C’è stato un momento, negli ultimi vent’anni, in cui l’Italia ha smesso di parlare italiano senza nemmeno accorgersene. Non è successo da un giorno all’altro: è stata una lenta infiltrazione, un’erosione che, goccia a goccia, ha scavato la roccia. Prima qualche parola qua e là, poi intere frasi, quindi concetti che oramai non riusciamo più a formulare se non in inglese. E non l’inglese della letteratura, della filosofia, della poesia: l’inglese aziendalistico‑pubblicitario, quello dei manuali di marketing e delle piattaforme digitali.
Il risultato è che oggi ci ritroviamo a vivere in un Paese in cui si fa un meeting invece di una riunione, si rispetta una deadline invece di una scadenza, si chiede un feedback invece di un parere o di un riscontro, si organizza una call invece di una telefonata. E tutto questo non perché l’italiano non abbia le parole per dirlo, ma perché abbiamo smesso di considerarle abbastanza “prestigiose”. Come se la nostra lingua fosse diventata improvvisamente inadeguata a descrivere il mondo contemporaneo.
Il paradosso è che questa colonizzazione linguistica avviene proprio mentre l’Italia affronta un problema gravissimo di analfabetismo funzionale: una parte consistente della popolazione fatica a comprendere testi complessi, a interpretare un articolo di giornale, a distinguere un’informazione da un’opinione. E che cosa facciamo noi, come società? Invece di rendere la lingua più accessibile, la riempiamo di parole straniere che non aggiungono precisione, ma solo opacità. È come se, di fronte a un incendio, ci mettessimo a lucidare i pomelli delle porte.
Ma il problema non è soltanto lessicale. È culturale. Perché la lingua non è un contenitore neutro: è una forma mentis, un modo di pensare. Quando importiamo parole, importiamo anche categorie mentali, modelli sociali, interi immaginari. E negli ultimi due decenni abbiamo importato quasi esclusivamente dall’inglese, diventando impermeabili a tutto il resto. Non prendiamo più in prestito nulla dal francese, dal tedesco, dallo spagnolo, dal portoghese, dal giapponese, dal russo. Come se il mondo intero parlasse una sola lingua e avesse una sola cultura di riferimento.
La cosa più grottesca è che quest’anglocentratura è talmente interiorizzata da produrre aberrazioni linguistiche che sfiorano il comico. Oggi capita di vedere film coreani, tedeschi, francesi, spagnoli distribuiti in Italia con titoli… in inglese. Non tradotti dall’inglese: tradotti in inglese. Come se l’italiano non fosse più una lingua adatta a nominare un’opera. Come se il pubblico italiano fosse più a suo agio con un titolo in una lingua straniera, che peraltro non parla, piuttosto che nella propria. È un cortocircuito culturale che dice molto più di mille saggi sociolinguistici.
E non è un caso isolato: è un sintomo. Il sintomo di un Paese che ha smesso di credere nella propria lingua come strumento di pensiero, di espressione, d’identità. Un Paese che si sente moderno solo quando si traveste da qualcos’altro. Senza accorgersi che, mentre si riempie la bocca di inglesismi, perde la capacità di articolare concetti complessi nella propria lingua. E, quando una lingua s’impoverisce, s’impoverisce anche il pensiero.
Non si tratta di chiudersi, né di difendere l’italiano come una reliquia museale. Le lingue vivono di scambi, di prestiti, di contaminazioni. Ma una contaminazione sana è reciproca, plurale, consapevole. Quello che stiamo vivendo, invece, è un monologo: un flusso unidirezionale che ci arriva addosso e che accettiamo senza filtri, senza adattamenti, senza riflessione. Non è apertura: è sudditanza.
Forse è il momento di chiederci se questa corsa all’anglificazione ci sta davvero rendendo più moderni, o soltanto più superficiali. Se stiamo arricchendo la lingua, o semplicemente sostituendo parole italiane con etichette inglesi che suonano più “professionali”, più “cool” ma non dicono nulla di più. Se stiamo diventando cittadini del mondo, o solo consumatori globali con un vocabolario standardizzato e limitato.
