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Editoriale

Il trionfo del pop: benvenuti nell’epoca dell’anestesia culturale

“Non lo vedevamo? Non ce ne siamo accorti?” sono domande retoriche, quasi comiche, che ci si potrebbe porre contemplando l’attuale panorama culturale, letteratura inclusa. Il pop, con la sua implacabile strategia di massificazione e banalizzazione, ha ormai distrutto ogni angolo di autentica ricerca artistica. Era inevitabile, direte? Forse, ma dobbiamo davvero accettarlo senza colpo ferire?
Non fraintendetemi: non si tratta di un’accusa verso chi ama la leggerezza o la semplicità, ma verso un sistema che ha reso quella la sola opzione disponibile. Libri che esplorano la complessità umana? Troppo impegnativi. Trame che richiedono un minimo sforzo intellettuale? Nah, meglio un po’ di comfort food letterario: personaggi piatti, dialoghi che sembrano usciti da un algoritmo e trame che scivolano via come serie TV da binge-watching.

La letteratura di massa si è trasformata in una versione decorativa di se stessa, un’esperienza confezionata per soddisfare le aspettative immediate di chi, distratto dal bombardamento social, non vuole pensare. E che cos’è il pop, se non l’arte di appiattire, di rendere tutto omogeneo, tutto digeribile? Abbiamo trasformato i romanzi in una catena di montaggio emotiva: vuoi ridere? Ecco una battuta. Vuoi piangere? Qui c’è un cliché drammatico (drammatico, attenzione: mai tragico, che la tragedia è troppo da digerire). Vuoi sognare? Prego, il solito eroe con l’arco narrativo prefabbricato e semplificato.
E non parliamo del linguaggio! Una volta potente veicolo di idee, ora ridotto a una melassa informe, un miscuglio di frasi fatte, espressioni vuote e slogan. Dov’è finita la letteratura che sfida? Quella che disturba, che provoca? Forse è stata archiviata come troppo “demodé”, mentre i bestseller propongono storie che scorrono come acqua tiepida, lasciandoci esattamente come ci hanno trovati: addormentati, assuefatti, acquiescenti.

Si dirà: “Il pop vende, la cultura è una nicchia”. Certo, ma è davvero impossibile immaginare un modello diverso? Davvero non ci serve più una letteratura che provoca e stimola, ma solo qualcosa che “intrattiene”? E, ribadisco, il problema non è la presenza del pop, ma la sua egemonia. Non è un caso che chi prova a sfidare questo dominio venga relegato ai margini, etichettato come “elitario” o, peggio, “noioso”. Guai a parlare di profondità: il pop la aborre – preferisce la superficie, brillante e lucida come una vetrina.
Da quando, esattamente, il valore di un’opera culturale è misurato dalla sua vendibilità? La letteratura che conta, quella che spinge a pensare e sfida le convenzioni, non ha mai avuto come scopo primario il mercato. Eppure eccoci qui, in un mondo dove “se vende, vale” sembra essere il nuovo dogma. Il che presuppone il suo deleterio opposto: “se non vende, non vale”. Un ragionamento che rasenta il ridicolo: misurare la cultura con il metro delle copie vendute è come giudicare un quadro dal colore della cornice.
Il paradigma “se non vende, non vale”, rappresenta la completa inversione dei valori culturali: la quantità al posto della qualità, la logica del profitto che fagocita il senso stesso della creazione artistica. Una visione mercantile che non lascia spazio all’immaginazione, all’audacia o alla ricerca del nuovo.

Dunque che cos’è la letteratura, oggi, se non un prodotto da scaffale, un brand? Autori che diventano marchi, romanzi che si vendono più per il nome in copertina che per il contenuto. Qualcuno ricorderà quando i libri erano spazi di libertà, non semplici merci? Quei tempi sembrano così lontani, sostituiti da un’industria che se ne frega della qualità, punta soltanto alla velocità di consumo.
“Pop has eaten itself”, dicono gli anglofoni. E noi? Noi ci siamo lasciati mangiare senza opporre resistenza, sorridendo, mentre il pop digeriva tutto: idee, speranze, visioni. Ma ora, guardando il panorama letterario desertificato, dovremmo almeno avere il coraggio di ammettere che, sì, è successo sotto i nostri occhi. E non solo: abbiamo lasciato che accadesse, spettatori imbelli di questa società dello spettacolo che tutto ingloba, come ben denunciava Guy Debord nel suo celebre manifesto, in cui ci ammoniva che “tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione” e che “il mondo intero è diventato merce”. Ci aveva avvertiti, già alla fine degli anni Sessanta. E noi, per cinquant’anni, ci siamo limitati a fare spallucce. Con il nostro silenzio e la nostra indifferenza, abbiamo permesso che la cultura si trasformasse in mero intrattenimento senz’anima, scambiandola per una forma di libertà. Ma è una libertà ingannevole: quella di scegliere tra prodotti identici, svuotati di significato e piegati alla logica del consumo.
E no, non è affatto divertente.

Heiko H. Caimi

Il numero 50: un traguardo condiviso

Cari lettori,

eccoci qui, al numero 50. Pensarci fa un certo effetto: il primo editoriale, scritto con entusiasmo e un pizzico di trepidazione dal nostro direttore, ci sembra ancora vicino. Eppure sono passati anni, anni di racconti, interviste, recensioni e riflessioni.

