Elisa Rolfi – Il fermacorde

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Gli organizzatori quell’anno avevano pensato di fare inaugurare il campo centrale appena realizzato nello Stadio dei Marmi, dentro il complesso del Foro Italico, a Fabio Scaroni. Sarebbe stato il primo italiano, il primo giocatore a calcarlo nel primo pomeriggio.
Aveva già giocato parecchi Slam ed era abituato alla folla e ai grandi stadi, ma quando entrò in campo il colpo d’occhio lo paralizzò non appena alzò lo sguardo. Il sole cadeva obliquo sulle tribune e faceva brillare la terra rossa come polvere viva. Oltre il campo, tra i corridoi di marmo, le statue bianche troneggiavano come eterni custodi, guardando tutte nella stessa direzione.
Vinse il sorteggio e scelse di rispondere alla battuta del suo avversario: una strategia che, nel suo gioco, si era sempre rivelata vincente.
Si sistemò dietro la riga di fondo, piegò le ginocchia e fece due saltelli leggeri sul posto. Provò l’apertura del rovescio nel vuoto, poi quella del dritto, uno split step leggero in avanti. Dall’altra parte il brasiliano Bruno Rezende faceva rimbalzare la pallina con calma. Il suono regolare dei rimbalzi saliva fino alle tribune e tornava indietro come un piccolo eco secco.
Quando partì il lancio lui era già avanti con il peso del corpo.
Il servizio uscì centrale e Fabio bloccò la risposta con abilità davanti al petto; la palla tornò bassa, profonda. Lo scambio durò per pochi colpi. Al quinto Rezende accorciò troppo e lui ne approfittò entrando nel campo e chiudendo il punto con un dritto rapido e incisivo. La palla sfiorò il nastro della riga e scappò via sollevando una spruzzata di terra rossa, che ricadde subito sulla plastica bianca.
Sul punto successivo lesse il servizio esterno e si mosse in anticipo. Due passi a sinistra, racchetta davanti al corpo. La risposta incrociata fece la barba al nastro e scese corta. Il brasiliano arrivò male e lasciò la palla a metà campo; lui avanzò senza fretta e chiuse con una carezza di volée da destra a sinistra.
Il pubblico, compiaciuto dopo aver esultato, venne richiamato al silenzio e si sistemò diligente sulle sedute. Qualcuno tossì, un seggiolino sbatté. Una bottiglietta rotolò sotto una fila di sedili.
Sul 30-40 il brasiliano servì al corpo. Lui fece mezzo passo indietro e liberò il braccio, trovando una risposta profonda che baciò con prepotenza l’incrocio delle righe e schizzò via.
Break e cambio campo.
L’italiano si bagnò la bocca con il dolciastro dell’integratore e camminò con passo sicuro verso la riga di fondo per andare a servire. Scavalcò attentamente le righe come sempre, si risistemò il cappellino calandolo sui ricci biondi che, ribelli, cercavano di fare capolino. La terra si sollevava in piccole nuvolette sotto le scarpe e il sole gli batteva sulla spalla sinistra, scaldandogli la nuca.
Si fermò dietro la riga bianca e trascinò la suola, spazzandola con un rumore granuloso.
La pallina toccò terra con un suono breve e compatto, attutito dalla polvere rossa che ne assorbì l’impatto. Il colpo non risuonò: si spense subito, rotondo e opaco, mentre un piccolo sbuffo di terra si sollevava fino alle sue narici.
Avrebbe lanciato la pallina lì, proprio sulla linea del suo piede sinistro, appena un poco più avanti, come piaceva a lui. La prese e l’appoggiò delicatamente sulle corde della racchetta. Il feltro rimase fermo tra le corde tese.
Fu allora che lo vide.
Il fermacorde era giallo.
Girò appena la racchetta nel palmo, che prese a sudare improvvisamente, come se bastasse cambiare angolo per far sparire quel colore, ma il piccolo pezzo gommato rimase lì, in mezzo alle corde. Giallo pieno.
Il giallo era solo per gli Slam. Qui ci voleva fucsia, era così ed era sempre stato così.
Abbassò la racchetta e guardò verso il proprio angolo. Il coach aveva i gomiti sulle ginocchia e seguiva la scena senza muoversi; accanto a lui il preparatore si era appena tolto gli occhiali da sole. Non sembrava avessero intuito il problema.
Il ragazzo corse verso la sua panchina e aprì la sacca. L’odore di plastica e di terra calda uscì insieme alla zip.
Estrasse un’altra racchetta.
Giallo.
Ne tirò fuori una terza.
Ancora giallo.
Dal seggiolone arrivò la voce del giudice: tempo.
Richiuse la zip e tornò dietro la riga di fondo, inciampando nei propri piedi. Guardò di nuovo, sospirando, verso la tribuna. La pallina nel palmo era tiepida e il feltro sfregava leggero sui polpastrelli mentre la faceva rimbalzare.
