Herman Melville – I ‘Gees

0
155

Nel raccontare ai miei amici i vari passaggi del mio andar per mare, ho a volte avuto occasione di accennare a quelle singolari persone, i ‘Gees, qualche volta come conoscenze casuali, altre volte come compagni di bordo. Tali accenni sono stati piuttosto naturali e facili. Per esempio, ho detto I due ‘Gees, proprio come un altro direbbe I due Olandesi, o I due Indiani. In effetti, essendo io molto familiare con i ‘Gees, mi pareva che tutto il resto del mondo lo dovesse essere. Ma non è così. I miei ascoltatori sbarravano gli occhi abbastanza per dire, “E che diavolo è un ‘Gee?”. Per illuminarli mi sono dovuto ripetutamente interrompere e non senza danno per le mie storie. Per rimediare a questo inconveniente, un amico mi ha suggerito l’opportunità di scrivere qualche racconto sui ‘Gees, e di farlo pubblicare. Per ciò che valgono, i seguenti memorandum nascono da questo felice suggerimento.
La parola ‘Gee (g dura) è un’abbreviazione – dei marinai – di Portugee, la versione corrotta di Portoghese. Come il nome è un’abbreviazione, così la razza è un residuo. Circa tre secoli fa alcuni prigionieri portoghesi furono mandati a Fogo, una delle colonie di Capo Verde, al largo della costa nord occidentale dell’Africa, un’isola in precedenza ricca di una razza aborigena di neri, collocati piuttosto in alto quanto a cortesia ma piuttosto in basso per statura e morale. Nel corso del tempo, dalle generazioni che si sono amalgamate, tutti i tipi più promettenti furono scartati come cibo per la polvere, e gli antenati di quelli da allora chiamati ‘Gees furono lasciati come caput mortum, o memoria di mestizia.

Tutti i marinai hanno forti pregiudizi, specialmente sulla questione della razza. In questo sono bigotti. Ma quando una creatura di razza inferiore vive tra di loro – un marittimo inferiore –, sembra non esserci limite al loro disprezzo. Ora, come molto prima è stato suggerito, il ‘Gee, sebbene di natura acquatica, per quanto riguarda le qualifiche più alte, non sarà il migliore dei marinai. In breve, dai marinai l’abbreviazione ‘Gee fu inventata come puro insulto, il cui grado poteva parzialmente essere intuito da questo: che per loro Portugee, la stessa parola iniziale è un rimprovero; così che ‘Gee, essendo un sottile distillato di quella parola, sta per punto di intensità relativa ad essa, come l’essenza di rose sta all’acqua di rose. A volte, quando qualche burbero vecchio lupo di mare ha sfogato più del solito il suo malumore contro qualche sfortunato imbranato di Fogo, suo compagno di bordo, è meraviglioso udire il prolungamento di scherno con cui trascina il piccolo monosillabo esclamatorio Ge-e-e-e-e-!
L’Isola di Fogo, ossia, l’”Isola del Fuoco”, era così chiamata per via del suo vulcano, che dopo aver buttato fuori un’infinita quantità di pietre e ceneri, alla fine tirò su gli affari, dopo che la sua vasta generosità era divenuta fallimento. Ma grazie alla prodigalità del vulcano al suo tempo, il terreno di Fogo è così come si può trovare in una giornata polverosa su una strada di recente macadamizzata. Tagliati fuori da fattorie e giardini, l’alimento base degli abitanti è il pesce, che sono molto esperti a pescare. Ma non di meno apprezzano i biscotti delle navi, che davvero, dalla maggior parte degli isolani, barbari o semi-barbari, sono considerati una sorta di chicca.
Nella sua miglior condizione il ‘Gee è piuttosto piccolo (lo ammette) ma, con qualche eccezione, resistente; in grado di sopportare lavoro durissimo, un vitto scarso o una fatica pesante, a seconda del caso. Infatti, da un punto di vista scientifico, sembrerebbe in generale esserci una naturale adattabilità nel ‘Gee ai tempi duri. Una teoria non smentita dalle esperienze; ed inoltre, quell’amorevole cura della Natura nel renderlo adatto a queste esperienze, qualcosa per cui, per le dolorose frizioni con un mondo indurito, Fox il Quacchero si era preparato, cioè un ruvido abito di pelle da capo a piedi. In altre parole, il ‘Gee non partecipa in alcun modo di quella sensibilità squisitamente delicata espressa dall’aggettivo metaforico, (dalla pelle) sensibile. Il suo fisico e il suo spirito sono in singolare contrasto. Il ‘Gee ha un grande appetito, ma poca immaginazione; un grosso globo oculare, ma poca profondità di visione. Sgranocchia biscotti ma respinge/evita i sentimenti.
