento di utilizzare i registri linguistici caratteristici delle diverse classi sociali di appartenenza dei vari personaggi attraverso l’uso di “linguistic class markers” (indicatori linguistici di classe).

Un altro termine di uso molto frequente nell’inglese contemporaneo è “bloody”, un intercalare che serve per enfatizzare il discorso. Così “alto consenso” diventa “bloody consent” (“maledetto consenso”), e anche il semplice “lo credo bene” diventa “I should bloody well hope so” (“lo dovrei credere maledettamente bene”), ma “je veux bien le croire” in francese e “me gustaría creerle” in spagnolo, a mio parere, sono versioni decisamente migliori.
Va meglio, per fortuna, quando si deve rendere un’espressione idiomatica italiana che, ovviamente, è intraducibile e quindi lascia spazio alle traduttrici. “Mettere nel sacco anche me” per gli inglesi è “Pull the wool over my eyes as well! (Tira la lana anche sui miei occhi). La Tanant sceglie, a sua volta, l’espressione: “Me rendre complice de ça” (“Mi rendi complice di ciò”); González Martín, invece, traduce semplicemente: “Meterme tambien a mí en el saco”. Anche in un altro caso la traduzione inglese, che si serve di un’espressione idiomatica, risulta più convincente dell’italiano: “Io devo obbligarlo a non credersi sciolto” si trasforma in “I have to make him not fell like he’s off the leash!” (“devo fare in modo che non si senta fuori dal guinzaglio”).

Molti altri sarebbero gli esempi interessanti da riportare ma è meglio fermarsi qui, aggiungendo soltanto che una comprensione completa di tutte le sfumature dell’opera, con le loro conseguenti traduzioni, efficaci e fedeli, si riscontra solo nel lavoro del prof. Vicente González Martín il quale, senza apportare tagli immotivati di parti di testo, e, soprattutto, senza eseguire “voli creativi”, si attiene scrupolosamente a quanto scritto da Stefano Pirandello rendendolo in modo davvero impeccabile.
Anche la traduzione della prof.ssa Myriam Tanant è pregevole pur se, a volte, sembra evitare gli ostacoli semantici e interpretativi, sorvolando su frasi particolarmente ostiche.

Per quanto riguarda infine la versione di Enza De Francisci e Susan Bassnett mi sono lungamente soffermata su di essa nelle pagine precedenti e, in conclusione, non posso che fare mie le convinzioni delle stesse traduttrici secondo cui “any translation is a process of negotiation and intercultural mediation” (“ogni traduzione è un processo di negoziazione e mediazione interculturale”) e allora, da questo punto di vista, la loro traduzione può ritenersi riuscita.

 

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