Al terzo rimbalzo lanciò e salì con il braccio, ma il colpo arrivò tardi: la pallina finì a mezza rete.
Le corde vibrarono per un istante nel vuoto.
Seconda.
Dalla tasca sinistra prese la pallina più consumata, con il feltro spelato sulle cuciture. Fece due rimbalzi, poi un terzo, e lanciò di nuovo.
Stavolta colpì troppo presto. Il suono uscì sordo, prese il telaio. La vibrazione gli salì lungo il polso e la palla partì storta, finendo lunga.
Doppio fallo.
Dall’altra parte il brasiliano si muoveva incessantemente sulle punte. Il sole tagliava il campo a metà.
Sul punto successivo entrarono nello scambio. Dritto, rovescio, ancora dritto. Le corde vibravano regolari finché una palla gli rimase addosso e il colpo uscì corto. Il brasiliano entrò nel campo e chiuse con uno schiaffo al volo.
Si asciugò la mano sul pantaloncino lasciando una striscia di terra rossa sulla stoffa bianca, come una ferita.
Tornò a battere da destra senza più guardare il piatto corde, ma vide comunque con la coda dell’occhio che la mano tremava. Lanciò troppo dietro la testa, non fece cadere la palla, la lavorò e arrivò corta e leggera. Fu sorpreso dalla risposta rapida del brasiliano e slittò in ritardo sulla superficie, sentendo la polvere infilarsi nella scarpa.
Mancò la pallina. La terra gli era entrata nelle calze, il bianco ormai era diventato arancione.
Servì ancora, ma il lancio uscì mezzo palmo avanti e fu costretto a cercarlo sbilanciato. La palla colpì il nastro e cadde dalla sua parte del campo.
Controbreak.
Un bambino pianse nelle tribune basse e il suono si sparse tra i seggiolini.
Camminò fino al corridoio, raccolse una pallina e la passò al raccattapalle. Il pubblico era diventato più attento: non c’era silenzio, né rumore, ma qualcosa nel mezzo.
Nel successivo turno di battuta il brasiliano lo lasciò a zero. Le sue gambe normalmente veloci e guizzanti erano come i marmi attorno a lui, bianche, splendenti, immobili.
Al cambio campo si sedette e bevve dalla borraccia; l’acqua era ormai tiepida e fece una smorfia. Si passò il pollice sull’indice e sentì sudore, terra, feltro.
Prese l’asciugamano bianco, se lo mise in testa come faceva da bambino per nascondersi. Chiuse gli occhi respirando profondamente. Le mani, appoggiate sulle ginocchia con i palmi rivolti verso l’alto, tremavano impercettibilmente.
Riaprì gli occhi.
Sul bordo dell’asciugamano lesse il ricamo: Internazionali BNL d’Italia.
Quando tornò in campo non guardò più il piatto della racchetta dove il piccolo oggetto giaceva.
Ripeté il gesto: polso morbido, la racchetta che tocca la schiena, la pallina in aria, le ginocchia che si piegano, i piedi che si uniscono, una spinta in alto con la gamba sinistra, l’impatto nel punto più alto.
Servì.
Il colpo uscì pieno e la palla prese la T, schizzando via prima che l’avversario potesse muoversi.
Un applauso grasso e liberatorio scese dalle tribune.
Sul punto successivo servì al corpo. Il brasiliano rispose corto e lui, quasi fluttuando, entrò nel campo per chiudere rapido con il dritto incrociato.
Gli scambi cominciarono ad allungarsi. Il suono delle corde tornò alla regolare sinfonia e la polvere si alzava spumeggiante ogni volta che frenava con la scarpa.
La palla passò e lo scambio partì subito duro. All’italiano il fiato usciva dal naso in piccoli soffi regolari mentre il brasiliano accelerava lungolinea. Lui arrivò con due passi rapidi e mise la racchetta davanti al corpo, rimandando la palla bassa e filata dall’altra parte della rete.
L’applauso rimbalzò tra le tribune di marmo.
Il raccattapalle gli passò una pallina. Un lato era sporco di terra rossa, l’altro ancora immacolato. La girò tra le dita per un momento, sentendo la cucitura ruvida sotto il polpastrello. La mano sinistra la chiuse salda. Con la destra aprì le dita e risistemò l’impugnatura a martello: il pollice avanti, l’indice quasi disteso lungo il manico, le altre dita che le si chiudevano intorno dolcemente. Il polso restò morbido. Tornò verso la riga di fondo mentre, dall’altra parte, il brasiliano si preparava a rispondere.
Il sole si era abbassato appena e una striscia d’ombra tornava a leccare il lato del campo.
Il fermacorde restava giallo nel sole.
Lui non lo guardò più.
La terra sotto le scarpe cedeva nel modo giusto.
Servì di nuovo.
E la partita continuò.

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