La macchina si fermò. Il professor Fabio Joskowicz contemplò il paesaggio desolato e fece un resoconto: sabbia, arbusti ed edifici in rovina. Il problema era risolto: gli esseri umani avevano raggiunto il loro obiettivo, l’autodistruzione. Si trovava, pertanto, alla fine della strada. La civiltà era deceduta, finita. L’ipotesi di Sebastian von Hoerner, il quale sosteneva che le civiltà, in lungo, in largo e in alto nel cosmo, si annientano a vicenda, si suicidano, e che lo fanno in una fase di sviluppo ben simile a quella raggiunta dall’umanità nel XXI secolo, si era realizzata. Nessuna specie, in nessun pianeta di nessun sistema stellare raggiunge un grado di sviluppo tecnologico sufficiente per farsi conoscere da altre specie, distanti decine o centinaia di anni luce, prima di conseguire la propria estinzione.
Per risolvere questo dilemma, avrebbe dovuto entrare nella sua macchina e viaggiare indietro nel tempo fino a trovare qualcuno. Non uno qualsiasi, ovviamente: qualcuno che comprendesse la natura del problema.
«Chi dubita», osservò Fabio, «è perduto». Raddrizzò le spalle e salì verso la sua macchina. Le sue dita sensibili mossero i quadranti. Si sedette e prese un’edizione economica di Fisica Teorica Avanzata di Gooshly, con la quale sperava di divertirsi lungo il suo percorso attraverso il tempo. Fece un cenno di addio con la mano. Premette il pulsante rosso. Abbassò il libro, si alzò e sbadigliò. Vide l’indicatore temporale, chiedendosi quando si trovasse – non dove, ovviamente.
«Sono arretrato di due milioni di anni», lesse. Non entrò in panico. Si sedette, riempì la sua pipa e l’accese. Fumò finché la calma gli invase il corpo e lo spirito. «Materiali prebellici di pessima qualità», disse. «Devono aver superato il periodo di grazia della marca».
Attivò il portale e uscì all’aperto. Lo salutarono un sole caldo e una brezza leggera. Rimase in piedi in un immenso campo verde, punteggiato di fiori. Prese un respiro profondo e sorrise. «Un mucchio di anni, veramente un mucchio», meditò. Batté leggermente la pipa sullo stivale sinistro. «Ora sono, oltre ogni dubbio, il Primo Uomo al Mondo, in un certo senso, l’Adamo del mito, anche se sono sicuro che nulla sia andato davvero così».
Si sedette sull’erba profumata e si stiracchiò. Come si poteva sopportare di essere il Primo Uomo al Mondo? Non ne era sicuro. Il simbolismo del momento non gli sfuggiva. Tuttavia, oltre a riposare sotto i raggi del sole e sentirsi significativo, quali compiti poteva affrontare?
Il suo sogno a occhi aperti fu turbato da un suono raschiante dall’altra parte della sua macchina del tempo. Si alzò con inconsueta prontezza. «Cielo santo», disse unendo le mani in atteggiamento supplichevole di fronte allo strano congegno che si muoveva con i suoi meccanismi che striderevano orribilmente. Esaminò l’oggetto con interesse. Di apparenza umanoide e decisamente impossibile in quelle circostanze, poteva solo essere qualcosa di artificiale costruito da esseri anteriori agli umani. «Quindi, non sono il Primo Uomo al Mondo», gemette. «C’è stata prima un’altra umanità e ha raggiunto il suo obiettivo: estinguersi».
La macchina, dai contorni angolari e metallici, si fermò bruscamente davanti a Fabio, ed egli si avvicinò, inizialmente esitando, attratto da una curiosità in lotta contro la logica, che gli suggeriva di fuggire dall’ignoto. L’oggetto antico e arrugginito aveva una strana apparenza, quasi eterea, come se appartenesse a un altro tempo e spazio a cui neppure la sua macchina per i viaggi temporali avrebbe potuto accedere.