Quando abbiamo iniziato, ci auguravamo che Inkroci potesse diventare un luogo di scambio e contaminazione, un punto d’incontro per chi ama osservare il mondo e raccontarlo. Non sapevamo allora quanta strada avremmo percorso, ma oggi possiamo dire con orgoglio che l’obiettivo è stato raggiunto. Non senza sforzi, certo, ma grazie a un impegno costante e, soprattutto, a voi lettori che ci avete accompagnato.

Cinquanta numeri fa parlavamo di fare cultura in un periodo che già sembrava complicato. Oggi le difficoltà non sono certo diminuite, ma resta forte il nostro desiderio di continuare a osservare, raccontare e immaginare. Inkroci, come il suo nome suggerisce, è sempre stato uno spazio per intersecazioni di idee, esperienze e linguaggi. Con questo numero vogliamo celebrare proprio il valore della contaminazione, della curiosità e della condivisione.

Quindi, grazie. Grazie a chi ci legge, a chi ci scrive, a chi ha creduto in noi e continua a farlo. Questo traguardo non è soltanto nostro, ma di achiunque, in un modo o nell’altro, abbia “inkrociato” la propria strada con la nostra.

E ora? Non vogliamo fermarci. Continueremo a camminare insieme, magari inciampando un po’, ma sempre con lo sguardo rivolto verso nuovi orizzonti. E con gli occhi aperti sul mondo.

Buona lettura,

La redazione

Umanità

Cari lettori,

come sapete, Inkroci non si è mai occupata direttamente del “fatto del giorno”, ma intende abbracciare il presente dell’Uomo con la narrazione.
Tuttavia, la mercificazione e l’escalation della morte che attraversano la nostra epoca ci impongono la responsabilità di esprimere, subito e in modo chiaro, il nostro NO, non in nostro nome, alla logica della guerra e all’egemonia finanziaria che la governa.
E vogliamo farlo a modo nostro: attraverso l’arte.  L’arte straziata e straziante di questo canto degli Area, questo grido diviso tra il desiderio di pace e la necessità della “guerra all’omertà”.
Perché l’Umanità ritrovi il proprio senso e il proprio essere prima e sopra ogni cosa in questo mondo.
Questo è ciò che vorremmo, in nostro nome.

Buona lettura,

La redazione

حبيبي
بالسلام حطيت ورود الحب ادّامك
بالسلام مسحت بحور الدم علشانك
سيب الغضب
سيب الالم
سيب السلاح
سيب السلاح وتعال
تعال نعيش
تعال نعيش يا حبيبي
ويكون غطانا سلام
عايزاك تغني يا عيني
ويكون غناك بالسلام
سمع العالم يا قلبي وقول
سيبوا الغضب
سيبوا الالم
سيبوا السلاح
وتعالوا نعيش
تعالوا نعيش بسلام

(Trascrizione egiziana di Ibrahim)

TRADUZIONE

Mio amato
Con la pace ho depositato i fiori dell’amore
davanti a te
Con la pace
con la pace ho cancellato i mari di sangue
per te
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
Vieni e viviamo o mio amato
e la nostra coperta sarà la pace
Voglio che canti o mio caro ” occhio mio ” [luce dei miei occhi] E il tuo canto sarà per la pace
fai sentire al mondo,
o cuore mio e di’ (a questo mondo)
Lascia la rabbia
Lascia il dolore
Lascia le armi
Lascia le armi e vieni
a vivere con la pace.

(Traduzione di Ammar)

 

Giocare col mondo facendolo a pezzi
bambini che il sole ha ridotto già vecchi

Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’omertà.
Forse un dì sapremo quello che vuol dire
affogare nel sangue con l’umanità.

Gente scolorata quasi tutta uguale
la mia rabbia legge sopra i quotidiani.
Legge nella storia tutto il mio dolore
canta la mia gente che non vuol morire.

Quando guardi il mondo senza aver problemi
cerca nelle cose l’essenzialità
Non è colpa mia se la tua realtà
mi costringe a fare guerra all’umanità.


NOTA
Il testo in egiziano è ispirato a una canzone popolare greca della Macedonia.
Il testo della canzone degli Area è di Gianni Sassi ed è tratta dall’album “Arbeit macht frei”, del 1973.
Per la trascrizione e la traduzione dall’arabo dobbiamo ringraziare Gianni Costa e Ammar.
Ringraziamo anche Lorenzo e i gestori del sito www.antiwarsongs.org per averci permesso di utilizzare la loro trascrizione e la loro traduzione, nonché Ale Fernandez e il sito www.guerrillatranslation.es per la versione in inglese, pubblicata a suo tempo su www.inkroci.com.
Potete ascoltare la canzone degli Area qui: https://www.youtube.com/watch?v=kj1P7S47eZQ
Potete ascoltare la cover della canzone realizzata da Ale Fernandez qui: http://soundcloud.com/alefernandez/

Iterazione e ridondanza: gli schemi semplificati della cultura contemporanea

Il fenomeno della ripetizione e dell’iterazione nei prodotti culturali moderni risponde a un’esigenza di prevedibilità e rassicurazione, caratteristica di una società sovraccarica di complessità e stimoli. La tendenza a semplificare e ridurre l’inatteso emerge sia nella musica, con l’affermarsi di hit simili tra loro all’interno del repertorio di uno stesso artista, sia nella narrativa, con la proliferazione di produzioni seriali e format ripetibili. Questa “fame di ridondanza” riflette una sorta di ricerca del familiare e del prevedibile, in grado di lenire l’ansia generata dalle continue trasformazioni del mondo moderno.

