Cecilia aveva centosettantadue follower. Non molti, ma di qualità. Persone attente, ironiche, tendenzialmente ciniche: un’élite digitale capace di riconoscere a colpo d’occhio chi fingeva emancipazione e chi la incarnava davvero. Cecilia si collocava con orgoglio nella seconda categoria.
Fino a quella sera.
Era venerdì quando accadde l’irreparabile. Mentre lei era assorta nella composizione di una story con una tazza di matcha e un libro femminista lasciato aperto in posizione strategica, il suo fidanzato – un certo Riccardo, disoccupato per scelta filosofica – postò su Instagram tre fotografie della loro cena romantica della sera prima. Una mostrava le candele, una la carbonara, la terza – la più scandalosa – li ritraeva insieme, sorridenti, con il tag #amorevero.
In meno di mezz’ora, Cecilia perse cinque follower. Cinque.
Il numero le si stampò nella mente come una condanna scolpita in pixel.
Dopo aver riflettuto per ore su come rendere ciò che aveva da dirgli comunicativamente coerente, Cecilia convocò Riccardo, “solo per parlare”. Lui si presentò con una bottiglia di vino, convinto che si trattasse di un confronto tenero, o alla peggio di una piccola crisi da risolvere.
Appena entrato, lei gli indicò la sedia senza guardarlo. «Siediti, dobbiamo mettere in chiaro delle cose».
Lui, docile, si sedette. «Certo, amore, dimmi».
«Ecco, vedi? È proprio questo il problema. Amore. È una parola compromessa. È come dire modem analogico. Non funziona più».
Riccardo la guardava, confuso, con la bottiglia ancora in mano. «Ma cosa avrei fatto, scusa?».
Lo fissò con aria d’accusa, come si guarderebbe un recidivo. «Hai postato su instagram le foto della nostra cena».
Lui la guardò sbigottito. «E allora?».
«Riccardo», gli disse con la voce ferma di chi sta per eseguire un atto di pubblica difesa, «hai rovinato tutto».
Lui, beato, sorrideva. «Ma amore, erano solo delle foto…».
«Solo delle foto?» Lo guardò come si guarda un gatto che ha appena ingerito l’anello di famiglia. «Hai pubblicato noi. Non me, noi. Ti rendi conto della portata semantica?».
Riccardo la guardò confuso: non se ne rendeva affatto conto. Era un uomo del secolo scorso, convinto che l’amore fosse una cosa da mostrare, non da criptare.
«Tu sei troppo… esplicito» riprese Cecilia. «Ti esponi. Posti. Dichiari. Ti rendi visibile in modo imbarazzante. Io non posso costruire un’identità digitale coerente accanto a una persona che si ostina a comportarsi come se fossimo nel 1998».
«Ma… io ti amo», provò lui, come se quella parola potesse riordinare il caos.
Lei scattò in piedi. «Ecco, di nuovo! Questa retorica lineare! Non puoi amarmi, Riccardo. Puoi, al massimo, rispettare la mia autonomia narrativa».
«Autonomia… che?».
«È finita,» dichiarò lei, indicando la porta come un giudice che decreta l’espulsione di un imputato da un’aula d’arte contemporanea. «Non sei compatibile con il mio algoritmo emotivo».
Riccardo fece per abbracciarla, sperando di calmarla, ma lei indietreggiò come se stesse per essere contagiata da un virus pre-social.
«Non toccarmi. È tossico, questo contatto non consensuale basato su ruoli tradizionali bypassati e cringe».
Lui annuì lentamente, smarrito, e se ne andò con la bottiglia ancora chiusa, chiedendosi, mentre scendeva le scale, se per caso “autonomia narrativa” fosse un nuovo tipo di dieta.
Cecilia passò la notte in bianco, cercando disperatamente un piano di contenimento. Segnalare il post sperando che fosse cancellato? Troppo sospetto. Supplicare Riccardo di cancellarlo? Troppo tardi. Fingere ironia? Troppo rischioso. Optò per la via dell’intelligenza: neutralizzare la presenza del fidanzato senza negarla del tutto.
Il mattino dopo, tra una tisana detox e un controllo ossessivo dei follower (ancora centosessantasette, ma almeno stabili), Cecilia ebbe un piccolo smarrimento, come un senso di vuoto. Non un dolore, non un rimorso: una specie di eco. Come quando si cerca il telefono nella borsa e ci si accorge che manca: irritante più che struggente.
Dopo dieci minuti di esitazione, decise di chiamarlo. Solo per chiarire. O, più precisamente, per ridefinire.
Riccardo rispose subito, con voce impastata di sonno e speranza. «Cecilia?».
«Sì. Non farti illusioni, non è una riappacificazione emotiva. È una rinegoziazione dei ruoli».
«Va bene,» disse lui, confuso ma disciplinato, «ma… posso chiederti come stai?».
«Domanda troppo intima. Preferisco mantenere un registro neutro».
Seguì un silenzio in cui lui avrebbe voluto dirle che le mancava, ma lei lo precedette con la precisione di un bisturi: «In realtà ho valutato l’ipotesi di una tua parziale reintegrazione narrativa».
«Una cosa seria, quindi?».
