Viviana E. Gabrini – Pa’ Livio e ma’ Piné

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Era il 30 dicembre 1899, sul finire del secolo, quando si sposarono nella parrocchiale di Sant’Agostino, che da più di 400 anni fronteggiava l’antico castello Malaspina.
Livio, venticinque anni, aveva le mani indurite dal lavoro nei campi e nelle fornaci di mattoni sparse nella zona; indossava l’abito della domenica, che poco si differenziava dagli abiti di tutti i giorni, forse qualche rattoppo e qualche sdrucitura in meno. Livio l’era un furest, era nato nel piacentino, ed era arrivato in Oltrepò Pavese seguendo il lavoro di azienda agricola in azienda agricola, di padrone in padrone. Irriducibile socialista, portava due folti baffi neri, di cui andava molto orgoglioso.
Giuseppina, detta Piné, aveva ventiquattro anni, capelli e occhi scuri, mani segnate dalla fatica dei campi. Era nata e cresciuta a Pinarolo Po, e ci sarebbe morta nella seconda metà del secolo successivo. Il giorno del matrimonio entrò in chiesa con i capelli raccolti sotto un velo semplice e lo sguardo sereno di chi conosce la fatica, ma non la disperazione.
Non ci furono festeggiamenti ricchi: pane fatto in casa, salame, un fiasco di vino rosso e i parenti stretti radunati nella cucina degli sposi, in una casetta di cortile a due passi dalla chiesa.
Mentre il prete li univa, a Piné parve che il mondo si fermasse, racchiuso tra le case basse e i campi infiniti della pianura. Era una ragazza semplice e di buon cuore e sorrise quando il parroco chiese se volesse sposare il qui presente Livio Salinelli. Se solo avesse trovato le parole giuste, avrebbe risposto che quel ragazzo robusto dagli occhi scuri e dai baffi folti era l’unico uomo con cui avrebbe voluto passare tutta la sua vita e che in nessun posto si trovava a suo agio come accanto a lui. Ma Piné era poco avvezza ai discorsi e non si destreggiava bene con le parole, e si limitò a fare quello che il prete le chiedeva: sussurrò un semplice sì.

La loro vita proseguì, semplice e faticosa com’era stata fino a quel momento.
Livio lavorava nei campi di mais e frumento per il padrone, seminando in autunno e mietendo d’estate. Quando arrivava la bella stagione – dalla primavera all’autunno inoltrato – entrava nelle fornaci vicine: era un lavoro duro, ma la sola campagna non bastava a mantenere la famiglia.
Il periodo più difficile era l’inverno, perché le fornaci chiudevano. Il freddo rigido della pianura padana rendeva l’argilla troppo dura e compatta, difficile da scavare, lavorare e modellare. Il gelo penetrava ovunque, l’acqua gelava nei secchi e il terreno si induriva come pietra: non c’era modo di procedere con profitto. Così, da novembre a marzo, Livio tornava, riparava attrezzi, curava la vacca e il pollaio e tirava avanti con le provviste accumulate. Piné veniva da una famiglia di mezzadri: aiutava in campagna e nella stalla, e negli anni a seguire avrebbe cresciuto sei figli.
Si erano conosciuti al mercato del paese, tra bancarelle di verdura e attrezzi: lui le aveva offerto una mela, lei aveva sorriso. Da quel giorno, non si erano più lasciati.
Il Novecento li accolse con ritmi lenti e duri, e donò loro il primo figlio. Dopo Pietro nacquero Oreste, Bruno, Gigi, Onelia e infine Maria, l’ultimogenita, che arrivò cinque anni dopo Onelia. Quando il ciclo lunare scomparve, Piné pensò di essere arrivata alla fine del suo periodo fertile e accolse con grande sgomento l’annuncio del medico che le diceva di essere incinta.
Piné compì quarant’anni pochi mesi dopo la nascita di Maria e, quando girava con lei per il paese, si sentiva al contempo orgogliosa e terribilmente in imbarazzo: le vecchie di quarant’anni non facevano figli!
Livio, invece, non si poneva problemi ed era un padre orgoglioso. Nonostante fosse pressoché normale che quasi in ogni famiglia ci fossero dei bambini nati morti o che di poco sarebbero sopravvissuti dopo la nascita, i suoi sei figli erano tutti sani e robusti. Nemmeno la terribile epidemia di spagnola del 1915 aveva fatto vittime all’interno della loro piccola tribù.
Sei figli in quindici anni, un via vai di voci infantili, piedi scalzi sul pavimento di cotto e mani piccole che aiutavano a raccogliere legna o a girare la polenta. Non c’erano giocattoli, ma storie intorno al fuoco: di santi, di nonni lontani, di inverni duri superati insieme. Ragazzi che si facevano uomini, fra litigi e discussioni che finivano sempre in grandi abbracci. Bambine che diventavano ragazze, accorciavano le gonne e arricciavano i lunghi capelli.
Non avevano nulla, ma non gli mancava niente.
L’ultimogenita, Maria, detta Marié, crebbe sana e allegra. Era nata di maggio e la madre le aveva raccontato di averla trovata sotto un cespuglio di rose in fiore. Per questo, ad ogni primavera, Marié correva in giardino per controllare se fosse arrivato un fratellino o una sorellina.
Studiò fino alla quarta elementare rimanendo ogni anno promossa, come raccontava lei, solo perché al pomeriggio andava a casa della maestra a lavarle i piatti. Poi il padre le mise in mano una zappetta fatta su misura per le sue mani piccole e le sue braccia corte e l’accompagnò nell’orto.
Una volta diventata adulta, avrebbe fatto l’operaia in fornace come la sorella, come il padre e fratelli.
«La roba è poca e la famiglia è grande», diceva Livio la sera, seduto fuori con la pipa, guardando i campi piatti che si perdevano all’orizzonte. Ma lo dicevo senza rammarico: non rimpiangeva niente delle sue scelte.
Era un uomo buono, positivo e ottimista. Le sue ciucche si contavano sulle dita di una mano ed erano sempre allegre. Era successo qualche volta che il sabato, giorno di paga, avesse ecceduto all’osteria e bevuto qualche bicchiere di troppo. Ogni volta, al rientro a casa, si era messo a rincorrere le ombre sul muro, suscitando l’ilarità dei suoi figli.
Socialista, aveva rifiutato la tessera fascista e non aveva iscritto nessuno dei suoi figli alle organizzazioni nate per inquadrare e indottrinare i giovani secondo l’ideologia del regime. La farmacista, che abitava di fronte a loro, gli raccomandava spesso di iscrivere l’ultima nata alle Piccole Italiane, ma lui borbottava che non aveva soldi per comperare la divisa. E chiudeva il discorso.
Una volta cresciuti, i suoi figli si sarebbero divisi fra socialisti e comunisti. Nessuno in quella famiglia avrebbe abbracciato il fascismo.

