La libreria era piccola e buia. I muri erano crepati, i libri ammucchiati su scaffali storti. Quando le bombe caddero, la polvere li coprì. Le pagine si aprirono in aria come uccelli spaventati. Poi caddero nel fango e tacquero.
L’uomo non gridò. Guardò le macerie. Guardò dove una volta c’erano la porta, l’insegna scritta a mano, i tavoli. La guerra non voleva libri. La guerra non voleva memoria.
Rimase. Non per coraggio. Perché non aveva dove andare.
Il cibo finì. L’acqua finì. Rimasero il vento caldo che portava cenere e odore di ferro bruciato, le esplosioni vicine e lontane. La pancia vuota scavava dentro. Il sonno era secco, fatto di spasmi.
Un giorno arrivarono gli aiuti. Una fila di corpi magri, occhi spenti come lui. Si mise in coda come gli altri. Portava ancora sottobraccio un libro, l’unico che aveva voluto salvare, come una benedizione. Non pensava più a nulla, solo al pane.
Quando le raffiche scoppiarono, non ebbe nemmeno tempo di cadere. La fame l’aveva già piegato. I proiettili furono rapidi, lo segarono in due. Il corpo rimase a terra, tra sacchi che non avrebbe mai toccato.
I libri, quelli che restavano, erano sotto le macerie. Nessuno li cercò. La polvere li coprì. Anche loro tacquero. Non avevano più niente da dire.






















