Con il corpo scrivo

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La formula è semplice solo in apparenza: con il corpo scrivo, non del corpo scrivo. La transazione tra quelle due preposizioni custodisce una differenza radicale – e tuttavia spesso ignorata – nella storia e nella teoria della narrativa femminile. “Del corpo” è uno sguardo dall’esterno, un oggetto da tematizzare, da indagare, persino da spiegare. “Con il corpo” è un’offerta di presenza: il corpo come strumento, come lente, come grammatica vivente. Non più contenuto, ma mezzo; non più superficie da descrivere, ma sorgente di conoscenza.
È proprio in questo passaggio dal “del” al “con” che si insinua una mutazione sottilissima ma decisiva: la parola non osserva più la carne come un territorio estraneo, ma vi si radica, la assume come ritmo, come respiro, come principio d’ordine. E, quando la pagina respira, la letteratura cambia sostanza.
La narrativa femminile, nelle sue molteplici forme e nelle sue diverse epoche, ha spesso dovuto oscillare tra i due poli. Da un lato, raccontare del corpo significava rispondere alla pressione culturale – quella che voleva il corpo della donna come problema, come limite, come luogo dell’altrui definizione. Dall’altro, scrivere con il corpo è stata ed è una scelta politica, estetica, epistemologica: far entrare nella lingua ciò che la lingua ha a lungo escluso. Non si tratta di un naturalismo ingenuo, né di un culto della carne. Si tratta, piuttosto, di riconoscere nel corpo – nel suo dolore, nella sua resilienza, nella sua memoria – una forma di intelligenza narrativa.
Un’intelligenza che non appartiene soltanto al singolo individuo, ma allo spazio storico e sociale in cui quel corpo è immerso, e che diventa allora strumento di conoscenza: non un oggetto dell’analisi, bensì una soglia percettiva che modifica la forma stessa dell’esperienza narrata.
Quando una scrittrice scrive con il corpo, non produce semplicemente un testo sul vissuto corporeo: trasmette ritmo, respiro, postura. La sintassi cambia: si accorcia, si spezza, si incurva. La voce si fa incarnata, ma non necessariamente confessionale. Autrici come Sibilla Aleramo, Marguerite Duras, Virginia Woolf, Grazia Deledda, Emily Brontë – ciascuna a modo suo – hanno mostrato come la pagina possa farsi spazio somatico, come la carne possa suggerire non solo temi, ma strutture.
È in questo solco che la grandezza di una figura come Elsa Morante si manifesta con una limpidezza quasi spaventosa: in lei il corpo non è solo percezione, ma strumento epistemico, una sorta di sismografo morale che registra il mondo prima che la mente possa interpretarlo. Così accade nell’Isola di Arturo, romanzo in cui la crescita, il desiderio, la solitudine affiorano come movimenti interni più che come eventi esteriori, e così accade nella Storia: la guerra irrompe nella carne prima ancora che nella narrazione, costringendo la lingua a farsi somatica, febbrile, ferita.
Accanto a lei, anche se in forma minore, scrittrici come Clarice Lispector mostrano come questa stessa dinamica possa assumere toni più interiori, quasi metafisici: la parola nasce dal corpo come da una fenditura di luce, un punto in cui la percezione diventa rivelazione.
In molte narrazioni femminili la percezione del mondo passa attraverso una sensibilità del corpo che non è mai soltanto individuale, ma storica: un corpo marcato dalla cura, dall’attesa, dal lavoro invisibile, dal desiderio, dallo sfruttamento, dalla violenza, dal piacere. E proprio in questa stratificazione la scrittura “con il corpo” trova la propria potenza: perché non registra soltanto il vissuto, ma anche la materia stessa della storia, restituendo ciò che spesso rimane invisibile, taciuto o misconosciuto.
Scrivere del corpo può essere ancora necessario, soprattutto quando occorre denunciare, restituire, nominare ciò che è stato taciuto o cancellato. Ma scrivere con il corpo apre un altro orizzonte: permette di scavalcare la dicotomia tra corpo e mente, soggetto e oggetto, privato e politico. È qui che la narrativa femminile più audace costruisce la propria forza: nella capacità di far coincidere la scrittura e la materia viva, di trasformare il corpo in un dispositivo di senso.
Quando la carne entra nella forma, la scrittura smette di essere rappresentazione e diventa presenza: non parla di qualcosa, ma accade, come un gesto che si compie nell’istante stesso in cui si pensa.
La differenza tra le due preposizioni non è un dettaglio grammaticale: è un gesto di libertà. Eppure, come ogni gesto di libertà, non è mai definitivo, né assoluto: esistono eccezioni, deviazioni, zone grigie in cui le scrittrici oscillano, inventano, tradiscono la distinzione stessa. Ma è in questa oscillazione che il campo si apre. “Con il corpo scrivo” non come motto identitario, bensì come possibilità: un modo di abitare la lingua sapendo che il corpo non è un tema, ma un inizio. Che non smette di rinnovarsi, perché il corpo non è mai una volta per tutte: cambia, invecchia, si ferisce, guarisce, desidera, tace, ricorda. E dunque la scrittura che vi si affida resta viva, instabile, vulnerabile e, per questo, infinitamente più autentica.

Heiko H. Caimi

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Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Ha collaborato con il notiziario “InPrimis” con la rubrica “Pagine in un minuto” e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli “Sdiario”. Ha pubblicato il romanzo “I predestinati” (Prospero, 2019) e ha curato le antologie di racconti “Oltre il confine. Storie di migrazione” (Prospero, 2019), “Anch'io. Storie di donne al limite” (Prospero, 2021), “Ci sedemmo dalla parte del torto” (con Viviana E. Gabrini, Prospero, 2022), “Niente per cui uccidere” (con Viviana E. Gabrini, Calibano, 2024) e “Trasformazioni. Storie dal pianeta che cambia” (con Giovanni Peli, Calibano, 2025). Svariati suoi racconti sono presenti in antologie, riviste e nel web.

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