Giorgio Olivari – Te lo ricordi?

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Te lo ricordi il giorno del colloquio in banca? Sì, quando abbiamo incontrato il dottore, negli uffici della direzione, all’ultimo piano.
Fu proprio un’occasione speciale, non tanto per l’intervista, ma perché in sala d’aspetto ci eravamo conosciuti!
Mi sudavano le mani, e quando ho capito che anche tu eri lì per quel lavoro, ero  andato nel panico. Sembravi così sicuro di te, per nulla preoccupato di aver di fronte un rivale per il posto di cassiere. Non ti nascondo che, con quel completo in fresco di lana, in confronto alla mia giacchetta frusta, mi eri sembrato un grande stronzo.
Sì, lo so. A pensarci adesso ti viene da ridere, Max. E quando ti sei presentato poi: «Tanto piacere. Maximilien».
Ma che cazzo di nome è Maximilien, mi son detto, il nome di uno spumante? E dall’alto del tuo abbondante metro e novanta ci stavi pure comodo, dentro quel nome così pretenzioso.

Non conoscevo nulla di te, né di tua mamma, della sua storia di ragazza madre. Credevo mi prendessi per i fondelli, la prima volta che raccontasti delle manifestazioni a cui ti portava fin da piccolo.
«Mica ci crede nessuno a ‘sta cosa, ve’?», dicesti alla quarta birra. Che le birre a te mica facevano effetto. Ti mettevano solo voglia di parlare. «Era innamorata di Capanna. C’hai presente Mario Capanna? Quello di Democrazia Proletaria».

Io non sapevo nemmeno chi fosse. A casa mia non si parlava mai di politica. Tutti preoccupati di andare a messa, di santificare le feste, e di trovarmi un impiego sicuro. E il bello dovevi ancora raccontarlo: «Mi ha chiamato Maximilien, come Robespierre, quello della rivoluzione francese. All’anagrafe aveva fatto un casino, per ‘sto nome. Fortuna che sui moduli non c’era più spazio, perché fosse stato per lei ora mi chiamerei Maximilien François Marie Isidore de Robespierre. E magari avrebbe preteso pure il soprannome: l’Incorruttibile!».

E te, senza padre, cresciuto a pane e scioperi, eri diventato un colosso, mentre io, tirato su nella mia bella serra, famiglia cristiana, arrivavo a malapena a un metro e sessanta.
Ti ricordi quando ci rendemmo conto che avevano assunto tutti e due? Mi avevi dato una pacca sulla spalla così forte che avevo rischiato un infortunio sul lavoro già al primo giorno. La tua risata assordante e contagiosa aveva sovrastato il mio grido di dolore.
Quella ilarità che metteva allegria, e che tu, sin dalla prima esperienza come cassiere, eri sempre pronto a sfoderare coi clienti. E io quelle risate me le godevo tutte, lì di fianco, all’altro sportello.

Di’, te la ricordi la gara di gnocca? Quando tenevamo il conto delle ragazze che sceglievano la fila alla cassa? Vincevo solo quando al posto tuo c’era il ragionier Carboni. Quando c’eri te non ce n’era per nessuno. Non c’era verso. La mia coda era sempre molto più corta della tua ma, neanche a dirlo, le donne da zero a ottanta s’infilavano sempre verso di te. Sembravano godere dell’attesa, mangiandoti con gli occhi, mentre quelli che aspettavano me erano insofferenti e ansiosi di tornare alla loro vita. Io sbolognavo dei pensionati alla velocità della luce, che non so se mi spiego, ma le femmine, quelle venivano quasi sempre da te, e non certo per la risata.

E poi abbiamo preso a frequentarci anche fuori dalla banca. Stesse amicizie, stessa compagnia. E abbiamo messo su famiglia. O meglio, io ho sposato la Maddi, come ampiamente previsto, mentre tu, nella casa di tua nonna, avevi messo su una pensione per cani, con tutta una serie di crocerossine che si alternavano ad accudire te e loro.
Hai memoria di quando siamo finiti in ufficio? Te lo ricordi? Che la banca aveva iniziato a trattare i prodotti finanziari? Non si poteva più accontentarsi di buoni ordinari e  titoli di stato, che tutti dovevano investire.

Giocare in borsa, e poi parlarne al bar come dei Gianni Agnelli al circolo del golf. E il direttore a farci una testa così, che altrimenti i clienti avrebbero smesso di portarci i loro risparmi, e sarebbero andati tutti a portarli a Berlusconi.
Avevi accettato di passare ai prodotti finanziari solo per rompere i coglioni a Berlusconi. E solo quella volta, mi avevi confessato, tua mamma era stata orgogliosa di te! E non ti fregava niente dei soldi, delle percentuali sulle vendite, e con quel lavoro d’ufficio avevi cominciato a intristirti.

Da principio credevo che fosse perché non c’erano mica tante ragazze a bazzicare l’ufficio titoli. Ma non era quello, poi l’ho capito, che ti aveva spezzato la voglia di sorridere.
Le aspettative di tutte quelle persone avevano iniziato a pesarti. Non parlo degli imprenditori, che avevano annusato il modo di fare i soldi facili, invece di investire nelle proprie aziende. O di quei piccolo borghesi di cui non ti importava, che appena realizzavano due soldi li sputtanavano in un Suv per la moglie.

Erano i vecchi che ti avevano fiaccato la resistenza. Non me ne avevi mai parlato, ma quella nonna che ti aveva praticamente cresciuto aveva lasciato un segno dentro di te.
Cercavi sempre di sconsigliarli, con le buone maniere, di tenerli lontani dai bond argentini, dalle azioni del latte. Ma alcuni non capivano proprio. Erano ossessionati dal guadagno, volevano aumentare i propri risparmi, con quell’avidità incomprensibile ai tuoi occhi. Accumulare e accumulare, come se avessero dovuto vivere per sempre. E qualche volta quelli, seccati, venivano da me. E io, un po’ per proteggerti, sì, per evitare che andassero dal direttore a lamentarsi, e un po’ perché i soldi non mi facevano schifo, gli ammollavo quella merda marcia e li mandavo a casa contenti.

Avresti potuto parlarmene, di come stavi, di come ti sentivi veramente, invece di tenerti tutto dentro. Io ci venivo a romperti i coglioni, quando ne avevo la necessità. Ti raccontavo di come la Maddi mi scassava le palle per questo o per quello. «Beato te, che i tuoi cani non parlano», ti dicevo al caffè. «E le tue amiche? Hanno giusto il permesso di lasciare lo spazzolino in bagno, così, tanto per illuderle».

Poi abbiamo smesso di frequentarci dopo il lavoro. Senza motivi apparenti. Ti invitavo per l’aperitivo e tu non potevi. La birra e la partita a casa mia e dovevi andare fuori città.
Quando è nato il nostro secondo figlio non sei nemmeno venuto a conoscerlo. Io e la Maddi avevamo parlato di chiamarlo Max, ma è stata questione di un solo momento. Ho ripensato alla storia del tuo nome, gliel’ho raccontata, e mi è scappato da ridere. L’abbiamo chiamato Anselmo, come il nonno materno.

E poi in banca era venuto quel vecchio di cui non ricordavo il nome, accompagnato da una specie di avvocato, e aveva preteso di parlare col direttore.
«Egidio. Si chiama Egidio», avevi urlato imbestialito quando te l’avevo raccontato. L’avevo incrociato in corridoio, mentre tacchinavo quella dell’amministrazione alla macchinetta del caffè.

Come facevi a ricordarti il suo nome rimarrà sempre un mistero. Per me erano tutti uguali: numeri da incasellare uno dopo l’altro e buonasera. Avevi presente pure che la moglie era morta: come se ti importasse veramente di lui.
E quando hanno commissariato la banca? Cosa ti è passato per la testa? Hai smesso di venire al lavoro da un giorno all’altro, come se il patatrac fosse colpa tua. Mica potevamo scegliere noi: dovevamo solo obbedire, centrare il target, superare il budget, e farlo piazzando i prodotti imposti dalla direzione.

«Testa bassa e pedalare!». Così ci dicevano. E io ho continuato a pedalare, fin quando l’amministratore non si è buttato dal balcone.
Lui era quello che prendeva le decisioni, però. Tu che cazzo c’entravi? Eri un povero diavolo come me. Mica te l’ha chiesto nessuno di prenderti la colpa, di onorare a quel modo il tuo nome da rivoluzionario.
E adesso mi tocca venirti a trovare qua, tutte le settimane, al cimitero Vantiniano.
Io e la Maddi abbiamo adottato i tuoi cani, che li hai lasciati soli.

Ed è successa un’altra cosa strana, di quelle che farebbero risuonare la tua bella risata. Qua fuori ho incontrato tua madre. Nei modi ho ritrovato frammenti di te, avvertivo forte la tua mancanza in fondo ai suoi occhi. Mi ha preso sottobraccio e mi ha raccontato di quel bambino che sfilava serio alle manifestazioni. A un certo punto mi ha detto: «Sono venuta da Maximilien ieri, e ho scoperto che ha un nuovo vicino di loculo, sai?». Poi la voce le si è come spezzata: «È Egidio… il gelataio della baracchina al parco. Quello che, quando tornavamo dai cortei, gli caricava il cono con un’enorme porzione al pistacchio, e sorridendo gli diceva: “Ecco il tuo premio caro. Verde, come la libertà”».

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Giorgio Olivari
Giorgio Olivari è nato a Brescia nel giugno del 1964. Ha effettuato studi tecnici e svolge una professione legata all’industrial design e allo sviluppo di progetti. Dopo i primi quarant’anni da lettore scopre casualmente la scrittura. Uno scherzo della vita: l’iscrizione quasi per gioco a un corso di scrittura. Una scintilla che, una volta scoccata, non si spegne e diventa racconto, storie e pensieri, alcuni dei quali pubblicati dai tipi di BESA in “Pretesti Sensibili” nel 2008. La prima raccolta di racconti brevi, “Futili Emotivi”, è pubblicata da Carta & Penna Editore nel 2010, come premio per il primo posto al concorso Praeder Willi 2009.

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