Giorgia Boragini – Epifania

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Solo Steve, un ragazzo allampanato e pallido con una giacca di velluto logora che sedeva in disparte nel pub, parve accorgersi del munifico gesto di un elegantone che era entrato, aveva allungato una carta da cinque sul bancone e se n’era andato. La scena aveva occupato solo pochi istanti. Eppure, rifletteva il ragazzo, un tipo così non passa inosservato, soprattutto se si gingilla con un rotolo di bigliettoni. Allora, guardandosi in giro, aveva chiesto: «Chi è quello?».

Nessuno lo aveva gratificato di una risposta. Certo, tutti sanno che lo scrocco è il nostro sport nazionale, perciò viene dato per scontato. Ma ce ne corre fra scroccare dimostrando un minimo di gratitudine, e non dare neanche a vedere di esserti accorto che qualcuno ti offre da bere. Lasciar cadere nella più completa indifferenza un gesto del genere mette tristezza, anche perché l’indifferenza è l’anticamera dell’oblio.

Questo aveva pensato Steve, e, con la propria voce impastata che gli rimbombava ancora nella testa, si era alzato dalla sedia procedendo, con passo malfermo, verso il gruppetto di robusti scansafatiche che santificavano le feste stazionando, fin dalle prime luci della domenica, al bancone del pub, come tre santi bevitori. Il Red Dragon, infatti, non chiude mai. Nel capannello, un tipo grande e grosso con la testa pelata, perfettamente liscia e di colorito olivastro, si infervorava nella conversazione dimenandosi senza sosta e incolpando Dio di tutti i propri guai.

Forse non lo avevano sentito, si disse Steve. «Chi è quello?» ripeté, beccheggiando e ruotando involontariamente il capo in direzione del muro, pieno di vecchie foto appese come pesce essiccato, fra cui spiccava un mingherlino baffuto dall’aria mite.

Il gruppetto di avventori continuò a ignorare il giovane, ma il barista, Harry, gli rispose da dietro il bancone accennando col mento alla foto ingiallita: «Quello era mio zio Peter. Ha fondato questo locale nel 1965 ed è finito sotto un tram nel 1971. Ma quella foto gliel’hanno fatta prima. Prima che finisse sotto il tram, voglio dire». Anche da sobrio, Harry riusciva alla perfezione nell’impresa di sembrare ubriaco. E sì che, da quando gli avevano diagnosticato l’ulcera, non sgarrava mai.

Il ragazzo gli piantò addosso uno sguardo stralunato, ma Harry non vi fece caso. Si era messo ad asciugare i bicchieri fischiando un motivetto. C’è sempre un motivetto da fischiare per alleggerire l’atmosfera.
«Basta, Harry! Quella lagna non la cantano più nemmeno in chiesa!». La protesta si levò da Gus, l’omone che teneva banco nel gruppetto dei santi bevitori.
«Mi è tornato in mente il funerale di mio zio», riprese placido Harry, arricciando in modo buffo il labbro superiore. «Quelli sì che erano tempi: dopo la funzione, ci siamo presi tutti una sbronza colossale».

«Ci puoi giurare. E la sbronza migliore l’ho presa io che gli ho reso omaggio venendo direttamente qui, a farmi un goccio alla sua salute, o alla sua dipartita, se preferite» sghignazzò Gus.

Per chiunque avesse cavalcato gli anni gloriosi fra i Sessanta e i Settanta, non c’era nessuna necessità che un pub rimanesse chiuso per lutto. Sarebbe apparsa una scelta incompatibile col più elementare senso di empatia per le umane debolezze. Oggi, invece la gente trova rifugio nella preghiera o nella sbronza solitaria: purtroppo i tempi cambiano.

Steve non si diede per vinto. Incurante della tremarella alle gambe, con la tipica ostinazione di chi regge male il whisky, balzò su una sedia. -«Io vorrei proprio sapere – declamò scandendo le parole – chi è l’elegantone che ha offerto da bere. E’ uscito solo due minuti fa».
Gus finalmente sembrò accorgersi di lui. Gli parve un angelo vendicatore che avesse sbagliato strada. «Che ci fai lassù, figliolo?» chiese con dolcezza.
«Se hai qualche bella storia da raccontare, – gli fece eco un tipo con la faccia equina e due folti baffi – vieni qui da noi: c’è un goccio anche per te. Harry, un bicchiere per il giovanotto».
Il ragazzo non si mosse dalla sedia.