In ambito musicale, l’esigenza di ripetere schemi di successo è manifesta nella produzione di brani che variano solo leggermente dall’uno all’altro, assecondando il desiderio del pubblico di rivivere una determinata esperienza sonora ad libitum. Secondo Simon Reynolds, critico musicale britannico, la musica popolare contemporanea è “ossessionata dalla ripetizione” e si basa su un ciclo di auto-citazioni e riferimenti costanti, che si traducono in una semplificazione dell’ascolto e in una memorizzazione istantanea dei brani da parte degli ascoltatori.
Allo stesso modo, la narrativa contemporanea, in particolare quella seriale e di genere, risponde a un’esigenza simile. Come sostiene Umberto Eco in Apocalittici e integrati, le narrazioni seriali si basano su “schemi ricorrenti” che fungono da archetipi, offrendo un senso di stabilità che permette al lettore di trovarsi a proprio agio all’interno di mondi narrativi familiari. La rassicurazione che deriva dalla prevedibilità della struttura narrativa stimola l’identificazione e il senso di continuità, elementi cruciali in un’epoca in cui il lettore cerca rifugio dalla complessità e dall’imprevedibilità della vita reale.
Un altro aspetto significativo è il consumo rapido e frequente di contenuti iterativi e “a puntate” nelle piattaforme di streaming, che rende lo spettatore avvezzo a narrazioni veloci e ripetitive, spesso incentrate su eroi, mondi o situazioni ciclici. Come ha osservato Mark Fisher, l’industria culturale contemporanea tende a promuovere un “tempo senza eventi” o “tempo piatto”, nel quale si ha l’impressione che i cambiamenti effettivi siano pochi o, se presenti, reversibili. La ripetizione e il ritorno di pattern simili producono così un “presente continuo”, in cui l’esperienza del consumo culturale diviene una fuga ciclica dalle complessità del mondo reale.

La ricerca di questi contenuti semplici e ciclici riflette un bisogno di sicurezza e stabilità, e agisce come una sorta di “comfort zone” cognitiva, dove l’imprevisto è minimizzato. Il “presente continuo” offerto dai consumi ciclici e ridondanti, però, crea una sorta di stasi temporale, nella quale il passato e il futuro si appiattiscono a favore di un eterno “qui e ora” facile da gestire e digerire, il che si traduce in un distacco dalla complessità della vita contemporanea e dall’impegno per comprenderla, limitando il cambiamento e il pensiero critico.
Insomma, il consumo culturale ciclico offre un rifugio temporaneo dalle sfide quotidiane, ma rischia di inibire la capacità delle persone di affrontare, interpretare e risolvere le problematiche reali del loro tempo. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Per rimediare a questo stato, che si traduce anche in stasi creativa, sarebbe necessario un impegno congiunto da parte di educatori, istituzioni culturali, critici, creatori e pubblico. Soltanto attraverso una collaborazione a lungo termine sarebbe possibile ristabilire un equilibrio tra la prevedibilità rassicurante dei contenuti seriali e l’entusiasmo per l’originalità e l’innovazione culturale. Ma non vedo la volontà di realizzarlo, da parte di nessuno degli attori coinvolti. Per pigrizia o per interesse, si preferisce adagiarsi nel comodo abbraccio della ripetitività.
E intanto l’ombra della sera scendeva.

