Amneris Di Cesare – Sarà triste la notte

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Cala senza clamori e in silenzio. Del resto è così che fa. Lentamente dal crepuscolo scivola nella sera e, senza un alito, diventa notte. In totale solitudine. Sarà triste la notte? Penso che lo sia, nonostante le luci colorate delle insegne luminose e i patetici tentativi degli uomini di accenderla. Lei rimane in disparte a guardare, a osservare, a sorridere commiserandoli. Io la capisco, la notte. Perché è come me. E non solo perché sono vestita sempre di nero, ho i capelli, le unghie, le labbra e le occhiaie del color del buio; è proprio perché io la sento, la vivo dentro di me. Io sono la notte. E lei è me.

Dal momento in cui ho perduto tutto, ho capito. Nient’altro poteva penetrare il mio dolore e agganciarlo così bene.

Non sono sempre stata così. Ho avuto i miei momenti di luce. Ho avvertito dentro di me una pienezza intensa che quasi mi faceva scoppiare. Sono stata sazia. D’amore, di vita. E, forse proprio per questo, mi sentivo a disagio. Vivevo quella pienezza come un peso. Un gonfiore inopportuno che mi rendeva al tempo stesso leggera e pesante. Non so come spiegare: ero troppo… felice. E la felicità, si sa, non la si sopporta a lungo: dopo un po’ diventa difficile da sostenere. Quasi giungi a sperare che finisca e arrivi un po’ di sofferenza ad alleviare quel peso. A fartelo rimpiangere.
È arrivata in un giorno di primavera. Il momento più appropriato. C’erano il sole lievemente in calo verso il crepuscolo, il calore di un alito sottile di scirocco e l’eccitazione di un viaggio imminente. Ridevo. E correvo, rallentavo, saltellavo sul marciapiede come una bambina che giochi a un due tre stella. Avevo il mondo ai miei piedi: un lavoro bellissimo, una casa accogliente, un uomo che mi amava. E finalmente un viaggio. Noi due, dopo tanto tempo. Da soli. In un posto di mare.
Ero appena uscita dall’agenzia con i biglietti. Mi aveva chiamato, chiedendomi dove fossi. Non glielo avevo detto. Volevo che fosse una sorpresa. Sarei andata a casa, avrei cucinato per lui, apparecchiato la tavola con una bella tovaglia, due coperti e una candela; i biglietti li avrei nascosti nel tovagliolo. Avrebbe visto la destinazione e avrebbe riso di gioia. Quel peso, quello della felicità, mi toglieva il respiro. Si può morire di felicità?
Fu mentre lo pensavo che li vidi. Giacomo e Roberta. Lui, il mio grande amore; lei, la mia migliore amica. Erano insieme, e non era strano che lo fossero: eravamo sempre insieme, noi tre. Inseparabili. A lei raccontavo tutto; a lui davo tutta me stessa. Erano dall’altro lato della strada, e non mi avevano vista. Stavano parlando, immersi in una conversazione tutta loro. Avrei fatto una corsa e li avrei raggiunti. E quella giornata non avrebbe potuto esser più bella.
Le auto sfrecciavano veloci sulla strada e le luci della sera già illuminavano il cielo ancora azzurro, per niente desideroso di cedere il passo al buio. Il rombo arrabbiato dei motori copriva la mia voce che chiamava i miei amati. Alzai una mano per farmi vedere, ma loro non sembravano affatto curarsi del mondo che li circondava. Il loro conversare adesso si era fatto cupo, i visi tristi in un eccesso di preoccupazione. Osai sfidare i musi delle auto che filavano rapidi nelle loro smorfie aggressive e mi inoltrai nel traffico. Ignorai le urla gracchianti dei clacson e raggiunsi il marciapiede opposto. Li avrei raggiunti, li avrei sorpresi, li…
Non so dire che cosa ho provato. È stato allora che la notte è entrata in me. Dapprima il buio mi ha attraversato da parte a parte. Poi ha iniziato a invadermi. Intimamente. Mi sono sentita così leggera! Niente più pieno, niente più sazietà. Nemmeno quel senso di gonfiore, soffocante di gioia. Soltanto la leggerezza del dolore.
Devo esser svenuta, perché in seguito ho sentito raccontare che, tutto a un tratto, ho perso l’equilibrio e sono caduta addosso a uno di quei musi arrabbiati che correvano sull’asfalto. Dicono che sia stato un bel volo: ho sbattuto prima su un’auto e poi su un’altra, e infine sono atterrata sul marciapiede. Ancora viva, ma priva di ogni movimento.
E ora sono qui. Distesa su questo letto, immobile, con tanti tubi che mi entrano nel corpo. Ma non sento niente. Sto bene. Sono più libera: posso alzarmi, lasciare la parte pesante di me che non vuole saperne di seguirmi, e andare dove voglio. Posso andare ovunque!
Ma non ho voglia di andare da nessuna parte. L’unico posto dove voglio stare è con loro, con i miei amati.
Li ho visti, proprio mentre cadevo. Uniti, quasi avvinghiati. In un bacio sordido, lascivo. Giacomo e Roberta. I miei amori. Insieme. Di nascosto. E chissà da quanto tempo.
Amanti? Quasi certamente. In quell’istante ho compreso tante cose. Le chiamate di notte di Roberta: aveva un ritardo, si sentiva impazzire dal terrore, un figlio no, non posso averlo assolutamente. Ogni scusa era buona per chiedere di lui, del mio Giacomo, che come medico poteva darle consigli. E lui: gli ultimi giorni di silenzio, di risposte evasive, di alzate brusche da tavola; di porte sbattute.
«Non è niente, ho solo molti problemi in ospedale» rispondeva, quando io osavo chiedere. E gli credevo.
Ma adesso che la notte è arrivata a darmi la sua carezza, posso andare a trovarli e solleticare il loro sonno leggero. Dovreste vederli, ora, insieme nel letto, abbracciati stretti, sereni come due bambini nella culla. Quanti anni sono passati? Da tempo ho smesso di contarli. Dopo il lutto che hanno mostrato al mondo intero, si sono uniti in matrimonio: per onorare me, hanno detto a tutti gli amici. E alla loro prima figlia hanno dato il mio nome. Che teneri! Che amore… i miei amati.
Ho scoperto che posso muovere le cose. Non molto, solo qualche oggetto di piccole dimensioni, leggero. Posso soffiare una lieve brezza e sollevare una tenda, aprire una finestra socchiusa, spalancare una porta e poi sbatterla con violenza. Posso far volare il giornale in una parabola sottile e birichina e sottrarre la coperta ai loro corpi accaldati dall’ultimo amplesso.
Posso far scivolare la notte sui miei polpastrelli e, carezzando la loro pelle, inocularla nelle loro menti, così che anche loro possano saggiare quanto sia lieve e stimolante il disagio. Quanto sia liberatorio il dolore.
Roberta è la più ricettiva. Avverte immediatamente il mio approssimarmi alla loro alcova. Si siede ai piedi del letto, tenta di afferrare la coperta e se la stringe al petto, urlando e tremando. Giacomo fa un po’ più fatica, ma è sempre stato un pragmatico: non ascoltava mai le mie idee sulla notte, e adesso si arrabbia anche con lei perché sembra aver raccolto il mio lugubre testimone.
Alla bambina che dorme nella culla, invece, faccio il solletico sulle piante dei piedi, e a volte la spingo fino in fondo al lettino così da imprigionarla tra le doghe. La piccola si sveglia e piange, piange, piange… Che musica per le mie orecchie, il grido di paura di un giovane angelo. È allora che Roberta si agita. Corre alla culla, prende la bambina e poi urla il mio nome. Mi maledice. E io le sono grata, perché ogni ostilità è per me nutrimento. Mi aiuta a fortificarmi; a diventare sempre più brava nell’interagire con loro.
«Non ne posso più di vederti così! Anche tu, con questo pallore sulle guance, queste occhiaie incavate, queste labbra livide, non vedi che sei diventata pelle e ossa? Sembri lei… stai diventando lei!».
E Roberta lo guarda con occhi vuoti e luccicanti. Tenta di ribellarsi, di negare. Ma non sa che la notte è silenziosa e potente. Scivola lieve e inesorabile. Anche lei, presto, saprà. E si domanderà, senza trovare risposta: sarà triste la notte?