Man mano che esaminava la sua superficie, notò incisioni di strani simboli che serpeggiavano attorno alla sua struttura, come se raccontassero una storia dimenticata. «Cosa devo fare adesso?» mormorò mentre socchiudeva gli occhi. Si sentì come un archeologo di fronte a un ritrovamento monumentale, ansioso di svelare i segreti del passato, con una rara miscela di emozione e timore che gli galoppava nel petto.
Man mano che girava lentamente attorno alla macchina, la sua prospettiva cambiava. Ogni volta che smetteva di guardare il reperto, il paesaggio diventava diverso e, per un momento, una sorta di rivelazione gli passò per la mente: quelle crepe nel suolo, la lontananza di un orizzonte bruciato da un sole che non aveva ancora dominato il suo destino, il profumo dei fiori, erano solo un promemoria di ciò che forse era esistito, e lui si sentiva come un intruso in un mondo che gli era estraneo.
Fu allora che lo udì: un mormorio basso e sordo che sembrava provenire dall’interno della macchina. Si avvicinò un po’ di più, con la pelle d’oca, incapace di resistere al richiamo del suono. Aprendo uno dei pannelli, fu accecato da un lampo di luce brillante. Al centro del bagliore vide forme fluttuanti che sembrarono invadere la sua mente: non erano realmente uomini, ma figure dimensionate dall’immaginazione. In un gioco di luci, si delinearono volti familiari, ma dagli occhi più profondi e dai sorrisi più ampi.
«Chi… ?» domandò a bassa voce, come se temesse di rompere l’incantesimo che gli era stato lanciato.
Le figure cominciarono a fluire; i loro gesti e movimenti caratterizzavano un’intimità che gli risultava sorprendentemente familiare e, al tempo stesso, strana. Le sagome sussurravano pensieri che sembravano rimproveri e contemporaneamente avvertimenti. Fabio sentì di trovarsi in un interstizio tra realtà, una sottile linea sfusa in cui l’eco di ciò che era stato e l’orizzonte futuro sarebbero stati indistinguibili.
Indietreggiò verso la macchina del tempo. E mentre le sue mani tremanti premevano i comandi, ricordò l’intento originale del suo viaggio: scoprire come si fosse estinta la seconda umanità… perché non aveva più alcun dubbio che fosse la seconda. Doveva tornare ad avanzare per situarsi a solo un secolo di distanza dalla data della costruzione del suo cronomobile, come l’aveva battezzato senza alcuna immaginazione.
Fabio regolò con attenzione i quadranti, controllando più volte le cifre prima di premere il pulsante rosso. Non voleva ripetere l’errore precedente e, benché fosse ancora convinto che il salto di due milioni di anni fosse dovuto al deterioramento di qualche componente, preferì non affidarsi alla memoria. Sul margine di una pagina di Fisica Teorica Avanzata annotò la destinazione, cento anni prima della costruzione del cronomobile, e il margine massimo di deviazione consentito dal sistema: 0,2. Una quantità insignificante, almeno secondo i suoi calcoli. «Vediamo di non trasformare di nuovo una frazione in un’era geologica», disse, e azionò il comando.
Il viaggio sembrò durare meno del precedente. Quando Fabio rialzò gli occhi, tuttavia, non trovò sul quadrante la data prevista. Le cifre lampeggiarono per qualche secondo, si stabilizzarono su una sequenza priva di senso e infine scomparvero. Fuori dal vetro il cielo si era fatto di un bianco uniforme, privo di sole e di nuvole, ma il campo sembrava lo stesso che aveva appena abbandonato.
Aprì il portale e uscì. L’erba gli parve meno verde, quasi traslucida, come se fosse stata ricostruita sulla base di un ricordo impreciso. La macchina metallica che aveva incontrato era scomparsa e al suo posto, a una ventina di metri, sorgeva una casa a due piani con il tetto spiovente e le persiane verdi.
