Sa di sabbia e sale, questa polvere; eppure non c’è vento nella baia mentre la notte sottomette il tramonto: è l’alito ansante di questo corpo che schiaccia il mio nella rena e me la soffia tra bocca e narici. Graffia in gola e secca la lingua, che non articola suoni. Raschia anche nella fica, corrosa e ustionata mentre quel cazzo pompa per farla esplodere. Ma lei è scaltra: trasuda e lubrifica le sue ferite.
Lotta. Fuga. Collasso. Si chiama.
La mia polvere sa di fumo e fuliggine e cemento sgretolato. Gratta e soffoca, come il respiro che non trovo mentre il caldo atroce della detonazione mi brucia le carni; la fica si muove meccanica al quarto, al quinto, al sesto cazzo… Non lo so, ho perso il conto e il dolore; preferisco pensare al mare, ad Ahmed, amore mio, e all’involtino che mangiammo il 6 ottobre del 2023. Al mare, appunto. Con una salsa agrodolce di limoni e zenzero.
Lotta. Fuga. Collasso. E oblio. È pacificante l’oblio, è balsamico: oppioidi endogeni, si chiamano.
La mia, invece, sa di acari, di vestiti logori, di muri scrostati e pittati vent’anni fa, la prima volta che io e Nemo mettemmo piede nel nostro buco a Quarto Oggiaro: due cuori e una topaia, credevo, prima di varcare la porta. Bastò la seconda mandata di chiavistello a farmi capire che, di cuore, era entrato solo il mio. La fica scassata è l’ultimo dei miei problemi. Dolgono di più le ossa che compongono il mio scheletro, duecentosei si dice che siano. Chissà se Nemo le ha trovate tutte.
Non è lotta. Non è fuga. Non è collasso. Non è oblio. È assenza. E polvere. Nient’altro che polvere.
Ed è di polvere che vorrei riempire le palle di chi si è preso la mia casa senza bussare, così come vorrei usarla, quella polvere, per condire le toghe impettite di chi, nei codici, non trova distinzione tra vomito e orgasmo.
Ma, più di tutti, vorrei regalarne un po’ anche a voi, sguardi commiseranti di carità, che mi consacrate come vittima per il resto dei miei giorni.
Polvere. Da sparo.





















