Viviana E. Gabrini – La cena delle ex

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Erano le nove di sera quando Maria entrò nel ristorante con l’aria di chi sta per conquistare il mondo: abito nero attillato, tacchi vertiginosi, rossetto rosso fuoco e un sorriso che dichiarava “Via da davanti, vi mangio vivi”.
Il tavolo era già apparecchiato per quattro. Quattro ex mogli dello stesso uomo: Matteo Rossi, altrimenti detto il serial monogamo, il latrin lover, oppure l’irriducibile coglione.
La prima ad arrivare era stata Elena, la numero uno, quella del matrimonio in chiesa con duecentocinquanta invitati e la torta a tre piani che sembrava un condominio liberty. Ora aveva quarantotto anni, capelli corti platino e un tatuaggio sul polso che diceva “Libera finalmente”.
«Maria, sei in ritardo,» la salutò Elena con un bacio sulla guancia. «Pensavo fossi scappata».
«Ci ho pensato,» rispose Maria, «ma poi ho ricordato che ho speso duemila euro in questo vestito e non lo butto nel cassonetto per un codardo con la prostata ingrossata».
Terza arrivata: Sofia, la numero quattro, la più giovane, trentasei anni portati con brio. Jeans strappati, felpa oversize, piercing al naso e capelli verdi. Da che si era liberata dell’ ingombrante consorte, tutto in lei gridava “non sono più la tua principessina”. Quando vide le altre due si fermò un attimo. «Cazzo,» disse ridendo, «sembra il raduno delle sopravvissute a un serial killer».
Elena alzò il calice di spumante. «Esatto. E stasera brindiamo alla sua dipartita… sentimentale».
Mancava solo Beatrice, la numero due, la “matta”, quella che durante il matrimonio aveva buttato il bouquet in faccia alla suocera urlando “prenditelo tu, tanto sei tu che lo vuoi sposare”.
Entrò con un cappotto leopardato comprato in saldo in uno store cinese e l’aria di chi ha appena sniffato una striscia di libertà. «Ragazze,» esordì buttando la borsa sul tavolo, «ho portato il regalo per Matteo».
Tirò fuori una busta. Dentro c’era una foto incorniciata, scattata durante una vacanza a Santorini nel 2011: lui nudo, di spalle, chiappe mollicce e mare blu sullo sfondo. Sul retro aveva scritto col pennarello indelebile: “Buon compleanno, stronzo! Speriamo che la prostata ti stia dando il tormento!!! Con affetto, le tue ex!”. Beatrice aveva una vera passione per i punti esclamativi.
Risero tutte e quattro, una risata perfida, liberatoria, da streghe riunite attorno al calderone dei sortilegi.
Ordinarono champagne (per sentirsi sincere), ostriche (per sentirsi ricche), carpaccio (per sentirsi magre), tiramisù (per sentirsi vive).
Mangiarono come se fosse l’ultima cena prima dell’apocalisse e parlarono male di lui per due ore filate.
Elena raccontò di quando Matteo le aveva detto “non ti ecciti più come una volta” mentre lei aveva tre mesi di depressione post partum.
Maria ricordò di come avesse scoperto che lui la tradiva con una stagista appena assunta con la metà dei suoi anni.
Bea ammise di avergli bucato le gomme della macchina la notte prima che partisse per il fine settimana con l’amante. Lui aveva chiamato l’ACI piangendo. L’operatore gli aveva chiesto: Signore, ha controllato se ha nemici?». E lui aveva risposto: «Ne ho quattro, tutte ex mogli». L’operatore aveva riso di gusto.
Sofia tirò fuori il telefono e mostrò l’ultimo messaggio ricevuto da Matteo: “Tesoro, ho bisogno di spazio. Non è colpa tua, sono io”.
Le altre tre alzarono gli occhi al cielo in sincrono.
«Spazio,» ripeté Elena. «Traduzione: ha trovato una più giovane che non sa ancora che è un coglione».
A mezzanotte il cameriere chiese se volessero il conto. Sofia gli mise in mano la carta di credito di Matteo – quella che lui le aveva lasciato “per sbaglio” nel comodino prima di andarsene – e disse: «Metti tutto qui. E lascia una mancia del trenta percento. Se lo merita».
Uscirono dal locale barcollando leggermente, abbracciate e ridanciane. Fuori piovigginava.
«Sapete una cosa?» disse Sofia all’improvviso.
Le altre la guardarono.
«Stasera, per la prima volta, non mi sento tradita. Mi sento… vendicata».
Elena annuì. «Da oggi in poi, se qualcuno mi chiede “ma non provi rancore?”, gli rispondo: no. Provo gratitudine. Perché senza di lui non avrei mai conosciuto voi tre pazze».
Maria: «Allora brindiamo un’ultima volta».
Alzarono le mani vuote verso il cielo bagnato.
«A Matteo Rossi,» disse Beatrice.
«Che possa trovare pace alla svelta… quella dei sensi!» concluse Sofia.
E mentre la pioggerella inumidiva i capelli e scioglieva il trucco, le quattro ex mogli si abbracciarono strette, ridendo come matte, libere, vive.
«Perché a volte la vendetta più bella non è fargli male,» – declamò Elena ispirata, «ma dimostrargli che senza di lui si vive benissimo!».

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Viviana E. Gabrini vive in Oltrepò Pavese. Atea, femminista, comunista e antifascista, agli esseri umani, mediamente, preferisce i gatti. Dopo un turpe passato come giornalista pubblicista e come blogger, dal 2015 collabora con Sdiario, il blog fondato dalla scrittrice Barbara Garlaschelli, e periodicamente imperversa su blog e riviste online. Priva di pudore, calca palcoscenici, piazze e marciapiedi come teatrante. Dal 2020 ha una rubrica fissa all'interno del podcast Lennycast. I suoi racconti sono sparpagliati in una decina di antologie. Con Prospero Editore ha pubblicato le raccolte di racconti "Peccato che sia un vizio" (2020), "Trenta racconti indecenti e una storia d'amore" (2021) e ha coideato e cocoordinato le antologie "Ci sedemmo dalla parte del torto" (2022) e "Niente per cui uccidere" (2024). Con Calibano Editore ha pubblicato la raccolta di racconti "Lettere d’amore per chi ne ha bisogno e altre storie fuori posto" (2025).

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