Fabio la osservò a lungo prima di capire che cosa lo disturbasse: la casa non aveva porte. Si avvicinò a una finestra. All’interno, quattro persone sedevano attorno a un tavolo: un uomo, una donna e due bambini. Stavano cenando, o almeno eseguivano gesti che Fabio interpretò in quel modo, perché i piatti davanti a loro sembravano vuoti e le posate non producevano alcun rumore.
Picchiò sul vetro, senza ottenere risposta. Lo fece nuovamente, con maggiore forza, e allora la donna sollevò improvvisamente la testa. Fabio ebbe un sussulto, ma si accorse subito che non stava guardando lui. I suoi occhi erano puntati verso qualcosa alle sue spalle. Si voltò e non vide nulla. Quando tornò a osservare la stanza, le quattro persone erano scomparse. Rimanevano soltanto i piatti.
Uno dei bambini comparve a pochi centimetri dal vetro. Fabio indietreggiò, urtando il davanzale. Il bambino mosse le labbra, pronunciando qualcosa che non poteva udire, poi indicò il legno sotto la finestra. Fabio abbassò gli occhi. Sul davanzale erano incise due cifre separate da una virgola: 0,2.
Quando rialzò lo sguardo, il bambino non c’era più. «Un fenomeno di rifrazione cronologica», disse Fabio tornando verso il cronomobile. «Oppure un’allucinazione dovuta alla transizione. In entrambi i casi non necessariamente grave». La necessità di formulare ad alta voce una spiegazione lo irritò, soprattutto perché si accorse di non crederci.
Entrò nella macchina, chiuse il portale e impostò nuovamente la destinazione. Stavolta l’indicatore segnò meno novantotto anni. Fuori era notte e, oltre il vetro, si notava una città illuminata. Fabio rise per il sollievo. Gli edifici erano alti, le automobili percorrevano una larga strada e decine di persone camminavano sui marciapiedi. «Umanità», disse. «Finalmente».
Uscì e si avvicinò al primo passante. «Mi scusi, potrebbe dirmi che anno è?». L’uomo continuò a camminare. Fabio insistette, poi provò con una donna, con due giovani e con un vecchio accompagnato da un cane. Nessuno mostrò di percepirlo.
Decise di compiere una verifica più drastica e si mise davanti a un’automobile che stava arrivando lungo il viale. Il veicolo lo attraversò. Fabio avvertì soltanto un freddo improvviso.
Rimase immobile per alcuni secondi, quindi cercò di appoggiare una mano a un lampione e vide le dita penetrare nel metallo. Corse verso un edificio, attraversò la porta chiusa e si ritrovò in un locale affollato. Qui le voci arrivavano fino a lui, ma in maniera frammentaria, come se le frasi provenissero da conversazioni separate da distanze enormi. Distinse parole isolate: «domani», «successo», «mai», «zero». Poi udì chiaramente «punto due».
Si voltò. «Chi l’ha detto?».
Nessuno reagì.
Su uno schermo appeso alla parete passava un notiziario. Fabio cercò la data e vide i numeri cambiare ogni volta che tentava di metterli a fuoco: 14 marzo, 27 novembre, 3 agosto, poi una sequenza di cifre che non apparteneva ad alcun calendario conosciuto. Infine comparve soltanto 0,2 e lo schermo si spense.
Da quel momento perse il conto preciso dei viaggi. Ne fece dodici, forse tredici, e ciascuno lo convinse che il cronomobile non obbediva più alle leggi sulle quali era stato tarato.
In un ospedale trovò tutti i letti occupati da pazienti privi di volto, assistiti da infermieri che entravano nelle stanze senza mai uscirne: semplicemente a un certo punto svanivano. Su una spiaggia osservò il mare avanzare e ritirarsi per ore senza che la linea della battigia cambiasse di un centimetro. Visitò una biblioteca in cui ogni libro conteneva soltanto la pagina centrale, qualunque fosse il numero complessivo delle pagine indicato sul dorso. In una metropolitana lesse sulle targhe delle stazioni nomi come Roma, Parigi, Infanzia, Terra e Domani, ma nessuno dei treni rallentava abbastanza perché fosse possibile salirvi.