«No, seria no. Semmai curata. Potresti tornare nella mia vita, ma con condizioni molto rigide».
«Che tipo di condizioni?» chiese lui, sperando che almeno si potesse ancora tenersi per mano in pubblico.
«Innanzitutto,» cominciò Cecilia, con il tono di una funzionaria ministeriale, «niente foto. Mai più. Niente tag, niente cuori, niente hashtag allusivi. Ti è proibito ogni gesto digitale d’affetto. L’amore deve rimanere off record».
«Capito,» mormorò lui.
«Inoltre,» proseguì, «evita di parlarmi in pubblico con tono tenero. Puoi dirmi “ciao”, “tutto bene?”, “passami il sale”, ma non “amore”, non “tesoro” e assolutamente non “sei bellissima”».
«Ma lo penso davvero,» protestò Riccardo.
«Peggio ancora. Non si esprimono emozioni sincere in spazi condivisi. È tossico per l’immagine».
Un nuovo silenzio. Poi lui, rassegnato ma non ancora del tutto capitolato, disse: «E cosa mi resta da fare, allora?».
«Amarmi in silenzio,» rispose lei, con la serietà ieratica di una sacerdotessa del distacco.
Ci fu un attimo di pausa, come se la linea fosse caduta. Poi la voce di Riccardo, dolce, arrendevole: «D’accordo. Lo farò. Perché ti amo».
Cecilia si irrigidì. «Ok, ma non dirlo in pubblico».
«Non l’ho detto in pubblico, te l’ho detto al telefono».
«Il telefono è una zona grigia. Non rischiare. E soprattutto, non scriverlo sui social».
Riccardo sospirò. «Va bene, promesso».
«Perfetto,» concluse Cecilia, risistemando il tono come un colletto fuori posto. «Ora puoi considerarti reintegrato. Ma a bassa visibilità». E riattaccò, soddisfatta, convinta di aver inventato la prima relazione user-friendly della storia.
Il mattino dopo pubblicò una story: un’ombra maschile che versava del caffè, accompagnata dalla scritta “Anonimo fornitore di caffeina”.
Tre like. Un commento: «Finalmente, sarcasmo intelligente!».
Cecilia tirò un sospiro di sollievo.
Da quel momento iniziò una raffinata strategia di depersonalizzazione affettiva. Ogni traccia di Riccardo divenne un enigma. Le sue mani, le sue scarpe, la nuca, la tazzina che impugnava: tutto compariva e scompariva nei contenuti digitali come un poltergeist romantico. Cecilia era fiera della propria maestria simbolica.
Il suo pubblico apprezzava. I follower risalirono a centosettantatré.
Ma l’equilibrio, come sempre, era fragile. Riccardo, ignaro del suo ruolo di minaccia antropologica, continuava a comportarsi come un fidanzato vero. Mandava messaggi del tipo “Buongiorno, amore mio luminoso” o “Stasera ti porto al cinema?”.
Cecilia si sentiva soffocare. Non per l’amore, ma per la potenziale caduta d’immagine. “Amore mio luminoso”? Un lessico da boomer cisgender, un suicidio estetico prima ancora che ideologico.
Decise allora di metterlo alla prova. Gli chiese di non taggarla mai più, di non postare nulla senza consultazione preventiva e, soprattutto, di fingersi single.
Riccardo, con un candore che lei giudicò quasi offensivo, rispose: «Ma io voglio che il mondo sappia che ti amo».
«Il mondo non esiste, Riccardo. Esistono solo le percezioni pubbliche».
Fu in quel momento che lui, lentamente, iniziò a capire che Cecilia non era una fidanzata, ma un progetto comunicativo. Provò a resistere, per amore. Ma ogni tentativo veniva reinterpretato come un’azione di sabotaggio. Quando le portò un mazzo di fiori, lei lo accusò di performare l’eteronormatività. Quando le scrisse una lettera, lei la fotografò e pubblicò solo una frase: Ecco come si riconosce un uomo che ha letto troppi romanzi.
L’ultima goccia fu un reel di trentadue secondi. Cecilia lo girò di nascosto: lei che camminava accanto a Riccardo, ma con la didascalia Cammino accanto ai miei errori con eleganza. Centoquarantanove like, otto nuovi follower.
Riccardo sparì poco dopo, lasciandole un messaggio semplice: “Non preoccuparti, ti lascio libera di essere interessante”.
Cecilia, pur colpita, non si sentì affondata e non cedette alla commozione. Pubblicò invece una story: una mano femminile che gettava un mazzo di chiavi in un fiume. Didascalia: Liberarsi dal patriarcato è un gesto concreto.
La sua cerchia la celebrò. Il numero dei follower salì a centosettantotto.
Cecilia si sentì finalmente completa; non amata, certo, ma seguita. Che in fondo, pensò con un sorriso compiaciuto, è la forma più pura d’amore che ci resti.
Per approfondire, leggi anche l’articolo: “L’amore come imbarazzo: perché oggi avere un fidanzato sembra una colpa”, cliccando qui: https://www.inkroci.it/racconti-brevi/la-rivista/opinioni/lamore-come-imbarazzo-perche-oggi-avere-un-fidanzato-sembra-una-colpa-opinioni.html