Il suo aspetto è ibrido; i suoi capelli idem; la bocca sproporzionatamente grande, comparata al suo stomaco; il collo corto; ma la testa rotonda, compatta e denotante una comprensione pratica.
Come i neri, il ‘Gee ha un gusto peculiare, ma diverso – una sorta di gusto selvatico, marino, di selvaggina, come l’uccello marino denominato procellaria. Come la cacciagione, la sua carne è soda ma magra.
I suoi denti vengono detti denti di burro, forti, durevoli, quadrati e gialli. Tra i capitani che non hanno migliori dissertazioni da fare durante le piogge noiose, alle latitudini subtropicali, molte discussioni sono state fatte se i denti del ‘Gee siano destinati a scopi carnivori o erbivori, o entrambi congiuntamente. Ma dato che sulla sua isola il ‘Gee non mangia né carne né erba, questa indagine sembrerebbe superflua.
L’abito nativo del ‘Gee è, come il suo nome, autoctono. Essendo la sua testa per natura ben coperta di chioma, egli non indossa cappelli. Abituato a guadare molto nella spuma, non indossa scarpe. Ha un calcagno utilmente duro, un calcio che dai prudenti è considerato tanto pericoloso quanto quello di una zebra selvatica.
Sebbene a lungo non estraneo alla gente marinara del Portogallo, il ‘Gee, fino ad un periodo relativamente recente, è rimasto quasi impensabile per i marinai americani. Sono ora circa quarant’anni, da quando è stato per la prima volta conosciuto da alcuni maestri delle nostre navi di Nantucket, che hanno dato inizio alla pratica di toccare terra a Fogo, sul passaggio verso l’esterno, per colmare le mancanze di personale tra i loro equipaggi generate dalla scarsità di uomini a casa. Gradualmente l’usanza divenne pressoché generale, fino ad ora il ‘Gee si trova a bordo di quasi una baleniera su tre. Una ragione per cui sono richiesti è questa: un genuino ‘Gee che sale a bordo di una nave straniera non chiede mai il salario. Egli viene per i biscotti. Non sa che cosa significhi salario, a meno che manette e i colpi siano salario, di cui ne riceve in abbondanti concessioni, pagate con grande puntualità, oltre alla gratifica, di cazzotti tirati di tanto in tanto. Ma con tutto questo, vi sono alcune persone, pur non eccessivamente prevenute per parzialità verso di lui, che ancora insistono che il ‘Gee non abbia mai quello che gli spetta.
Essendo i suoi docili servizi, così economici da ottenere, alcuni capitani arrivano al punto di sostenere che i marinai ‘Gee sono preferibili, davvero in ogni modo, fisicamente ed intellettualmente, superiori ai marinai americani – lamentandosi questi capitani, e giustamente, che i marinai americani, se non trattati decentemente, sono in grado di creare seri problemi.
Ma persino i loro più ardenti ammiratori non considerano prudente navigare con nessun altro che i ‘Gee, per lo meno se corrono il rischio di essere tutti inesperti, essendo un ‘Gee il più novello in tutte le cose novelle. Inoltre, a causa della goffaggine dei loro piedi, prima migliorata dall’ esercizio nelle manovre, i novelli ‘Gee sono soliti, in numero non trascurabile, cadere fuori bordo, la prima notte di burrasca; al punto che, quando proprietari irragionevoli insistono con un capitano contro la sua volontà su di un novello equipaggio ‘Gee a prua e a poppa, egli imbarcherà il doppio numero di ‘Gee rispetto a quello che avrebbe imbarcato di americani, così da prevenire tutte le evenienze.
I ‘Gee sono sempre pronti ad essere imbarcati. In qualunque giorno si può andare sulla loro isola, e mostrandogli una moneta di biscotto sul parapetto, si può scendere fino al bordo dell’acqua con loro.