In uno dei luoghi peggiori, un corridoio illuminato da una fila di lampade gialle, vide una donna che gli ricordò sua madre. La somiglianza era tale che per qualche istante dimenticò ogni prudenza e la seguì, chiamandola per nome. La donna si arrestò e voltò lentamente la testa. In seguito, Fabio non seppe stabilire se il volto fosse assente o semplicemente impossibile da ricordare. Tornò alla macchina correndo e solo dopo aver sigillato il portale si rese conto di avere ancora tra le dita la pipa, spezzata in due.
Continuò a controllare i circuiti, certo che prima o poi avrebbe trovato il guasto. Il reattore temporale lavorava correttamente, i sistemi di compensazione non mostravano anomalie e i calcoli conducevano invariabilmente alle coordinate richieste. Persino l’errore di fase rimaneva entro il limite stabilito di 0,2.
Il numero incominciò a perseguitarlo. Lo trovò nell’angolo di uno strumento che non avrebbe dovuto indicare decimali, nella distanza fra due coordinate, nel tempo residuo di accensione e perfino, durante uno dei suoi viaggi, nella disposizione delle stelle sopra una pianura nera. Un’altra volta gli parve che alcune crepe sul pavimento componessero uno zero seguito da un due. Decise che si trattava di suggestione, ma l’ipotesi non lo tranquillizzò: se vedeva quel numero dove non doveva esistere, significava che la sua mente stava cedendo; se invece esisteva davvero, la situazione era probabilmente peggiore.
Dopo un numero imprecisato di tentativi, rimase seduto sul pavimento del cronomobile per un tempo che non seppe calcolare. Aveva smesso di fumare, non perché lo volesse, ma perché l’idea stessa di accendere la pipa gli sembrava appartenere a una persona che non era più lui. Una persona serena, sicura di sé, in grado di rilassarsi.
Si guardò attorno. «Non sto viaggiando nel tempo» si disse infine. Poi rifletté e corresse l’affermazione. «O almeno non soltanto».
Riprese gli appunti e cercò di ricostruire ciò che era accaduto dal momento dell’incontro con la macchina di due milioni di anni prima. Ricordava il pannello, il bagliore, le figure che non erano uomini e tuttavia possedevano qualcosa di intimamente umano. Aveva supposto di aver assistito a una registrazione o a una forma di comunicazione, ma non c’era nessuna ragione per credere che il fenomeno fosse stato così innocuo. La macchina poteva aver interferito con il cronomobile. O con lui. Forse non gli aveva mostrato un’altra realtà, ma aveva modificato la maniera in cui il suo veicolo si collegava alla propria.
Tornò alle formule originarie del progetto. Ogni spostamento temporale prevedeva una fase intermedia, teoricamente priva di durata, durante la quale il cronomobile non apparteneva né all’istante di partenza, né a quello d’arrivo. Nella pratica quella fase era sempre stata considerata irrilevante, una necessità matematica che non corrispondeva a un luogo reale. Sfogliò nervosamente le pagine fino a trovare il parametro che cercava.
0,2 φ.
Rimase immobile. Aveva sempre letto quel valore come il margine strumentale della transizione, e col tempo aveva perfino smesso di annotare la lettera che lo seguiva. Ma φ non indicava un errore, indicava la fase.
Sentì irrigidirsi i muscoli delle spalle. «Zero punto due non è lo scarto», mormorò. Guardò attraverso il vetro oscurato del portale. «È dove sono».
