Heiko H. Caimi – Miglioramenti

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Chadi, a quattro zampe sul mucchio d’immondizia, rovistava frenetico: quelli del capannone pagavano la latta dieci centesimi al chilo. Lui aveva solo sette anni e non ce la faceva a portare tanti chili, ma si era fatto furbo: aveva rubato un carrello della spesa, e con quello poteva portare tante e tante tolle. Riusciva a guadagnare fino a sette euro al giorno, quando gli andava bene.
«Ehi, tu» disse una voce alle sue spalle.
Si voltò di scatto. Poteva essere l’uomo in divisa che lo aveva inseguito l’altro giorno. Meno male che era riuscito a nascondere il carrello tra gli alberi e a rintanarsi in un grosso cespuglio. Quello era passato di corsa e non si era accorto di niente.
Un uomo in giacca e cravatta, elegante, lo stava fissando. Alle sue spalle un’auto grossa e nera lo attendeva col motore acceso. Che cosa ci faceva lì un uomo come quello?
Chadi si guardò attorno, in cerca di una via di fuga.
«Vuoi guadagnare dieci euro al giorno?» gli si rivolse l’uomo.
Dieci euro? Faceva almeno cento euro in più al mese.
Chadi scese dal cumulo di rifiuti e si avvicinò con diffidenza all’uomo. Quello gli disse che lavorava per una fabbrica di scarpe, e che lo avrebbe assunto per dieci euro al giorno. Il turno era dalle otto di mattina alle otto di sera, con una pausa di mezz’ora. Gli spiegò anche come trovare la fabbrica.
«Allora, ci stai?» chiese alla fine.
«Prima devo dire a papa» rispose il bambino.
«È giusto» concluse quello. «Se ti dice di sì, sai dove venire».
Il posto non era distante, e sapeva come arrivarci. Con lo skateboard che aveva trovato l’altra settimana e che aveva rimesso a posto con il suo amico Sabri avrebbe anche fatto alla svelta.
L’uomo se ne andò, e Chadi corse a vendere le tolle raccolte. Poi tornò a casa, e parlò con la mamma. La mamma disse che dovevano aspettare papà. I suoi fratelli erano tutti curiosi. Ma papà, quella sera, gli disse che era una buona occasione, e che non la doveva perdere. Per di più, a lavorare per la fabbrica di scarpe, non avrebbe più dovuto lavorare sotto la pioggia e rischiare di tagliarsi con la roba che la gente buttava via. Era una buona cosa, quindi, e Chadi non vedeva l’ora di raccontarlo a Sabri. Chissà come sarebbe stato invidioso!
La mattina dopo si presentò alla fabbrica di scarpe. Un altro uomo lo accolse con un mezzo sorriso e lo fece scendere per una scala buia.
Alla fine della scala c’era una porta. L’uomo la aprì, spinse dentro il bambino e disse a un uomo che stava lì di addestrare il nuovo cagnolino smarrito. Disse proprio così, cagnolino smarrito.
La stanza era enorme e male illuminata, c’erano dei macchinari vecchi e pieni di ruggine e un sacco di altri bambini che lavoravano, seduti o in piedi, pezzi di scarpe: chi le suole, chi le stringhe, chi la tomaia; chi cuciva, chi incollava, chi tingeva. Gli altri bambini alzarono appena la testa per guardarlo, poi tornarono a lavorare senza salutare. Chissà, forse avrebbe fatto amicizia con loro e dopo il lavoro avrebbero giocato insieme.
L’uomo che lo aveva accompagnato uscì, e l’altro afferrò Chadi per un braccio e lo portò verso un macchinario dove stava lavorando un altro bambino. Chadi era felice. Era pieno di bambini, lì, e avrebbe fatto un lavoro che gli permetteva di stare al caldo e di guadagnare di più. Sarebbero stati tutti meglio in famiglia, grazie a lui. Se ne sentiva orgoglioso.

FINE