Ma sebbene qualsiasi numero di ‘Gee è sempre pronto ad essere imbarcato, tuttavia non va per niente bene prenderli come vengono. C’è una scelta persino tra i ‘Gee.
Naturalmente il ‘Gee ha il suo carattere segreto così come una sua veste pubblica. Per conoscere i ‘Gee – per essere un buon giudice dei ‘Gee – uno li deve studiare, proprio come per conoscere ed essere un giudice per i cavalli uno deve studiare i cavalli. Semplice, dato che per la maggior parte sono entrambi cavalli e ‘Gee, in nessun caso la conoscenza della creatura può arrivare per intuizione. Quanto imprudenti, quindi, quegli ignoranti giovani capitani che, al loro primo viaggio, imbarcheranno i loro ‘Gee a Fogo senza alcuna informazione preparatoria, o almeno sufficiente da ricevere opportuno consiglio da un «fantino di ‘Gee», «‘Gee jockey». Con «’Gee jockey» si intende un uomo molto competente sui ‘Gee. Molti giovani capitani sono stati sbalzati e malamente feriti da un ‘Gee di loro scelta. Perché nonostante la generale docilità del ‘Gee quando è novellino, potrebbe essere diversamente quando maturo. Dei capitani prudenti non prenderanno un tale ‘Gee. “Via quel maturo ‘Gee!” urlano; “quel ‘Gee intelligente; quel ‘Gee avveduto! Per me solo “Gee novelli!”

A beneficio degli inesperti capitani che stanno per visitare Fogo, il seguente potrebbe essere dato come il miglior modo per testare un ‘Gee: mettevi dritti di fronte a lui, diciamo a tre passi, così che l’occhio, in un colpo, possa esaminare il ‘Gee davanti e dietro, con un’occhiata comprendendo la sua intera corporatura e struttura – come appare intorno alla testa, se la porta bene; le sue orecchie, sono troppo lunghe? Quanto misura al garrese? Le sue gambe, il ‘Gee è stabile su di esse? Le sue ginocchia, nessun sintomo di Baldassar, lì? Come è messo nella regione della punta di petto, etc., etc.
Così via da cima a fondo. Per il resto, avvicinatevi, e mettete il centro della pupilla del vostro occhio – diciamo, come se fosse proprio nell’occhio del ‘Gee – finanche come un occhio di pietra, dolcemente, ma con fermezza fatelo scivolare dentro, e poi notate quale particella o lampo di ferocia, se ve ne è, vi galleggerà.
Tutto questo e di più deve essere fatto: eppure dopo tutto, il miglior giudice potrebbe essere ingannato. Ma per nessun motivo un marinaio dovrà trattare per il suo ‘Gee con un mediatore, anche lui ‘Gee. Perché uno così deve essere un ‘Gee avveduto, che sicuramente consiglierà al ‘Gee quali cose nascondere e cosa mostrare, per colpire l’immaginazione del capitano; che naturalmente, l’avveduto ‘Gee suppone che propenda per quanta più eccellenza fisica e morale possibile. L’imprudenza di fidarsi di uno di questi mezzani fu vigorosamente mostrata nel caso del ‘Gee che dai suoi compaesani fu raccomandato a un capitano (di New Bedford) come uno dei più agili ‘Gee di Fogo. Lì rimase dritto e saldo in un fluido paio di pantaloni militari maschili, insolitamente ben calzanti. In realtà egli non aveva girato molto ai tempi. Ma quella era diffidenza. Bene. Lo imbarcarono. Ma al primo ritiro di vela, il ‘Gee prese fuoco. Venuti a vedere, entrambe le gambe dei pantaloni erano piene di elefantiasi. Fu un lungo viaggio per capodogli. Inutile per la pesantezza, proibito dallo scendere a riva, quel ‘Gee elefantiaco, sempre sgranocchiando biscotti, fu portato per tre lunghi anni in giro per il globo.