FINE

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Amneris Di Cesare
Amneris Di Cesare, italiana nata a Sao Paulo del Brasile, vive a Bologna. Sposata a un medico calabrese, mamma e moglie a tempo pieno, collabora come free-lance per riviste femminili. Ha pubblicato il saggio “Mamma non mamma: la sfida di essere madri nel mondo di Harry Potter” nell’antologia benefica "Potterologia: dieci as-saggi dell’universo di J.K. Rowling" (CameloZampa, 2011) a cui è seguito poi l’ebook "Mamma non mamma: le madri minori nell’Universo di Harry Potter" (Runa, 2015); ha pubblicato nel 2012 il suo romanzo d’esordio, "Nient'altro che amare" (Cento Autori), vincitore del Premio Letterario Mondoscrittura; nel 2014 è uscito "Mira dritto al Cuore" (Runa) e nel 2015 "Sirena all’orizzonte" (Amarganta), vincitrice del Premio Cercasi Jane nel 2013 e Magiche Rose di Fiuggi nel 2014; ha partecipato all’antologia collettiva di saggi "Il Fantastico nella letteratura per ragazzi" con un saggio, "Cassandra Clare e l’esalogia di Shadowhunters" (Runa, 2016). Collabora, attraverso interviste sul mondo della scrittura e recensioni, con il blog Babette Brown Legge per voi (www.babettebrown.it) e Silently Aloud (http://silently-aloud.blogspot.de/). Dai primi del 2015 è curatrice di collana per i generi Fantasy e Under15 e scout e foreign rights manager per i testi di lingua inglese e portoghese per Amarganta. Ha iniziato a esplorare il mondo del self-publishing attraverso due romanzi rosa: "Duel" e "Misterioso è il cuore". Ha un blog, Scarabocchi (http://amnerisdicesare.wordpress.com) e una pagina autore su Facebook (https://www.facebook.com/AmnerisDiCesare2/).

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