Giorgia Boragini – Il silenzio è d’oro

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La signora Rosa, una collaboratrice scolastica che tutti chiamavano Zorro per via degli abiti neri e dei folti baffi, li spinse nella sala professori, anticamera della presidenza. «Adesso vedrete se non vi passa la voglia di fare i cretini!», esclamò con voce stridula, piazzandosi a braccia conserte contro la porta prontamente richiusa, a impedire ogni velleità di fuga.
Michelini Filippo, classe prima A, crollò affranto su una delle sedie collocate intorno al grande tavolo riunioni della sala polverosa, mentre Pesaresi Anna, stessa classe, si lisciò i jeans e si accostò all’unico finestrone, che si affacciava sul panorama invernale del parco spoglio e fangoso. Come in una palla di vetro, danzavano nell’aria, leggere, le falde di neve.  Si sarebbero attaccate al suolo in una soffice coltre, o il fango avrebbe avuto la meglio? Questo si andava chiedendo la ragazza, senza lasciar trasparire nulla delle proprie riflessioni. Nessuno dei due scolari parve far caso all’altra porta, che conduceva nell’ufficio della dirigente scolastica.
Il ragazzo avvertiva un groppo in gola, ma sapeva di dover resistere per riuscire ad essere ammesso nella banda. “Come avranno fatto a scoprire che siamo stati noi?”: questo era il suo pensiero fisso mentre cercava lo sguardo di Anna, sempre rivolto al grigio panorama esterno.
Ad Anna sembrava di sentirli, quei pensieri: che capobanda sarebbe stata altrimenti? Ora vedeva chiaramente che Filippo non avrebbe mai potuto essere uno dei loro, neanche in veste gregaria. “Caro mio”, si disse, “te la stai facendo sotto per niente! La prof. Ghini non ha le prove. Fa’ la spia e vedrai!”.
Filippo, con la testa sempre più incassata nelle spalle magre, prese a rosicchiarsi le unghie. “Potrei raccontare che è stata Anna. Tanto lo sanno che lei c’entra sempre con queste cose e, se le fanno una nota, non succede niente, tanto ormai ne ha una collezione. Ma poi come mi regolo con lei e con gli altri?”. Filippo sudava e gli bruciavano gli occhi: la stanza era surriscaldata, l’odore di gesso e di polvere libresca lo stava letteralmente soffocando.
“Ecco, lo sapevo” rifletteva intanto la ragazzina, “sta per mettersi a piangere. Ben mi sta, mai fidarsi dei secchioni!”. Si staccò dalla finestra con un gesto brusco e si sedette di fronte a Filippo. Prese a fissarlo intensamente, con aria di sfida. Pareva dire: “E se lo facessi io a te lo scherzetto?”.
Doveva ammettere che l’inverno le risultava insopportabile. Altrimenti non avrebbe lanciato l’idea di quel puerile diversivo. Da quanto tempo non andava al mare? Due, tre anni? Un’eternità. Ricordava la dolce brezza salmastra, la sabbia, il sorriso di suo padre. Com’era dolce e rassicurante il brusio delle onde, mentre la bolla gelida che ora avvolgeva il mondo, dura e silente come il ghiaccio, le annebbiava i pensieri. Era impossibile dissipare quella nebbia e quel gelo che la tenevano prigioniera: non c’erano più state vacanze da quando, un brutto giorno, i carabinieri erano venuti a prendere papà. Aveva parlato? Sicuramente no, non avrebbe mai tradito gli amici! Strinse i pugni: lei non era meno forte di suo padre.
A un leggero tocco sulla porta, Rosa si scostò per lasciar entrare la preside e la Ghini. Senza una parola, la dirigente fece un cenno a Michelini, indicandogli la porta dell’ufficio.
Filippo si sentì i piedi di piombo. All’improvviso si ricordò della nonna, delle sue buone torte di mele, della sua voce calda. Come avrebbe voluto che lei fosse lì a consolarlo e a infondergli coraggio! invece adesso lei era in ospizio e lui era solo. Alzò gli occhi dal tavolo e incrociò lo sguardo di Anna: com’era duro! Li interrogavano separatamente e lui non sapeva che fare.
La preside si avvicinò e gli posò una mano sulla spalla. Lui, docile, scivolò giù dalla sedia e la seguì nell’ufficio.
La Ghini si sedette al posto di Filippo, di fronte ad Anna. «Allora, Pesaresi,» iniziò, «mi sai dire com’è finito quel serpentello nel cassetto della cattedra?».
La ragazza avrebbe voluto mettersi a ridere: che scherzo scemo, intrufolarsi nell’aula di scienze, aprire una delle teche e trafugare il barattolo della vipera sotto spirito! Si limitò tuttavia a trasecolare, lanciando un’occhiata preoccupata alla porta chiusa della presidenza: «Un serpente? Davvero? Che paura!». Intanto aguzzava l’udito: la porta era così sottile che si sentivano anche i respiri della preside e del suo prigioniero!
Dietro la porta, Filippo confessava con voce spezzata: «Sono stato io».
Le parole caddero come sassolini in un pozzo, e per un attimo tutto tacque.
Anna sentì quel silenzio dilatarsi intorno a sé, come il rumore della neve che ormai non cadeva più. Pensò di nuovo a suo padre, alle estati finite e che non sarebbero più tornate, e capì che anche il coraggio – come la paura – a volte si traveste da mutismo.
Sorrise appena e si staccò dal tavolo. Tornò a guardare fuori, incurante della Ghini: là il mondo restava fermo, muto, come in attesa di qualcosa che nessuno avrebbe detto mai.

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Giorgia Boragini è nata a Bologna qualche decennio fa. Vive e lavora in quel di Brescia. Laureata in Giurisprudenza per necessità, accanita lettrice per passione, ama osservare il mondo per trarne talvolta qualche storia. Frequenta con impegno discontinuo laboratori di scrittura creativa. Il suo primo romanzo, "Il copione del delitto" (Liberedizioni, 2013), si è aggiudicato, da inedito, il secondo posto al concorso Manerba in Giallo, edizione 2011. Nel 2017 è stata pubblicata la sua raccolta di racconti "Tipi da Bar" (Prospero Editore). Con "Mai rovinare il pranzo di Ferragosto!" (Liberedizioni, 2019) è tornata a cimentarsi con il genere giallo.

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