«Raccontaci quella di tua sorella!» squittì una vocina che apparteneva a un tipo mingherlino, pettinato col riporto.
«Quella di chi?» domandò Steve dall’alto della sua tribuna.
«Sorella: figlia della stessa madre, – scandì la voce – sette lettere».
«Non farci caso, ragazzo, quello è Mick», intervenne nuovamente Gus. «Quando non ti fa una testa così col calcio, ti fa diventare scemo con i cruciverba. E’ incapace di prendere davvero a cuore qualcosa o qualcuno.

A pensarci bene, non ha proprio né capo né coda. Oppure, né cuore né testa, se preferisci». Si concesse una risatina e riprese: «Ora, ci faresti il favore di scendere dalla sedia? Stai facendo venire il mal di mare a tutti».

Con cautela il ragazzo si chinò ed allungò una gamba verso terra. Rimase in piedi in mezzo allo stanzone. Le sue spalle furono scosse da un tremito. Piagnucolava. «Ma davvero, davvero, non lo avete visto? Lui vi ha offerto da bere. Non ve ne siete neanche accorti?».
Gus si produsse in una faccia scandalizzata. «Ma dico, Harry, ci offrono un giro e tu non dici niente?».

«Oh, per me, che vuoi? Mi allungano una carta da cinque, e può essere chiunque. Lo zio Peter mi ha insegnato a farmi i fatti miei» rispose il barista, e riprese ad asciugare i bicchieri, incassando la testa fra le spalle.
«Piuttosto, figliolo, parlaci di te. Non ti abbiamo mai visto da queste parti». Gus cinse con un braccio le spalle del giovanotto e lo condusse a sedere.
La compagnia apprese così la storia di un licenziamento e della conseguente fine di un amore, ovviamente l’unico degno di essere vissuto. I guai viaggiano sempre in compagnia. E di solito imbarcano anche una bottiglia per festeggiare.

«Tutta colpa di quella strega con la bocca a culo di gallina», sentenziò il vecchio Gus. «Da quando la nostra gloriosa nazione è caduta nelle sue grinfie, due braccia che vogliono lavorare sono solo spazzatura. Se i ricchi sono sempre più ricchi, e possono fare a meno di chi pretende il giusto salario, allora un uomo non è più un uomo. Finisce fra le braccia dei preti o in qualche altro brutto giro. Vedi di non cascarci anche tu, che sei un figliolo in gamba».

Lo videro uscire barcollando, ragionevolmente certi che non si sarebbe più fatto vedere da quelle parti.
Gus allora si girò verso i santi bevitori. «Per questa volta è andata, ma Frank deve smetterla di andare in giro a pavoneggiarsi» dichiarò. «Quando McCarthy esce di galera, dobbiamo fare in modo che dia una lezione a quel suo tirapiedi. Per come si sono messe le cose, neanche noi possiamo più lavorare in pace per lui. Di’ su, Mick, ti sei per caso ricordato di passare a riscuotere in Main Street?».

«Oh, no, accidenti, vado» rispose il mingherlino abbandonando il cruciverba.
«Adesso è tardi. Di certo sono già passati quelli di Taylor» tagliò corto Gus. «Volevo solo dimostrare che non si può fare questo lavoro senza un minimo di concentrazione e di riservatezza. Frank non fa che andare e venire, con le sue cravatte da finocchio. Spara battute a raffica, ci distrae, offre da bere. Lo notano perfino i poppanti!».
«I poppanti sì, ma noi no» concluse Harry. E offrì un giro ai suoi affezionati clienti.

FINE

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Giorgia Boragini
Giorgia Boragini è nata a Bologna qualche decennio fa. Vive e lavora in quel di Brescia. Laureata in Giurisprudenza per necessità, accanita lettrice per passione, ama osservare il mondo per trarne talvolta qualche storia. Frequenta con impegno discontinuo laboratori di scrittura creativa. Il suo primo romanzo, "Il copione del delitto" (Liberedizioni, 2013), si è aggiudicato, da inedito, il secondo posto al concorso Manerba in Giallo, edizione 2011. Nel 2017 è stata pubblicata la sua raccolta di racconti "Tipi da Bar" (Prospero Editore). Con "Mai rovinare il pranzo di Ferragosto!" (Liberedizioni, 2019) è tornata a cimentarsi con il genere giallo.

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