Un mondo di storie sterilizzate: verso l’imposizione di una narrativa asettica

Illustrazione di Andreas Decker

Immaginatevi un mondo in cui le storie sono lisce, come la carta patinata di una rivista per famiglie, nella quale nessuna riga osa sporcare la morale collettiva e ogni frase è passata al setaccio per assicurarsi che non vi sia nulla di irritante, scomodo o, Dio ce ne scampi, provocatorio. Ecco il paradiso immaginato dai fanatici del politicamente corretto: un circo di narrazioni insipide, pettinate e prive di un vero scopo, perché l’unico scopo che costoro concepiscono è non urtare nessuno, mai.
Negli ultimi anni, sempre più voci si alzano per chiedere agli scrittori non soltanto di scrivere “come si deve”, come “autori ammodo”, ovvero aderendo a manifesti di moralità e correttezza politica di una rigidità quasi clericale. Gli scrittori, dicono, devono dare l’esempio e plasmare il mondo con le loro storie: e per farlo, non devono osare oltrepassare i confini stabiliti. Basta un personaggio “scomodo” o un linguaggio più crudo per fare il salto dalla letteratura alla “scandalo”. E questo, secondo loro, va evitato a tutti i costi. Ma che tipo di letteratura potrà mai nascere sotto questi vincoli? La risposta è semplice: una letteratura timorosa, tremebonda, priva di ardimento e di libertà, senza punte e senza spine, senza ombre e senza ambiguità.
Questi “giustizieri della sensibilità” vorrebbero che gli autori stessi si autocensurassero, imponendo loro di seguire “manifesti” preconfezionati, come dovessero trasformarsi in maestrini intenti a costruire opere rigorosamente conformi ai dettami di una morale collettiva. In altre parole, la letteratura dovrebbe essere come una linea di prodotti: omologata, controllata e pronta per la distribuzione “sicura” ai consumatori, dove nulla, davvero nulla, dovrebbe causare “disturbo”. Ma dove finisce l’arte, in questo processo? Dove si nasconde la libertà, se non è permesso sbagliare, disturbare, fare provocazioni, creare ambiguità?
Se un libro turba, disturba o addirittura irrita, ebbene, questo è proprio quel che dovrebbe fare, perché è ciò che permette al lettore di riflettere, di crescere, di conoscere il mondo per com’è, anche nei suoi aspetti più scomodi e scabrosi. Siamo davvero sicuri di preferire personaggi somiglianti a marionette, a educande allineate nelle loro divise tutte uguali per compiacere un pubblico di anime “delicate”? Se così fosse, dovremmo abbandonare molti grandi capolavori del passato. Dovremmo riscrivere Dostoevskij, eliminare Kafka, sgonfiare Dante di ogni infernale crudezza, ripulire Wilde da ogni ironia pungente, bruciare Bukowski sulla pubblica piazza e, per la carità, non pensare neanche di pubblicare Orwell. Dovremmo svuotare le biblioteche, lasciandoci dietro solo manuali di buon comportamento travestiti da romanzi.
In questo regime della sensibilità estrema, perfino le parole vengono messe sotto processo, quasi fossero dei criminali. I “termini inappropriati” devono sparire, i “temi delicati” vanno annacquati, e ogni autore che osi sgarrare sarà tacciato di lesa morale, colpevole senza processo. Perché loro sono “i migliori”, e tutto ciò che propugnano è sacro e incontestabile.
Siamo finiti in un’epoca grottesca in cui le parole diventano sorvegliate speciali, strumenti che, se non pesati con il bilancino, rischiano di scatenare condanne, campagne d’odio e, peggio ancora, autocensure da parte di chi, per paura del linciaggio, preferisce ammorbidire le proprie idee.
Ma davvero qualcuno può credere che basti un filtro linguistico per proteggere il mondo dalla complessità? Forse è ora di ricordarci che l’arte non nasce per rassicurare, ma per sfidare, per rivelare e per creare. Non per addolcire la realtà, ma per mostrarla nuda e cruda, come sanno fare i grandi narratori, quelli che si rifiutano di scrivere storie asettiche e illusorie e che insistono invece a presentare personaggi e situazioni che vivono, sbagliano e gridano le proprie contraddizioni.
D’altronde, è davvero così difficile capire che nessuno è obbligato a leggere ciò che lo disturba? Non ti piace un libro? Basta non aprirlo, invece di scagliare inutili quanto becere crociate contro autori ed editori. Un atto di libertà sarebbe proprio quello di lasciar libera anche la letteratura. Sì, perché i veri bigotti sono coloro che si ergono a difensori di una “letteratura pulita” e senza eccessi, priva di rischi e di sorprese.
Allora, lasciamo la letteratura libera di essere quello che è sempre stata: un territorio selvaggio, e per certi versi pericoloso, in cui ogni lettore sa che non troverà soltanto conferme e conforto, rassicurazioni e liete fini, ma anche domande scomode, risposte non richieste e, talvolta, profonde inquietudini. È qui che la letteratura diventa più vera e, soprattutto, più umana: nel raccontare il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto, senza doversi scusare con nessuno. Perché non nasce per compiacere, ma per far riflettere. E chi preferisce fiabe asettiche, innocue e conformi, può sempre leggere le etichette dei prodotti sugli scaffali: quelle, di certo, non urtano nessuno.

La vita in diretta è come la morte

La vita in diretta è la morte di un autore, ché qualcuno deve pur scriverli quei testi abominevoli: telenovele a base di sentimenti, giocare sulla pelle delle persone, dispensando musica, lacrime e abbracci. Ed eccoci qui anche oggi tra figli dispersi e madri abbandonate, santoni che soggiogano povere menti abbindolate, abbracci disperati, angosciosi lamenti. Verrebbe da piangere anche a me davanti a questo spettacolo impietoso che guardo con un occhio solo mentre provo a leggere L’assassinio del commendatore, ma mia madre non vuol spegnere quel fastidioso sottofondo, preferisce sprofondare tra il dolore in diretta e la morte annunciata. La mia tristezza è solo per gli autori – meglio la banca, mio Dio, meglio la banca! – che magari vorrebbero fare gli scrittori e son costretti a scrivere certe sceneggiature, persino a inventare quando la realtà non è abbastanza tragica.

Ecco il melenso presentatore che s’indigna, finge dolore e compassione a caccia di audience per le sue vite che si sgretolano in diretta. Pare un barboncino, il triste imbonitore che intervista e lancia collegamenti in diretta verso la tristezza. Tito Stagno del dolore che fa partire un razzo verso il cuore e lo perfora tra lacrime e rancore; lacrima movie del Duemila dove ogni giorno muoiono bambini, scompaiono ragazzi, si uccidono ragazzine. E il nostro barboncino, tutto sdegno, sconforto e preoccupazione, si getta a capofitto nel marasma, scava a mani nude, ti consegna il dolore, te lo fa palpare. Sorrisi melliflui, lacrime finte, cercando sguardi tristi, allampanati, per fare ascolti con lacrime vere di chi cade nella trappola di questa televisione a base di dolore.

E nel finale il sangue di San Gennaro si scioglie in pettegolezzi da rotocalco anni Duemila, la sola stampa che si vende ancora, continuando la meraviglia di quel che siamo diventati, cercando di capire il perché di quel che ci è accaduto. Non eravamo così, almeno non ricordo, ma ci sta che sia tutto un triste dipanarsi di realtà secondo meccanismi consueti, forse solo ricordando il passato restano cose da salvare. Lo spero proprio.

