Nel tempo che ci è toccato vivere – un’epoca paradossale in cui si sbandiera ovunque la complessità ma si richiede, da ogni narrazione, una semplicità disarmante – la fantascienza si sta dimostrando da decenni, forse a sorpresa, il solo luogo letterario in cui è ancora possibile pensare e raccontare tutto. Tutto insieme, tutto in grande.
La fantascienza, quella buona, quella vera, è l’ultimo rifugio del massimalismo narrativo. E non è un caso. Come suggeriva Valerio Evangelisti, ci sono storie che non si possono raccontare se non si ha il coraggio di metterci dentro l’intero mondo. Lui, che era uno storico prestato alla narrazione, ci ha ricordato che non c’è futuro senza memoria e non c’è narrazione radicale che non sia anche profetica. Nei suoi romanzi – dalla saga dell’inquisitore Eymerich al ciclo del Sole dell’Avvenire passando per Noi saremo tutto – c’è una tensione costante tra il desiderio di raccontare ciò che è e il bisogno di dire ciò che dovrebbe essere, o che potrebbe accadere. Ed è esattamente questo che rende la fantascienza l’unico genere che oggi possa essere massimalista senza pudore.
Perché il massimalismo non è una questione di lunghezza o di grande quantità di personaggi, trame e sottotrame. È una postura ideologica, una fame di totalità. È l’atto di scrivere contro la frammentazione, contro la riduzione a commodity della narrazione. È il rifiuto di limitarsi a descrivere la superficie del presente e l’ostinazione di voler mettere in scena l’intero sistema mondo – tendendo idealmente a cambiarlo.
La fantascienza, nella sua forma più ambiziosa, è sempre stata questo: una teoria generale del tutto narrata attraverso storie. Ursula K. Le Guin diceva che servono scrittori capaci di vedere alternative, e questo è il compito più difficile, oggi. In un’epoca in cui la letteratura realistica si è troppo spesso piegata a narrare l’aneddotica del quotidiano, la perdita, la malattia, la famiglia disfatta, la sci-fi ha continuato a immaginare intere civiltà, strutture linguistiche, economie del pensiero, rivoluzioni tecnologiche e spirituali. Ha parlato di corpi e algoritmi, di ecosistemi e apocalissi, di mutazioni affettive e strutture sociali inedite. Chi, se non la fantascienza, oggi osa ancora chiedersi: “E se fosse tutto diverso?”.
Pensiamo a Octavia Butler e ai suoi universi in cui il razzismo, il sessismo, la paura dell’altro non vengono negati o ignorati, ma trasfigurati, ingigantiti, esplosi dentro cornici narrative che li rendono ancora più visibili, inevitabili, trasformabili. Pensiamo a Kim Stanley Robinson e alle sue narrazioni climatiche, nelle quali il mondo intero è il protagonista e il tempo della storia è il tempo dell’umanità. Pensiamo a Ann Leckie, a Ada Palmer, a Malka Older, ai nuovi autori africani e asiatici che stanno portando voci e mitologie finora marginalizzate dentro sistemi narrativi che non si accontentano di essere rappresentazione, ma vogliono essere strutture alternative del pensiero.
Il massimalismo è l’atto di non voler separare le cose. È raccontare una storia d’amore e insieme il collasso di un pianeta. È parlare di un bambino e insieme di un’intelligenza artificiale che ricalcola l’etica umana. È fare tutto questo senza ironia difensiva, senza minimalismo chic, senza finta modestia.
La narrativa realista contemporanea, con le sue virtù (che sono molte), ha spesso abdicato a questa ambizione. Si è ritirata nelle pieghe del privato, nel dettaglio dell’io. Ed è importante che ci siano storie così, certo. Ma non bastano. Ci serve anche – ci serve disperatamente – una letteratura che abbia la presunzione, la forza e il coraggio di parlare del destino collettivo. Una narrativa che voglia riprendersi lo spazio della visione, della previsione, della progettazione. Non un intrattenimento, ma un pensiero incarnato nel racconto.
Evangelisti, con il suo marxismo eretico e narrativo, aveva compreso che il futuro è un campo di battaglia. Per questo i suoi libri parlano di passato e di domani insieme. Per questo la sua fantascienza era anche politica, anche escatologica, anche militante. E per questo oggi, in una realtà sempre più simile a una distopia mal progettata, la fantascienza torna a essere il genere centrale, il più necessario.
Chi scrive fantascienza massimalista – e chi la legge – non lo fa per scappare dal mondo, ma per costruirne uno che abbia ancora un senso. Non è escapismo: è resistenza immaginativa.
E allora, sì: l’unica narrativa massimalista che ci resta è la fantascienza. Perché è l’unica che crede ancora che le parole possano contenere il mondo, e cambiarlo.





















