Hugo Gernsback: visionario geniale o venditore di sogni?

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Quando si pronuncia il nome di Hugo Gernsback, l’aria vibra di una strana ambivalenza. Da un lato il padre nobile della fantascienza americana, dall’altro il “padrone taccagno” delle riviste pulp, l’uomo che ha dato il nome a un premio prestigioso senza mai scrivere un grande romanzo. Un visionario a metà, si potrebbe dire: mente straripante d’immaginazione, ma con le mani sempre immerse nella calcolatrice. E già questo rende irresistibile la sua figura, per chi ama i territori nei quali l’ingegno si confonde con l’astuzia.

Prima ancora di essere editore, Gernsback era un inventore. Uno di quelli che immaginano radio portatili quando la radio non è ancora del tutto stabile, o videotelefoni mentre il mondo si trascina ancora dietro fili, valvole e illusioni. Aveva, per usare un’immagine, il cervello pieno di rotelle che correvano più veloci della tecnologia del suo tempo. Allo stesso tempo, però, era un uomo convinto, molto americanamente, che ogni sogno potesse – e dovesse – essere messo in vendita.
Il suo genio non era solo creativo: era un genio da catalogo commerciale, da pubblicità di fondo pagina. Quel tipo d’immaginazione americana per cui l’idea visionaria trova subito un prezzo, un abbonamento annuale, un gadget allegato.

Quando nel 1926 fonda Amazing Stories, Gernsback non cerca soltanto buoni racconti: cerca storie che assomiglino a brevetti narrativi, a schemi, a modelli – come potrebbe essere il mondo se…. È per questo che insisteva tanto sulla “scientifiction”, termine ibrido e terribile, che però racchiudeva il suo programma culturale: unire la scienza e la fiction non solo a scopo estetico, ma educativo, quasi pedagogico.
Ecco perché fu amato e detestato. Gli scrittori lo accusavano di pagare poco, di non capire la letteratura, di volere sempre “più spiegoni scientifici”, come se ogni storia dovesse dimostrare un teorema. I lettori, invece, lo vedevano come un ponte tra il presente e un domani in cui tutto sembrava possibile. In questo senso, Gernsback era un divulgatore travestito da editore, più che un vero letterato.

Forse il suo merito più grande non è nelle pagine che ha pubblicato, ma nelle persone che ha messo in relazione. Le sue riviste, pur con mille limiti, crearono un mondo: rubriche per la posta dei lettori, concorsi, club, indirizzi scambiati come semi di un giardino ancora da inventare. Era un antesignano delle community online: credeva che la fantascienza non fosse solo un insieme di racconti, ma una forma di appartenenza. E molti futuri autori – da Asimov a Bradbury – si sono nutriti di quelle letterine sgualcite, di quelle copertine sgargianti, di quell’entusiasmo un po’ sproporzionato.
Se oggi la fantascienza è un genere vivo, ricco, discusso, lo dobbiamo almeno in parte al suo ostinato desiderio di mettere in rete (nel senso analogico del termine) lettori che non si erano mai parlati.

Accanto al visionario, c’era l’uomo d’affari. Quello che pagava poco gli autori, che faceva scorrere le fatture più dei racconti, che vedeva nella fantascienza un prodotto più che un linguaggio. Un editore, insomma, non un mecenate.
Eppure, può esistere un movimento culturale senza qualcuno che abbia il coraggio (o la sfrontatezza) di impacchettarlo, venderlo, renderlo accessibile? Se Gernsback fosse stato il “genio puro” che alcuni rimpiangono, probabilmente non avrebbe mai fondato Amazing Stories. Se fosse stato solo un commerciante senza visione, nessuno parlerebbe ancora di lui.
La risposta più onesta è che fosse entrambe le cose. Un uomo in cui convivevano due impulsi apparentemente opposti: inventare il futuro; e trasformare quel futuro in un abbonamento annuale da spedire per posta.
Il genio lo portava a vedere più lontano degli altri; il commerciante gli permetteva di pagare le tipografie. E nella frizione fra queste due nature è nata la fantascienza popolare americana. Senza di lui, il genere sarebbe stato più elegante, più elitario forse – ma sicuramente più piccolo.

Gernsback non è stato un grande scrittore, né un teorico raffinato. È stato qualcosa di diverso: un catalizzatore, un acceleratore culturale. Quello che ha gettato un pugno di scintille su una polveriera e poi, stupito e soddisfatto, ha guardato la fiamma crescere più di quanto lui stesso potesse controllare.
Se oggi lo si ricorda, non è per i suoi racconti (che invecchiano male) né per la sua abilità imprenditoriale (che invecchia benissimo). Lo si ricorda perché ha fatto quello che fanno i personaggi davvero importanti nella storia della cultura: ha aperto un varco, una porta. A volte da visionario, a volte da venditore. Ma l’ha aperta. E noi, ancora oggi, ci muoviamo nello spazio che lui ha creato.

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