 

Scrivere senza leggere: l’audace impresa del vuoto creativo

C’è una nuova categoria di “geni” tra di noi: quella degli scrittori che, con straordinaria presunzione, vantano il fatto di non leggere una riga di altri autori. Alcuni si spingono oltre, affermando addirittura di non aver mai sfogliato un libro in vita loro (forse hanno dimenticato le letture della scuola dell’obbligo), come se questo li rendesse puri, incontaminati, quasi mistici creatori di parole mai influenzate dall’ingombrante peso della letteratura, quella nostrana come quella mondiale.
Questi autori sono, evidentemente, dotati di un innato dono divino, capace di plasmare storie dal nulla, senza doversi sporcare le mani con quella fastidiosa attività chiamata “leggere”. Perché mai dovrebbero farlo? In fondo, chi ha davvero bisogno di confrontarsi con la maestria di un Dostoevskij o la poesia di una Dickinson? Che utilità potrebbe mai avere cogliere i mille modi diversi in cui si può costruire una trama, caratterizzare un personaggio o dare ritmo a una narrazione? No, no. Meglio ignorare tutto questo e scrivere liberamente, come si dice, “di pancia”. Buona la prima, avanti con un nuovo capitolo!

Poi c’è una sottocategoria ancora più raffinata: quella di chi teme di contaminare la propria “purezza artistica” leggendo altri autori. Il rischio, a sentir loro, sarebbe quello di smarrire l’originalità, di inquinare la propria inconfondibile e originalissima “voce”, come se bastasse aprire un libro di Calvino e puf, ecco che il loro genio creativo si dissolve in un’eco di imitazione. Certo questo presuppone una fragilità artistica di una delicatezza quasi commovente: basta una riga di Saramago, e la loro “voce” si perde nel mare delle influenze altrui. Poveretti!
Naturalmente, questa fobia della contaminazione ignora secoli di storia dell’arte e della scrittura, dove i più grandi non solo leggevano avidamente, ma si contaminavano ben volentieri: si arricchivano e creavano capolavori proprio attraverso le influenze reciproche. Immaginiamo Picasso, nella sua fase cubista, che teme di “contaminarsi” studiando le maschere africane. O Joyce, che decide di non leggere l’Odissea per evitare che il suo Ulisse venga influenzato da quel tale Omero.

La verità è che scrivere senza leggere è come voler diventare chef senza mai assaggiare un piatto. Lontano dall’essere un atto di coraggio o di originalità, è un percorso sicuro verso la mediocrità, nel quale l’unica contaminazione possibile è quella del proprio vuoto creativo. E la prossima volta che questi aspiranti letterati sentono il richiamo della penna, forse sarebbe meglio si dessero a un’attività più soddisfacente, in cui la penna non serve proprio. Il lancio delle freccette, per esempio.

Ma, per rimanere nei cliché più vieti, solitamente molto cari a questo genere di autori, potrebbero darsi all’agricoltura, o fare gli impiegati alle poste. Con buona pace di queste categorie, naturalmente, visto che tra loro sono nati autori come John Steinbeck, che prima di diventare uno dei più grandi scrittori mondiali ha lavorato come bracciante agricolo in California, o Charles Bukowski, che ha trascorso anni nel “Post office” che ion seguito ha ispirato il suo omonimo romanzo.
Steinbeck, tra un campo e l’altro, trovava persino il tempo per leggere una vasta gamma di testi, dalla letteratura classica alla filosofia, passando per la scienza, assorbendo influenze che hanno arricchito la sua comprensione della condizione umana. Bukowski, nonostante la sua immagine da poeta maledetto, era un lettore vorace: Dostoevskij, Hemingway e altri giganti della letteratura lo ispiravano profondamente, senza mai soffocare la sua inconfondibile voce.
Ecco quindi il paradosso: la lettura non li ha “contaminati”, anzi, ha reso più forte e originale la loro visione del mondo. Ma come lo spieghi a chi è troppo pigro per leggere e troppo pieno di sé per confrontarsi con gli altri autori?

P.S. Mi verrebbe la tentazione di rititolare questo articolo: “Braccia strappate alle freccette”.

Gli editor e le scuole di scrittura: i veri nemici degli scrittori

Sul web impazza un maleolente cumulo di sciocchezze generalizzanti sugli editor e sulle scuole di scrittura: un coacervo di pregiudizi (evidentemente dovuti a scarsissima conoscenza, a sentito dire o ad un’unica e isolata esperienza negativa), fraintendimenti, supponenza e malafede. Ah, gli editor, e le scuole di scrittura poi! Carceri inutili che imprigionano il genio, mentre invece la creatività dev’essere libera da ogni costrizione, da ogni freno! Perché le regole solo a questo servono: a castrare l’estro dei grandi autori, che sarebbero bizzeffe se non ci fossero queste figure (anzi, questi figuri!) mutilanti. E, se è vero che le regole stupide non servono, c’è tutto il vasto campionario dei ferri del mestiere: solo chi è pigro e supponente può pensare che non occorrano, e che si possano infrangere le regole senza conoscerle. Le regole, dopotutto, sono come i freni in un’auto da corsa – puoi ignorarli, certo, ma non sorprenderti quando ti schianti al primo angolo.