Divenuto saggio per diverse simili esperienze, il vecchio capitano Hosea Kean, di Nantucket, nell’imbarcare un ‘Gee, attualmente gestisce la questione così: attracca a Fogo di notte; segretamente raccoglie informazioni su dove alloggia il ‘Gee che presumibilmente vuole imbarcarsi; a quel punto con una squadra forte sorprende tutti gli amici e i conoscenti di quel ‘Gee; li mette sotto sorveglianza con pistole alla testa, poi striscia cautamente verso il ‘Gee, che giace completamente inconsapevole nella sua capanna, privo di qualsiasi possibilità di mostrare alcunché di ingannevole nel suo aspetto. Così silenziosamente, così improvvisamente, così inaspettatamente, il Capitano Kean piomba sul suo ‘Gee, per così dire, proprio nel cuore della sua famiglia. Con questo metodo, più di una volta, sono state fatte delle rivelazioni inattese. Un ‘Gee, raccontato all’estero come un Ercole per la forza ed un Apollo Belvedere per la bellezza, all’improvviso viene scoperto in un miserabile mucchio, miseramente penzolante come su delle stampelle, con le gambe che parevano come spezzate. La solitudine è la casa del candore, secondo il Capitano Kean. Nella stalla, non sulla strada, egli dice, risiede il vero ronzino.
L’innato disprezzo dei marinai normalmente istruiti come tali verso i ‘Gee riceve un vantaggio aggiuntivo da questo. I ‘Gee si svendono lavorando per i biscotti mentre i marinai chiedono dollari. Per cui qualsiasi cosa detta dai marinai a detrimento dei Gee dovrebbe essere recepita con cautela. Specialmente quel loro modo beffardo, che la giacchetta (monkey jacket) era originariamente chiamata giacca di scimmia per il fatto che quel grossolano tipo di vestito ispido, era prima conosciuto a Fogo. Spesso chiamano una giacca di scimmia una giacca ‘Gee. Comunque questo sia, non c’è richiamo al quale il ‘Gee risponderà con più alacrità della parola “Uomo”!
C’è del duro lavoro da fare, e il ‘Gee rimane lì col broncio? “Qui, uomo!” urla il compagno. Come corrono. Ma dieci a uno, quando il lavoro è fatto, è di nuovo un semplice ‘Gee. “qui, ‘Gee tu ‘Ge-e-e-e!” In fatti non è inimmaginabile che solo quando uno stimolo straordinario è necessario, soltanto quando si deve ottenere uno sforzo extra, tutti questi disgraziati ‘Gee vengano nobilitati da un nome umano.
Ad ora, l’intelletto del ‘Gee è stato poco coltivato. Nessun esperimento educativo ben attestato è stato tentato su di lui. Si dice comunque, che nell’ultimo secolo un giovane ‘Gee fu inviato all’Università di Salamanca da un visionario ufficiale portoghese. Anche tra i Quaccheri di Nantucket, si è parlato di mandare cinque piacenti ‘Gee, dell’età di sedici anni, al College di Dartmouth; quella venerabile istituzione, come ben si sa, essendo stata originariamente fondata in parte con l’obiettivo di completare gli Indiani selvaggi nei classici e nella matematica superiore. Due qualità dei ‘Gee che, insieme alla loro docilità, potrebbero giustamente essere considerate come fornitrici di un’incoraggiante base per il suo addestramento intellettuale, sono la sua eccellente memoria, e l’ancora più eccellente credulità.
Il racconto di qui sopra potrebbe, forse, tra gli etnologi, far sorgere qualche curiosità di vedere un ‘Gee. Ma per vedere un ‘Gee non vi è bisogno di andare fino a Fogo, non più di quanto per vedere un cinese di andare fino in Cina. I ‘Gees si incontrano occasionalmente nei nostri porti, ma più particolarmente a Nantucket e a New Bradford. Ma questi ‘Gee non sono i ‘Gee di Fogo. Cioè non sono più ‘Gee novellini. Sono ‘Gee sofisticati, e per cui passibili di essere presi per cittadini naturalizzati, malamente scottati dal sole. Molti cinesi, con una giacca nuova e pantaloni ampi, la lunga coda avvolta, nascosta dal cappellino da Genin, hanno passeggiato per Broadway, e sono stati scambiati semplicemente per eccentrici piantatori della Georgia. Lo stesso coi ‘Gee; uno straniero deve avere un occhio acuto per riconoscere un ‘Gee, anche se lo vede.
Questo per dare un’abbozzata idea del ‘Gee. Per ulteriori e più complete informazioni domandate a qualsiasi acuto capitano baleniere, ma più specialmente al già menzionato vecchio Capitano Hosea Kean, di Nantucket, il cui indirizzo al momento è “Oceano Pacifico”.

Traduzione di Anna Ettore

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *