Stefano Scappazzoni – Il bianco sotto la polvere

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Maledetta polvere!  Mi graffia contro le pareti della gola, mi entra nei polmoni come a intimare di fermarmi e tornare indietro prima che succeda l’irreparabile. Ma continuo a muovermi in questa valle, ed è quasi un piacere sentire i sassi macinati sotto i miei scarponi: questo scricchiolio è il suono di un mondo che si è sbriciolato in miliardi di pezzi che devo ricomporre. Il sole mi fissa, è un occhio bianco che non sbatte mai le palpebre. Il suo calore mi schiaccia come una mano pesante.
Ma qui è dove devo stare. Pianto i picchetti e il loro colpo secco mi fa vibrare le braccia. Devo delimitare questo quadrato, chiudere fuori tutto il resto. So che lì sotto c’è qualcosa che vuol essere portato fuori. La sabbia inizia a scaldare la pelle delle gambe quando mi inginocchio, la vanga corta inizia ad aggredire il terreno: sono solo sedimenti, che nella loro inutilità si accumulano attorno al mio scavo. La vanga non demorde anche quando il terreno si fa più duro. Ho già scavato in posti simili e non ho trovato nulla, ma so che questa è la volta giusta.
Ecco un suono diverso: la vanga ha toccato qualcosa. Finalmente, dopo due ore di monotonia! Non è ferro contro terra: è un colpo muto, denso. Il cuore rimbomba nella gola. Poso la vanga. Nelle orecchie solo il rumore dei battiti e il suono del vento. Devo usare le mani. Un riflesso bianco spunta per un attimo dalla polvere ma non m’illudo: il sole violento lancia i suoi dardi (di luce) non solo per scottarmi ma anche per sviarmi. Si prende gioco di me. Sotto ai polpastrelli che raspano delicatamente la polvere, però, lo sento: qualcosa di più solido della terra, di molto più freddo.
Il pennello di martora, uno strumento fatto per la gentilezza, si incastra perfettamente nell’incavo della mano: quasi un guanto. Gli occhi sono ipnotizzati dal movimento che parte dal polso, un ritmo costante e calmo, come quello di un orologio. La polvere rossa si solleva, disturbata dal pennello, e il vento la porta via verso il nulla, lasciando spazio al nitore. Sotto quello strato sempre più etereo, il bianco emerge millimetro dopo millimetro. La grazia del lavoro fa dimenticare il dolore alle ginocchia e i gemiti della schiena piegata. La fretta è il nemico. Anche il dolore deve attendere. Se si sposta troppa terra si perde il dettaglio. E, con il dettaglio, l’anima delle cose. Una giovanile e inesperta impazienza mi ha fatto distruggere altre scoperte, forme che si sono frantumate perché volevo vederle subito. Non succederà stavolta.
Ecco il secondo petalo, e quello che si intravede appena è il terzo. Non è un bianco uniforme: l’occhio sfida i raggi mendaci del sole e scorge venature e striature, come piccoli rigagnoli che scorrono su pareti scoscese verso un grande fiume ancora sepolto. Sono in controllo, le ore di lavoro mi hanno concesso di fondermi con l’oggetto che emerge. Sento di sapere esattamente dove finisce il bianco e dove inizia la roccia, con l’euforia di chi ha finalmente trovato la strada nel buio.
È mezzogiorno. Le ombre spariscono e il mondo si fa bidimensionale. La roccia è sempre più dura, compressa da un tempo che non ha avuto pietà. Bisogna separarla, la delicatezza deve lasciare spazio alla forza. La leva, la prima forza conosciuta dall’uomo, capace di sollevare il mondo, fa il suo lavoro. Poi una vibrazione, il terreno che si muove di un millimetro e clac!  Un insignificante piccolo rumore che nel silenzio della valle si atteggia a colpo di cannone che squarcia l’aria. È il gemito del legno che si spezza tra le dita: la martora scivola nella fessura buia appena aperta. Perduta. Per sempre.
È finita. L’immagine scelta per la fine è un mozzicone di legno spezzato tra le mani. E un uomo che guarda un buco nel terreno con l’impotenza di un bambino. A tutti quelli che parlano di scoprire, di rivelare, di creare: hanno mai sentito il suono della loro creazione che gli si sbriciola fra le mani? Si sono mai accorti che il mondo è brutale e non si cura minimamente della precisione o dei sogni di perfezione?
Sapore di rame in bocca e rabbia contro il caso, contro il calore e il vento, contro una mano che ha perso la gara di velocità contro la terra. La rosa resterà prigioniera, bloccata nel calcare e nel silicio. La vanga la ridurrebbe in polvere bianca, distruggerebbe l’unica cosa degna di amore in questo deserto. Inutile provarci: resterà lì, esposta a metà, con la terra che la stringe come una morsa.
Perché soffrire così tanto per qualcosa che nessuno vedrà mai? Sarebbe dolce mollare tutto ora, raccogliere le cose, tornare al campo e bere qualcosa di forte per dimenticare che questo bianco abbagliante sia mai esistito. Si potrebbe dire che non era destino. No!
Se vado via lei mi seguirà ogni notte: sarà un fantasma nei miei pensieri, una ferita sempre aperta che mi ricorderà di aver desistito.
Gambe pesanti come tronchi secchi, articolazioni che gridano, l’odore aspro della sabbia che arriva col vento. È ora, in questo istante, che devo vincere. Oppure la tempesta che presto arriverà graffierà questo bianco immacolato e lo seppellirà per altri mille anni sotto la terra arida.
Mani sporche, unghie nere, nocche segnate da cicatrici vecchie e da nuovi graffi. Sono mani inadatte alla grazia. Si direbbero fatte per distruggere, non per rivelare. Le ripulisco come posso sulla camicia di lino, unica difesa e sottile membrana che mi separa da un sole che sembra volermi bruciare vivo. È di lino buono, intrecciato fitto, il cui bianco si mescola al marrone e ne rimane soffocato. Tagliarlo è molto facile, avvolgere le strisce attorno alle dita è un gesto di sfida alla sfortuna. Poco importa se il calore morde immediatamente la schiena nuda. Questo è il prezzo della visione. Non c’è più distinzione tra me e il mio strumento, solo un corpo a corpo finale che avrà un solo vincitore.
Le ore passano, la pelle della schiena tira e si spacca, diventa una crosta bollente che mi impedisce movimenti fluidi. Il sudore mi cola negli occhi, bruciando come acido, ma le mani ora sono un pennello. Non servono per asciugarsi, solo per continuare la loro opera. Il sangue delle nocche si impasta con la sabbia tagliente mentre la forza dell’attrito continua a liberare, un millimetro dopo l’altro la forma prigioniera. Movimenti circolari, ossessivi, infiniti, un gioco di equilibrio fra il premere troppo o troppo poco.  La sete è un animale selvaggio che ruggisce nella gola secca, ma la mano non si può alzare: se il movimento e il contatto si interrompono, nessuno potrà ritrovarli. È un lavoro umiliante, da schiavi, ma anche un nobile atto di volontà contro l’entropia del deserto.
Finalmente, fra sangue, arti rigidi e pelle bruciata, l’ostinazione vince: la rosa si stacca. Non c’è bisogno di forza, non c’è bisogno di strappi. L’ultima particella di polvere che la teneva ancorata all’oscurità decide di lasciarla andare, quasi avesse riconosciuto il mio diritto di possederla. A sollevarla è leggera, quasi senza peso. Nessuno potrebbe credere che sia stato così difficile riportarla alla luce.
Seduto sul bordo del buco la schiena che è una piaga aperta si esprime in un dolore che mi avvolge come un mantello di fiamme. Ma la rosa è fra le mie mani: chi la osserverà dirà che non serve a niente, che non aggiunge nulla al mondo. E chi ne ha cercata una sa che è una bellezza che non esisteva fino a quando qualcuno non ha deciso di soffrire per lei, accettando di portare i segni della fatica per molto tempo, magari per sempre.
Ora l’opera è compiuta e il vento può far avanzare la sabbia per tornare a coprire tutto, per cancellare lo scavo come se non fosse mai esistito. È il momento di andar via, senza voltarsi indietro. Domani il deserto avrà richiuso la ferita nella terra. Ma quello che ho tra le mani è reale, è solido, mio. E penso che questo, alla fine, mi basti.

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