Una messe di pseudo-autori sostiene che gli editor siano i distruttori della “vera” arte, dei sadici conformisti che costringono gli autori (come se poi li si potesse costringere!) a limare, correggere e persino (orribile a dirsi!) migliorare il loro lavoro. Come se la scrittura, anziché richiedere cura e riflessione, fosse una sorta di epifania divina che si materializza perfetta al primo tentativo.
E poi c’è la scuola di scrittura: cos’è mai questo terribile luogo dove si insegna il mestiere torturando la spontanea genialità degli aspiranti scrittori, come se uno non potesse semplicemente sedersi e produrre capolavori? Ah, certo! Perché tutti nascono sapendo esattamente come costruire una trama complessa, creare personaggi indimenticabili e padroneggiare i segreti del ritmo narrativo.
Sarebbe come sostenere che i pittori non dovrebbero imparare a mescolare i colori, i musicisti a leggere spartiti, o gli chef a non bruciare le cipolle. No, perché nella scrittura, e solo nella scrittura, si può essere geni a colpi di improvvisazione e senza nessuno che ti suggerisca che forse il protagonista non dovrebbe morire in dieci occasioni diverse o parlare a pagina dieci come un raffinato intellettuale e a pagina trenta come uno scaricatore di porto.

Per fortuna esistono gli editor, i coraggiosi guardiani che salvano i lettori da infiniti monologhi senza senso e dialoghi che suonano come quelli tra due lavatrici in sciopero. E le scuole di scrittura? Servono a ricordare a tutti che sì, l’ispirazione è importante, ma che, senza tecnica, quella scintilla di genio può facilmente spegnersi in un fiume di banalità. Come quelle che solitamente scrivono questi principianti privi di umiltà e “nati imparati”.

Agatha Christie: quando un romanzo può salvare una vita

Nel mondo della narrativa gialla, Agatha Christie è celebre per la sua capacità di architettare complessi intrecci narrativi, dove ogni dettaglio ha una sua importanza. Ma ciò che accadde nel giugno del 1977 superò le trame stesse dei suoi romanzi: un suo libro, Un cavallo per la strega [The Pale Horse, 1961], divenne uno strumento inaspettato per salvare una vita reale.

Era un giorno qualunque per l’infermiera Marsha Maitland, quando nella sua clinica arrivò una bambina di appena 19 mesi, gravemente malata. La piccola paziente manifestava sintomi strani e preoccupanti: perdita di capelli, debolezza, dolori muscolari e sintomi neurologici. I medici erano sconcertati. Nonostante numerosi esami, nessuno riusciva a capire quale fosse la causa di quel rapido deterioramento. Le condizioni peggioravano di ora in ora, e la sua vita sembrava appesa a un filo.
Fu allora che accadde qualcosa di straordinario. Mentre osservava la piccola e ascoltava i medici discutere, l’infermiera Maitland ebbe una sorta di epifania. Quei sintomi, così peculiari, le ricordarono qualcosa, qualcosa che le sfuggiva ma che, come un’investigatrice dei romanzi gialli, era sicura che albergasse nella sua mente: un dettaglio, un particolare risolutivo. Finalmente le tornò alla memoria Un cavallo per la strega, uno dei romanzi di Agatha Christie che aveva letto di recente. Nel libro, Agatha Christie descriveva in modo preciso e dettagliato un avvelenamento da tallio, un raro metallo pesante che nel passato era stato spesso usato come veleno.
Il tallio è estremamente tossico, ma i suoi sintomi non sono sempre immediatamente riconoscibili, cosa che lo rende insidioso. Nel romanzo, i personaggi avvelenati dal tallio soffrivano di perdita di capelli, dolori muscolari e problemi neurologici—esattamente come la piccola paziente di Marsha Maitland.
Senza perdere tempo, Marsha Maitland riferì la sua intuizione ai medici. Sorpresi, ma disperando di trovare una qualsiasi altra risposta, decisero di testare la bambina per avvelenamento da tallio. E, incredibilmente, l’intuizione di Maitland si rivelò corretta. Gli esami confermarono la presenza di tallio nel corpo della bambina.

Grazie all’intuizione ispirata da un romanzo di Agatha Christie, i medici poterono intervenire in tempo, somministrando alla piccola il trattamento corretto per eliminare il tallio dall’organismo. La bambina, che sembrava destinata a un esito fatale, si riprese lentamente e riuscì a guarire.
Nel frattempo si indagò sulle possibili fonti di avvelenamento, e fortunatamente si poté concludere che era stata esposta accidentalmente, con ogni probabilità attraverso un veleno per topi che conteneva tallio, ampiamente utilizzato in quegli anni. Non ci fu quindi nessun intento doloso o criminale, ma piuttosto una sfortunata esposizione involontaria che non ebbe conseguenze fatali solo grazie al riferimento cruciale trovato nel romanzo della Christie dall’infermiera Maitland.

