Ci sono parole che nel tempo sono diventate trappole, non per colpa loro, ma per le strutture di potere e di pregiudizio che vi si sono aggrappate. Una di queste è genere. Quando viene accostata alla narrativa, nella critica italiana, tende a evocare una condiscendenza gentile, oppure un sospetto strisciante: “sì, però è solo fantascienza”, “certo, ma è un thriller”, “d’accordo, ma è fantasy”, e così via. Come se l’appartenenza a un genere narrativo – con la sua grammatica specifica, la sua genealogia storica, il suo patto col lettore – fosse una tara da superare, non una risorsa da valorizzare.
È un errore antico e duplice. Da una parte, è l’errore di chi giudica la letteratura solo secondo il canone ufficiale, quello delle opere che si prendono sul serio perché sono già state consacrate da un centro (editoriale, accademico, critico) che si autoalimenta. Dall’altra, è l’errore speculare di chi, marginalizzato da quel canone, reagisce difendendo il proprio spazio come una roccaforte assediata, leggendo ogni riconoscimento come una forma di colonizzazione.
Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati perché basati sulla paura. E la paura, nella costruzione culturale, è sempre un cattivo architetto.
Il “genere”, nel senso narrativo, nasce dai margini. O meglio: si sviluppa nel dialogo tra centro e margine, tra esigenza di visione e meccanismi industriali, tra l’urgenza di raccontare l’invisibile e la necessità di renderlo leggibile. Pensiamo alla science fiction americana degli anni Sessanta e Settanta: fu la palestra per immaginare forme di vita non eteronormate, relazioni sociali alternative, utopie post-capitaliste. Ma era anche un modo per guadagnarsi da vivere scrivendo, per pubblicare racconti brevi in riviste pulp, per entrare in un circuito produttivo che, se da un lato era commerciale, dall’altro lasciava (a chi sapeva approfittarne) una libertà che il “romanzo serio” spesso negava.
Quei margini, allora, erano creativi non malgrado il loro statuto inferiore, ma proprio in virtù di esso. Essere fuori dal canone, fuori dal centro, significava avere meno regole, più aria, più spazio di manovra.
Eppure, ora che alcune di queste voci iniziano a entrare nel centro – che si tratti di un Meridiano per Philip K. Dick, di Oscar dedicati a Ursula K. Le Guin o di una riscoperta di autrici come Joanna Russ o Octavia Butler – accade qualcosa di prevedibile ma non meno triste: da una parte c’è chi snobba la consacrazione, dall’altra chi la teme. Chi dice “non è vero genere”, e chi dice “non è vera letteratura”.
Ma perché esisterebbe una vera letteratura e una falsa? Perché il “mainstream” dovrebbe essere un tempio da difendere dai barbari, o da rifiutare per orgoglio marginale?
In realtà, il problema è nel concetto stesso di “mainstream”, che funziona come un centro illusorio, in continua rinegoziazione, costruito più per escludere che per includere. Oggi, dire che La mano sinistra del buio è “più di un romanzo di fantascienza” equivale a dire che è troppo bello per rimanere confinato nel ghetto del genere. Ma questo significa perpetuare la logica della gerarchia: la stessa che, nel contesto sociale, dice che una donna deve lavorare il doppio per essere considerata quasi all’altezza di un uomo; o che una voce nera, queer, migrante, deve diventare simbolo prima di essere ascoltata in quanto voce.
Anche nella letteratura, dunque, il problema non è solo la marginalizzazione imposta dall’alto. È anche l’autoghettizzazione che nasce da una memoria ferita. Il fandom, le comunità di lettrici e lettori che da decenni coltivano questi generi con dedizione e competenza, a volte reagiscono con diffidenza a ogni apertura, come se l’attenzione fosse un travestimento del controllo, quasi la legittimazione implicasse sempre un’appropriazione.
Ma una narrazione può emanciparsi solo se smette di essere un rifugio e comincia a essere una sfida. L’emancipazione non è il riconoscimento esterno, ma il superamento della paura interna.
Lo sguardo letterario non dovrebbe chiedersi a quale genere appartiene un testo, ma quale mondo costruisce, quale sguardo esercita, quale lingua inventa. La questione vera non è se Dick o Le Guin siano autori “seri”, ma perché mai dovremmo continuare a pensare che la serietà escluda l’immaginazione.
La letteratura dell’immaginario – che sia fantascienza, fantasy, gotico, horror o ibrido – è letteratura. Punto. È lo spazio in cui si può parlare della società senza nominarla, immaginare il futuro per criticare il presente, ripensare il corpo per riscrivere l’identità. È, spesso, il modo più potente per resistere a un mondo che ci chiede di essere leggibili secondo categorie vecchie, rigide e scivolose.
Rivendicare i margini non significa rinchiudersi nei confini: significa riconoscere che dal margine si vede meglio il centro, che dal margine può partire una riscrittura radicale del panorama. Ma solo se si ha il coraggio di non trasformare la marginalità in una fortezza, o in un’etichetta da vendere.
La narrativa di genere ha già fatto questo lavoro. Ha parlato di razza, genere, classe, identità, diseguaglianza, ecologia e tecnologia molto prima che lo facesse la narrativa “alta”. Ha previsto il presente e immaginato l’impossibile. E ha trovato, nei suoi autori e nelle sue autrici, voci che non chiedevano permesso.
Ora che quelle voci stanno entrando anche nei luoghi della canonizzazione, è il momento di non farsi accecare né dal rancore, né dalla reverenza. È il momento di dire, semplicemente: questa è letteratura. Né più né meno. E proprio per questo, è ciò di cui abbiamo più bisogno.
Heiko H. Caimi
