L’idea pareva assurda, tuttavia spiegava più cose di quante Fabio desiderasse. Il cronomobile forse non completava più il salto: entrava nella fase di transizione e ne emergeva soltanto in parte, trascinandolo in regioni che non erano propriamente tempi né mondi, ma intersezioni fra possibilità differenti di tempi e di mondi. Le città, le persone, il bambino, la biblioteca, sua madre: non erano necessariamente illusioni, ma neppure realtà nel senso in cui aveva sempre adoperato quella parola. Potevano essere frammenti di vite che erano accadute e luoghi che erano esistiti, cose che sarebbero potute accadere o che accadevano altrove; oppure, semplicemente, interpretazioni che il suo cervello costruiva davanti a qualcosa che non era capace di percepire del tutto, o di comprendere.
Quest’ultima possibilità gli parve la più angosciante. Se vedeva soltanto interpretazioni, non avrebbe mai saputo che cosa avesse realmente davanti.
Si avvicinò al portale, ma non lo aprì. Per qualche secondo gli sembrò di udire un respiro dall’altra parte. Si voltò e tornò ai comandi. Se il problema consisteva nell’incapacità di completare la transizione, avrebbe dovuto tentare esattamente ciò che fino a quel momento aveva evitato: intervenire mentre il cronomobile si trovava nella fase intermedia. Il sistema era stato progettato perché una simile operazione fosse impossibile, per la buona ragione che nessuno avrebbe dovuto trovarsi coscientemente in un intervallo che, secondo la teoria, non possedeva durata. Ciò nonostante, Fabio eliminò la destinazione temporale, disattivò i correttori automatici e lasciò soltanto il valore di fase.
Lo schermo tremolò.
Per un attimo pensò di aver distrutto il sistema. Poi sul pannello apparve una figura che non aveva mai programmato. Sembrava una curva vista in prospettiva ma, mentre la osservava, Fabio ebbe la netta sensazione di guardare dentro qualcosa.
La curva si allungò, si restrinse e acquistò profondità. Era simile a un tunnel le cui pareti si ramificavano in innumerevoli direzioni, la maggior parte delle quali svaniva appena tentava di seguirla con gli occhi. Una sola rimaneva stabile, e alla sua estremità pulsava un punto bianco.
Controllò i parametri. Non esisteva destinazione. Non esistevano coordinate. L’indicatore del tempo mostrava una linea vuota. Soltanto il valore della fase rimaneva leggibile: 0,2.
Il punto bianco si accese, si spense e si accese nuovamente. Fabio appoggiò un dito sul pulsante rosso. Se la sua ipotesi era corretta, quella struttura poteva essere il percorso attraverso il quale il cronomobile entrava e usciva dalla regione intermedia. Seguendola avrebbe forse trovato il modo di completare, finalmente, un viaggio. Ma non sapeva se il punto luminoso rappresentasse un’uscita, un’altra zona di transizione o qualcosa che aveva imparato a mostrarsi sotto quella forma affinché lui potesse comprenderlo.
Ritirò la mano. Il punto continuò a pulsare.
Prese la pipa spezzata, la rigirò distrattamente fra le dita e tornò a osservare la figura sullo schermo. Più la fissava, più aveva l’impressione che il tunnel non fosse comparso in seguito alle sue modifiche: sembrava piuttosto che fosse sempre stato lì e che, eliminando tutti gli altri parametri, lui avesse finalmente tolto ciò che gli impediva di vederlo. «Forse», disse.
Non gli venne in mente nulla di più rassicurante.
Fabio si lasciò sprofondare nella poltrona di comando. Era intrappolato nella transizione, in un’area di tempo infinita in cui non era più in grado di decidere dove, e soprattutto quando, fermarsi. Se non avesse trovato una soluzione, avrebbe continuato a viaggiare nel tempo senza una precisa meta, come se qualcosa, o qualcuno, si divertisse a mostrargli vite varie distribuite in tempi e modi differenti, ma senza concedergli la risposta alla sua domanda: «Come ha fatto il genere umano a estinguersi per la seconda volta?».