Questo incredibile episodio dimostra come un romanzo della scrittrice inglese, famosa per la sua precisione nei dettagli scientifici e tossicologici, abbia avuto un impatto reale e inatteso sulla vita di qualcuno. Un cavallo per la strega si dimostrò così non solo un romanzo avvincente, ma uno strumento di conoscenza che, in questo caso, fece la differenza tra la vita e la morte.
Agatha Christie non era un medico, ma il suo interesse per i veleni era alimentato da esperienze personali. Durante la Prima Guerra Mondiale aveva lavorato come assistente in una farmacia, e lì aveva acquisito familiarità con alcune sostanze tossiche e i loro effetti. Questo bagaglio di conoscenze divenne in seguito cruciale in alcuni dei suoi romanzi, ma probabilmente neanche lei avrebbe immaginato che, un giorno, uno dei suoi gialli sarebbe stato usato per un consulto medico.
L’ironia della sorte vuole che Agatha Christie, scomparsa nel gennaio del 1976, pochi mesi prima dell’avvelenamento, non seppe mai di aver salvato la bambina. La scrittrice, morta all’età di 85 anni, era già passata alla storia come la regina del giallo, ma non visse abbastanza per scoprire che uno dei suoi romanzi, pubblicato quindici anni prima, avrebbe contribuito a salvare una vita.
Senza rendersene conto, la Christie aveva lasciato un’eredità che andava oltre i suoi celebri intrecci e personaggi. Il suo amore per i dettagli e la sua meticolosa conoscenza dei veleni avevano trasformato Un cavallo per la strega in uno strumento medico, regalando una seconda possibilità a una bambina e uno straordinario aneddoto alla vita reale.

La storia della bambina e dell’infermiera Marsha Maitland è una testimonianza del potere della letteratura e dell’importanza di osservare, ricordare e agire. E per Agatha Christie, la regina del crimine, questo fu uno degli episodi più straordinari, benché indiretti, del suo lungo e glorioso contributo alla cultura e alla vita di milioni di lettori.

Caterina Mannelli

Gli ultimi giorni di Robert Finnegan: un grido di lotta dall’abisso

Olema, California, 14 agosto 1947. Robert Finnegan, il cui vero nome era Paul William Ryan, si spegneva a soli 41 anni, stroncato da un gravissimo cancro al pancreas. Per molti, Finnegan era solo un fulgido nome del noir americano, con all’attivo due romanzi[1] che erano entrati di prepotenza nella narrativa di genere e uno che sarebbe stato pubblicato postumo; ma, per chi lo conosceva davvero, era un faro di lotta e di speranza, una figura che aveva saputo intrecciare l’arte della scrittura con l’impegno politico fino ai suoi ultimi, drammatici giorni di vita.

Nato nel luglio del 1906 a San Francisco, Ryan aveva sempre camminato sul filo sottile tra la narrativa e l’attivismo. Cresciuto in una città che respirava acqua salmastra insieme ai suoi porti, era stato testimone fin da giovanissimo della dura realtà della vita proletaria, delle lotte sindacali e della disperata resistenza di chi lavorava con il sudore e con le mani. Fu questo, forse, che lo spinse verso il Partito Comunista, in un’America dilaniata dalla Grande Depressione, e verso una carriera letteraria che non si limitava a raccontare storie, ma cercava di scuotere coscienze.
Ma il 1947 fu l’anno della sua battaglia più grande, quella contro il destino. Afflitto da un dolore crescente, che si sarebbe rivelato un cancro al pancreas incurabile, si trovò faccia a faccia con la propria mortalità. La diagnosi fu spietata: pochissimi mesi di vita. Eppure, invece di abbandonarsi alla disperazione, trovò nella malattia una nuova forza. Il suo corpo si indeboliva ogni giorno, ma il suo spirito bruciava come non mai.

Il 20 maggio 1947, già fiaccato dal male che lo consumava, Robert Finnegan raccolse le sue ultime energie per lanciare un messaggio epico e potente ai lavoratori di San Francisco, che erano in sciopero nei porti, sulle banchine e nei magazzini. Era un momento critico per il movimento operaio: i marinai, i portuali e i magazzinieri avevano incrociato le braccia, rivendicando salari equi e condizioni di lavoro più umane. La polizia e i datori di lavoro stavano già preparando una dura repressione, e il governo guardava con sospetto queste manifestazioni di ribellione[2].
Paul Ryan, che da giovane aveva marciato al fianco degli stessi uomini che ora lottavano sulle banchine, non poteva restare in silenzio. Pur debilitato dal dolore, prese carta e penna e scrisse un appello che avrebbe risuonato tra le file degli scioperanti come un tamburo di guerra. Non c’è malattia, non c’è forza repressiva, non c’è ingiustizia che possa piegare lo spirito di un uomo che lotta per la giustizia, pare abbia affermato. Siamo i costruttori del nostro futuro, e se oggi ci mettiamo in ginocchio, domani i nostri figli saranno schiavi.

Questo il testo integrale della lettera:
Oléma, California, 20 maggio 1947. Ai miei fratelli, gli scaricatori di porto e i magazzinieri: quando leggerete queste righe, il mietitore mi avrà già preso. In altre parole, sarò morto. Anche se non avevo la tessera del sindacato degli scaricatori di porto o dei magazzinieri, voglio che sappiate che ero vostro fratello. Eravate i miei compagni e il mio orgoglio, e mi sentivo simile a voi come se avessi lavorato al porto con i blue jeans e un gancio in mano invece di essere un ragazzo della classe operaia che voleva fare lo scrittore. Vi racconto tutto questo perché, mentre muoio, sento un intenso bisogno di farvi sapere che ero vostro fratello. Vi lascio all’alba di una grande lotta – la prima delle vostre lotte a cui non parteciperò con tutte le mie forze. Ricordate, fratelli, ricordate sempre che ciò che avete ottenuto, lo avete ottenuto stando insieme, spalla a spalla, con la certezza che un’ingiustizia fatta a uno è un’ingiustizia fatta a tutti, indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dalle idee. Per quanto riguarda il “pericolo rosso”, ricordate che qualsiasi idea che vada a beneficio della classe operaia sarà bollata come “rossa”. Persino le timide riforme con cui il presidente Roosevelt cercò di portare un po’ dell’abbondanza americana alla portata di case modeste, furono denunciate dai magnati del denaro come il comunismo più sfrenato… Quando arriverà la prossima battaglia, pensate a me come al ragazzo magro con gli occhiali di corno, la cui arma era una macchina da scrivere, che ha combattuto al vostro fianco, da un piede all’altro, e che è con voi in spirito con tutta la forza che gli è rimasta.