Perché una lingua non muore quando smette di essere parlata: muore quando smette di essere pensata.
È dunque il momento di chiederci seriamente che cosa stiamo perdendo, oltre alle parole. Perché l’anglificazione non è solo un fenomeno linguistico: è il sintomo di un rapporto malato con la nostra identità culturale. È come se avessimo interiorizzato l’idea che tutto ciò che è italiano è provinciale, inadeguato e tutto ciò che è inglese è moderno, efficiente, desiderabile. È un fenomeno apparentemente innocuo (come sicuramente staranno pensando alcuni lettori di questo scritto), ma rivela una mentalità precisa: non ci fidiamo più della nostra lingua per nominare il mondo. E, se non ci fidiamo della lingua, non ci fidiamo nemmeno del nostro sguardo, della nostra capacità di interpretare la realtà senza appoggiarci a un filtro esterno.
Invece di rafforzare la lingua, invece di renderla più accessibile, più precisa, più viva, la rendiamo un campo minato di parole straniere che molti non capiscono e che pochi sanno usare correttamente. È un modo perfetto per aumentare le distanze sociali: chi padroneggia l’inglese aziendale si sente parte di un’élite, chi non lo padroneggia si sente escluso, inadeguato, tagliato fuori. Così la lingua diventa un marcatore di classe, non uno strumento di comunicazione: un contrassegno (badge) identitario, non un ponte (bridge). Diventa un modo per dire “io appartengo” e “tu no”. Questo, in un Paese che avrebbe bisogno di ricostruire un senso di comunità, è letale.
Una lingua sana prende in prestito, adatta, reinventa, restituisce. Una lingua colonizzata, invece, importa senza elaborare. E noi, negli ultimi vent’anni, abbiamo importato tutto: parole, concetti, modelli comunicativi, perfino toni di voce. Abbiamo adottato l’inglese come lingua del lavoro, della tecnologia, della cultura pop, della politica, della burocrazia, della pubblicità. E l’abbiamo fatto senza chiederci minimamente se fosse necessario, o se stessimo semplicemente cedendo alla pressione di un immaginario dominante.
Il risultato è un italiano che non è più in grado di nominare il presente senza ricorrere a un’altra lingua; un italiano che si sente inadeguato, che si autocensura, che si traveste; che non osa più creare parole nuove, perché tanto “suona meglio in inglese”. Un italiano che non si riconosce più come lingua di cultura, ma solo come lingua domestica, affettiva, privata, quasi un dialetto. Una lingua da usare in famiglia, non nel mondo.
Eppure, basterebbe poco per invertire la rotta. Basterebbe tornare a credere che l’italiano è una lingua capace di precisione, di modernità, d’invenzione. Basterebbe smettere di usare l’inglese come stampella e ricominciare a usarlo come risorsa, come arricchimento, non come sostituto. Ricordando che una lingua non è moderna e adeguata quando imita, ma solo quando crea. Siamo noi che stiamo trasformando l’italiano in una lingua morta.
Alla fine, la vera domanda non è “quante parole inglesi usiamo?”, ma “quante parole italiane non siamo più capaci di usare?”. E soprattutto: quante idee non siamo più capaci di pensare, perché non abbiamo più le parole per farlo?
Qui però rischiamo di sconfinare in un altro campo minato, quello dell’impoverimento lessicale vero e proprio: una conoscenza della lingua ridotta all’uso quotidiano, a un vocabolario sempre più ristretto, incapace di nominare concetti astratti, intimi, profondi. È un discorso che merita un’analisi a parte[1], perché riguarda non solo le parole che perdiamo, ma le parti di noi stessi che smettiamo di poter esprimere. E forse è proprio lì che si misura il costo più alto di questa colonizzazione linguistica: non nelle parole straniere che entrano, ma in quelle italiane che non sappiamo più adoperare. E che, se qualcuno le pronuncia, non sappiamo che cosa vogliano dire.
Heiko H. Caimi
[1] Vedi l’articolo L’impoverimento lessicale: la perdita silenziosa del senso.





