Quelle parole erano stampate nella sua mente come un neon. Quella era la sua meta, e il cronomobile impazzito, o sabotato, era solo un diversivo.
Cercò di calmare il battito del cuore, che era ormai un galoppo frenetico: vivere nel tempo, senza una via d’uscita, lo terrorizzava, tenendo conto che qualsiasi scelta avrebbe ridefinito anche il tempo della sua vita. Non sarebbe più invecchiato? Avrebbe viaggiato in eterno per mondi e vite eteree, senza la possibilità di comunicare e capire? Il pensiero tornò alle forme volatili che aveva incontrato due milioni di anni prima e durante i suoi viaggi inconsulti e sregolati. Cos’erano? Forse volevano dirgli qualcosa, forse volevano avvisarlo di ciò che sarebbe stato il futuro?
Decise che al momento la priorità era il cronomobile: doveva capire il significato di quel punto bianco che illuminava a intermittenza. Guardò ancora i parametri: zero destinazione, zero coordinate. Verificò il funzionamento di tutti i sensori, che avrebbero attivato un diagramma riassuntivo di tutti i suoi spostamenti. La cabina si accese di mille luci e sul monitor apparve il grafico: dalle ordinate partiva una linea parallela alle ascisse e dalle ascisse una serie di linee verticali che si fermavano sull’unica perpendicolare. Erano tredici, come le sue fermate nel tempo. Lentamente cominciò a disegnarsi un’altra linea, irregolare, che intersecava tutte quelle verticali, fino a incontrare il punto bianco. Quella linea usciva dal display.
Il punto luminoso toccò tutte le intersezioni, andando avanti e indietro, come fosse un gioco che ricordava quelli antichi, offerti con i primi computer. Un’ultima corsa e il punto si fermò in fondo al percorso disegnato; l’intermittenza aumentò la frequenza, ora accompagnata anche da un avviso sonoro che prese a rimbombargli nel cervello.
Cosa fare? Luce e rumore sembravano tanto una richiesta d’aiuto, frenetica, disperata. O un avvertimento? Lasciò perdere quelle sensazioni e si focalizzò sull’interpretare il diagramma, ma più che rifare continuamente il percorso del punto luminoso non riusciva a ricavarne alcun significato: continuava a sembrargli un gioco. Ora però la paura di restare intrappolato sfociava nel terrore. Le mani presero a tremargli mentre toccava a caso pulsanti e leve.
Cedette alla frustrazione e alla stanchezza. Chiuse gli occhi e andò a ritroso. Perché l’umanità si era estinta? Perché il suo obbiettivo era stato l’autodistruzione? Pensò a tutte le possibilità, cercando di trarne un indizio: le guerre, le carestie, le catastrofi naturali, la neve aliena, il potere economico, da sempre vero motore del disequilibrio umano, le varie religioni e il loro parlare d’amore e vivere d’odio. Tutto troppo facile: c’era sempre una possibilità di scelta per evitare l’estinzione.
Già, troppo facile, eppure era già successo almeno due volte: l’isteresi umana aveva oltrepassato la soglia della sopravvivenza, quello stato di cui ci si rende conto di quando non c’è più soluzione. Per anni la comunicazione era stata il muro di gomma contro cui nulla era possibile contrapporre, e la dipendenza che aveva creato alimentava la comfort zone, il non aver problemi, il vivere nel proprio orticello rispettando tutti, a patto che quei tutti non la pensassero diversamente. La comunicazione che, una volta data in pasto senza freni a ogni essere vivente, era diventata il contenitore di tutte le possibilità che Fabio aveva elencato nel proprio pensiero, corrotto ormai dal delirio della solitudine eterna. Il titolo del tutto gli era chiaro: il mondo va come te lo dico io, e quell’io non lo conosceva nessuno.