Parole di fuoco, che furono diffuse dai sindacati attraverso volantini e manifesti, parole che infiammarono le strade di San Francisco. I lavoratori trovarono nuova forza in quel grido di dolore e di speranza, sapendo che proveniva da un uomo che stava combattendo una guerra personale contro il tempo e che eppure era al loro fianco. Finnegan sapeva che non avrebbe visto la fine di quello sciopero, ma il suo cuore era con loro, sul fronte della lotta.

La sua vita, in fondo, era stata una battaglia continua. Non solo come attivista politico, ma anche come scrittore e giornalista. Con il suo pseudonimo, Robert Finnegan, aveva firmato romanzi noir acclamati dalla critica[3], ambientati in un’America oscura e corrotta, che riecheggiavano le sue idee di giustizia sociale, esponendo il lato marcio del potere e della società borghese, oltre alla loro protervia verso i poveri e i diseredati. Il suo detective-giornalista, Dan Banion, non è un eroe ma un uomo interessato alla giustizia, come gli altri protagonisti sono uomini logorati dalla vita, che lottano contro un sistema che li vuole schiacciare. Proprio come Banion, Finnegan trovava nei deboli, nei dimenticati, i veri protagonisti delle sue storie.

Oltre alla narrativa, Paul Ryan lavorò come giornalista, collaborando con varie testate comuniste e socialiste. Usò la sua penna come una lama affilata, per denunciare le disuguaglianze e le ingiustizie che infestavano l’America capitalista. Era un uomo di principi incrollabili, che non temeva di essere etichettato come sovversivo o “rosso” in un’epoca in cui la caccia alle streghe maccartista stava cominciando a prendere piede.
Nel 1933, con lo pseudonimo di Mike Ouin, aveva pubblicato il pamphlet And We are Millions: The Story of Homeless Young, una raccolta di testimonianze di giovani disoccupati condannati per vagabondaggio dalla giustizia americana. In The Big Strike, scritto durante il grande sciopero del 1936-1937 e pubblicato in parte sulla rivista Fortune prima dell’edizione integrale, che venne solo nel 1949, aveva raccontato lo storico sciopero generale del porto di San Francisco[4]. Inoltre, dal 1938 al 1946 aveva condotto alcuni programmi radiofonici per il sindacato CIO.

In periodi di grande ingiustizia e disuguaglianza, autori come Robert Finnegan offrono una voce ai marginalizzati e ai dimenticati, raccontando storie che mettono in luce le contraddizioni e le sofferenze della società. Finnegan, come molti scrittori impegnati, sapeva che la letteratura ha il potere di influenzare le coscienze. Nei suoi romanzi noir, la corruzione, il potere e l’oppressione non erano solo temi narrativi, ma specchi della realtà che egli osservava attorno a sé. Attraverso la fiction, riusciva a esplorare questioni profonde come la lotta di classe, i diritti dei lavoratori e la resistenza contro i sistemi oppressivi, coinvolgendo il lettore in riflessioni che andavano ben oltre la trama. La letteratura diventava così uno strumento di consapevolezza, capace di accendere il dibattito e di far emergere la necessità di cambiamento.
In un mondo in cui i mass media spesso controllano le narrazioni dominanti, figure come Finnegan sfidano queste visioni preconfezionate, raccontando la realtà da una prospettiva alternativa, spesso scomoda, ma necessaria.

Oggi, a Olema, dove si spense, non ci sono statue o targhe commemorative per Paul William Ryan. Il suo nome è stato quasi dimenticato anche dalle cronache letterarie, eppure il suo spirito ribelle e le sue parole di fuoco continuano a vivere in chi, ogni giorno, lotta per un mondo più giusto.
Non ci inginocchieremo mai, aveva scritto, e così, anche di fronte alla morte, Robert Finnegan mantenne la sua promessa.


Note

[1] Il primo dei quali, The Lying Ladies, recentemente ripubblicato da Mondadori con il titolo Capro espiatorio.
[2] Lotte abilmente raccontate da Valerio Evangelisti nel suo romanzo Noi saremo tutto.
[3] Oltre a quello già citato, The Bandaged Nude e Many a Monster.
[4] The Big Strike è un saggio storico che narra gli eventi dello storico sciopero generale del porto di San Francisco, momento cruciale nella storia dei diritti dei lavoratori negli Stati Uniti, specialmente per i portuali e i marinai. Lo sciopero, noto come San Francisco General Strike, fu una delle più grandi dimostrazioni di forza della classe lavoratrice contro i datori di lavoro, la polizia e i governi locali, e culminò in una vittoria significativa per i sindacati. Nel libro, Ryan non si limita a raccontare i fatti, ma esamina anche il contesto politico e sociale dell’epoca, mettendo in luce la brutalità della repressione statale e la solidarietà tra i lavoratori.

 

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