Ero già stato sollecitato molte volte ad andare a trovare il signor censore e a fare due chiacchiere con lui, ma avevo sempre rimandato, perché provavo un vago senso di terrore nei suoi confronti. Posso dire che soffrivo di un’idea fissa: che quell’uomo avrebbe cancellato anche me.
Non saprei spiegarvi come esattamente me lo immaginassi, ma era una sensazione piuttosto spiacevole, accompagnata ogni volta da un brivido lungo la schiena.
Alla fine, tuttavia, mi decisi ad andare a trovarlo e a interrogarlo sulle sue opinioni in generale. Immaginavo che dovesse essere un uomo dall’aspetto malvagio, capace di tutto, ma mi sbagliavo: trovai un signore distinto, che mi sorrideva con aria sofferente e che mi pregò con cortesia di accomodarmi.
«Possiamo parlare tranquillamente», disse, «e spero che correggerà almeno un poco l’opinione che ha di me. Ammetto che qualche volta commetto delle sciocchezze…».
Agitai una mano in segno di diniego.
«No, mi creda, glielo dico con tutta lealtà: qualche volta combino davvero delle sciocchezze, ma non è colpa mia!».
Sorrise tristemente e mi pregò di osservare più da vicino il suo cranio. Aveva la fronte molto bassa e la testa schiacciata.
«Hanno scritto di me», disse, «che da giovane sarei caduto da un albero battendo la testa per terra, che insomma sarei caduto sulla testa; ma non è vero. La testa mi fu schiacciata poco dopo la nascita, perché un medico miope ci si sedette sopra, e da lì deriva questa caratteristica forma del mio cranio. In principio pensavano che non sarei sopravvissuto e che, se anche fossi sopravvissuto, sarei rimasto gravemente debole di mente; ma, grazie a Dio, ho superato tutto quanto e oggi sono censore. Ancora adesso, però, ogni tanto soffro di mal di testa, e allora combino qualche sciocchezza: capita, signore, che non sequestri persino delle palesi offese alla Chiesa e altre cose del genere. Circa quattro anni fa, per esempio, lasciai passare la frase: “Portava pazientemente la propria croce”. Signore, lei sa bene chi portò la croce, sa che fu il nostro Salvatore; lì invece si parlava di un calzolaio. Quando però mi fui ripreso, non mi spaventò più alcun ostacolo e mi rimisi al lavoro con entusiasmo. Lei non sa, egregio signore, quanto siano subdoli oggi questi scrittori e giornalisti, e quanto siano scaltri. Scrivono cose che a prima vista sembrano innocentissime, e soltanto dopo averci riflettuto a lungo uno riesce a scoprire dove si nasconde il tranello; perché, come dice Tolstoj: “Preso l’artiglio, preso tutto l’uccello”. Quella frase, detto per inciso, l’ho sequestrata anch’io, perché fu pubblicata proprio nel periodo in cui un certo altissimo personaggio si era strappato la pelliccia da caccia contro un cespuglio di spine. E per farle capire quanto siano scaltri, consideri per esempio questa frase: “Stava appoggiato a un albero, guardava la tempesta e ricordava”. A prima vista è una frase insignificante, inoffensiva; ma soltanto a prima vista».
Si alzò e prese a camminare per la stanza.
«Noti, però, che erano state scritte molto vicine l’una all’altra le parole “tempesta” e “ricordava”. Bene, a lei la cosa potrà sembrare innocua, ma io non potevo lasciar passare quella frase, dovevo sequestrarla, perché la parola “tempesta” è quella che più nettamente rimane impressa nella mente del lettore; e il lettore, guidato da un processo psicologico, incomincia a ricordare le tempeste in generale e poi si dice che esistono anche tempeste di altro genere, oltre ai fenomeni naturali del cielo: esistono anche le tempeste politiche, signore, i tumulti, le manifestazioni».
Continuava a camminare per la stanza.
«Spaccano le finestre, gridano: “Vergogna al governo! Via costoro! Vergogna alla polizia!”. Tirano pietre; e io, signore, dovrei lasciar passare una cosa simile, io che sono un funzionario dello Stato? Allora prendo tranquillamente la matita blu e cancello la frase. Né mi piace affatto quando qualcuno scrive, per esempio: “E allora pensò a questo e a quello”. Signore, in quel “questo e quello” può nascondersi di tutto.
«Pensare a questo e a quello è pura e semplice istigazione alla rivolta, è un reato contro la quiete e l’ordine pubblico. Pensare a questo e a quello può essere persino una manifestazione di pensiero sovversiva. Credono che uno possa pensare tutto quello che vuole, perché sono perseguibili soltanto le manifestazioni esteriori. Ma che diavolo è un pensiero? Il pensiero è una manifestazione dell’attività mentale. Una manifestazione, dico io, e per le manifestazioni abbiamo un codice.
«Devo stare attentissimo, mi creda, per arrivare in fondo a tutto ciò che può nascondersi nelle parole. Non posso trascurare nemmeno le rubriche sportive dei giornali».
«Mi permetta, maestro, mi pare che recentemente lei abbia sequestrato la frase: “Queste sono proprio condizioni cinesi”».
«Certamente. L’ho cancellata con la matita blu, perché dai giornali sono perfettamente informato che proprio adesso in Cina c’è una rivoluzione. Se dunque qualcuno, in un momento in cui quella maledetta rivoluzione cinese sta trionfando, scrive: “Queste sono proprio condizioni cinesi”, credo che chiunque possa vedervi un’incitazione alla rivolta. E poiché a Nanchino l’esercito è dalla parte dei rivoluzionari, non posso farci niente: il giorno dopo devo sequestrare tutte le notizie sull’avanzata della rivoluzione cinese, perché quello è antimilitarismo. Qualcuno dirà: che ce ne importa della Cina? E avrebbe ragione, ma poi quelle notizie le divora, eccome se le divora! Ed è con notizie del genere, poi, che si fanno i giornali. Non è roba da diventar matti? Prenda, per esempio, la notizia che in Cina la popolazione è nelle mani dei rivoluzionari. Questa è insurrezione, signore, questa è ribellione, e adesso lei vorrebbe mettere una cosa simile nelle mani della gente. I giornali, signore, sono una porcheria, una porcheria di prim’ordine, come del resto tutto ciò che viene stampato; ma io a loro e a tutta questa roba metterò il piede sul collo».
Prese dalla parete una grossa matita che pendeva, a mo’ di ornamento, sotto alcuni quadri e disse: «Guardi questa matita. È tutto qui. Quel tizio avrà pure inchiostro e penna, ma io ho una matita, una dannatissima matita. Con questa mando tutto all’aria, cancello tutto quanto e gli faccio vedere io come si trattano le parole».
Me ne andai in fretta, perché quella matita sotto il naso aveva cominciato ad agitarmi e avevo capito che, senza alcuna pietà, avrebbe cancellato anche me.
Traduzione di Matteo Horák




