Si riprese e ricominciò ad armeggiare coi comandi. Isolò il primo incrocio del diagramma, nascondendo tutto il resto. Il punto bianco si posizionò lì e la luce esplose: nel monitor apparvero le figure che fluivano dal meccanismo che aveva trovato nella sua prima tappa, e ancora gli sembravano conosciute. Riprovò quel senso d’intimità che l’aveva pervaso, ma stavolta ebbe la percezione che le figure lo spingessero ad andare oltre, a muoversi in avanti, come quando qualcuno ti fa fretta. Il senso di familiarità divenne consapevolezza di un rimprovero per lui inconsapevole. Cambiò l’incrocio. Si posizionò sul secondo, poi sul terzo, fino a completare il percorso che terminava sul punto bianco all’estremità. Rivisse tutti i momenti delle sue tappe, e in ognuno percepì la stessa sensazione di avvertimento: il bambino alla finestra, la madre, l’ospedale. Tutto sembrava spingerlo a fare qualcosa, un passo in avanti definitivo, come se chi era vissuto prima di lui lo implorasse di riparare a qualcosa di sbagliato, sia nel tempo che nello spazio. Ma Fabio non poteva fare nulla.
Chiuse gli occhi e si aggrappò all’ultima possibilità: lasciare all’immaginazione capire cosa fosse il tutto che stava vivendo e che l’aveva intrappolato.
0.2. Cosa significa? Guardò il monitor e quei numeri erano sempre presenti in un angolo.
«Pensa, professor Joskowicz, pensa!» si disse quasi urlando. Lo 0.2 sul monitor cominciò ad apparire e sparire a intermittenza, alternandosi con il punto bianco. Pensò che sembrava l’intro di un pezzo rock. Sorrise, ma quel sorriso fu come un colpo di vento che spazza via tutto: e se fosse stato davvero solo un gioco? E se l’umanità fosse stata solo il risultato inesatto del progetto di qualche entità insondabile?
L’immaginazione galoppava. 0.2: lo zero è il numero del progetto, il due identifica il secondo tentativo, catastrofico, di creare la razza umana. Sbarrò gli occhi e si convinse che era proprio così. Ebbe il sospetto che tutte le pseudo-vite che aveva incontrato lo invitavano ad andare avanti nel futuro, per evitare che quel due venisse incrementato. Si convinse che il cronomobile sarebbe ripartito.
Impostò una data di mille anni avanti rispetto al tempo da cui era partito. Il cronomobile si accese. Partì.
Durante il viaggio pensò che l’immaginazione è ancora troppo sottovalutata, a favore di regole e pragmatismi che definiscono lo stato sociale. Se ne compiacque. Tutto il suo entusiasmo però si spense quando arrivò a destinazione: scese e si trovò in un mondo buio, bruciato, con pochi palazzi rimasti in piedi a fare da intervallo a un orizzonte desolato. Qualche macchinario bellico distrutto qua e là, e l’inequivocabile odore di morte che pervadeva l’aria.
Era arrivato tardi: l’umanità aveva subito l’ennesima autodistruzione. Tornò alla macchina e non si stupì quando lesse ciò che campeggiava sul monitor: 0.3.
Nel suo primo viaggio aveva creduto di essere il primo uomo sulla terra, ma di sicuro ora era l’ultimo. Ed era la realtà. Ma se tutto era davvero un gioco programmato, perché era ancora vivo ed era stato condotto lì? Avrebbe iniziato lui una nuova era dell’uomo? E in quel gioco quale ruolo avrebbe avuto: Adamo?
O forse Dio?
Racconto incluso in LOS CUENTOS DEL CAN CERBERO (DOCE) – I RACCONTI DEL CERBERO
scritto a sei mani per MICROFICCIONES Y CUENTOS
Trovi la traduzione in spagnolo cliccando qui, in fondo agli altri racconti.

![Elena Tomaini – Eaupulence [in english]](https://www.inkroci.it/racconti-brevi/wp-content/uploads/2026/06/Elena-Tomaini-Eaupulence-218x150.png)



