Fu nel 1918, un dopo pranzo di luglio, che accadde l’episodio che restò nei ricordi di tutti.
Piné aveva lavato i piatti dopo la minestra di verdure e pane. Possedevano un solo servizio di stoviglie: otto piatti e otto bicchieri. Quel giorno, come al solito, li caricò nella grande zuppiera di ceramica per sciacquarli al pozzo in cortile.
Stava tornando in casa e camminava piano sul ghiaietto, le stoviglie ancora bagnate tra le braccia. Forse fu un sasso che la fece inciampare, forse semplicemente la scodella le scivolò dalle mani bagnate. Quel che è certo è che la zuppiera le sfuggì, rovinando a terra. Un tonfo, poi il rumore secco di cocci che si rompevano contro le pietre umide.
Piné gridò, cadde in ginocchio, si guardò le mani vuote: tutto perso. Le lacrime le rigarono il viso. «Siamo rovinati! Come mangiamo domani? A g’uma pü gneent. Non abbiamo soldi per ricomprarli!» singhiozzò, le mani tremanti.
I figli accorsero, muti. Livio arrivò di corsa dalla stalla, con il forcone in mano e l’odore di terra addosso. Vide la moglie a terra, si inginocchiò, la strinse tra le braccia.
Intanto, dagli usci e dalle finestre, si erano affacciati i loro vicini.
«Piansa no, Piné, non piangere, i a crumpuma ummò, li ricomperiamo».
Lei lo guardò incredula: «Ma fuma? A gh’ è mia ad dané».
Lui le asciugò le guance con il dorso ruvido. «Druvuma i man, usiamo le mani, mangiuma ins al tavul, mangiamo sul tavolo. Ma ti piansa no. Ma tu non piangere. I piatti sono cose, tu sei la mia Piné. Il resto si sistema. Sistemuma tut».
La baciò sulla fronte, l’aiuto a rialzarsi e rientrarono in casa fra gli sguardi di comprensione degli amici.
Piné raccontò quell’episodio fino all’ultimo dei suoi giorni: l’amore non si rompe come la ceramica, diceva. E quell’abbraccio, con la promessa di ricomperare piatti e bicchieri, era la più bella dichiarazione d’amore che avesse mai ricevuto, in tutta la vita.
Livio se me andò alla fine del 1949. Aveva fatto in tempo a vedere la fine della guerra e la caduta del fascismo, che tanto dolore aveva portato. Ed era riuscito a conoscere tutti i suoi numerosi nipoti. Morì di miocardite dilatativa. Il dottore disse che aveva un cuore grosso come quello di un bue.
Alle parole del medico, Piné annuì. Sì, non poteva essere diversamente. Il suo Livio aveva sempre avuto un cuore grande, buono e generoso.
Lo raggiunse dieci anni dopo.
La miseria che li aveva tormentati per la vita intera era un ricordo. I suoi figli, che da giovani avevano diviso una bicicletta in cinque, sfrecciavano su motorette moderne e qualcuno parlava di comperarsi un’automobile. Marié e suo marito Natalino avevano una televisione e lei, finalmente, poteva bere caffè, quello vero, di cui era molto golosa. Lo beveva appena uscito dalla caffettiera, strabuient, cioè strabollente.
Una cosa che, curiosamente, ho ereditato io.

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Viviana E. Gabrini vive in Oltrepò Pavese. Atea, femminista, comunista e antifascista, agli esseri umani, mediamente, preferisce i gatti. Dopo un turpe passato come giornalista pubblicista e come blogger, dal 2015 collabora con Sdiario, il blog fondato dalla scrittrice Barbara Garlaschelli, e periodicamente imperversa su blog e riviste online. Priva di pudore, calca palcoscenici, piazze e marciapiedi come teatrante. Dal 2020 ha una rubrica fissa all'interno del podcast Lennycast. I suoi racconti sono sparpagliati in una decina di antologie. Con Prospero Editore ha pubblicato le raccolte di racconti "Peccato che sia un vizio" (2020), "Trenta racconti indecenti e una storia d'amore" (2021) e ha coideato e cocoordinato le antologie "Ci sedemmo dalla parte del torto" (2022) e "Niente per cui uccidere" (2024). Con Calibano Editore ha pubblicato la raccolta di racconti "Lettere d’amore per chi ne ha bisogno e altre storie fuori posto" (2025).

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