Simone Cavagna – Di che cosa parlano i muri

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Fuori o dentro. Sono io che do senso all’o. Senza di me fuori e dentro sarebbero categorie inesistenti, interno ed esterno sarebbero la medesima cosa.

Io sono un muro, e come tale divido, separo, distinguo.

Noi muri dipendiamo dall’uomo, l’unico che può darci vita, ma la morte può raggiungerci in molti modi: la vita di un muro è simile a quella delle persone.

Una storia, invece, non esiste finché qualcuno non la racconta. Essendo nato muro di una locanda – una locanda di Brescia – ho potuto vedere e udire un’infinità di racconti, di incontri, di scontri e tutto quanto avviene abitualmente in una locanda che si rispetti.

La storia che voglio raccontare si svolge in piena notte, nel settembre del 1909. Il mio stanzone interno era ancora gremito di gente. Tra loro un giovane alto, magro, piuttosto esile, con grandi occhi sormontati da lunghe ciglia; e un anziano dai capelli bianchi che indossava un paio di occhiali e stava parlando con un uomo sulla cinquantina.

Il ragazzo, seduto da ore sulla stessa poltrona, pareva in attesa che la maggior parte degli avventori si spostasse dal mio interno all’esterno. Quando ciò avvenne uno strano silenzio calò nella stanza, rotto solo da qualche parola pronunciata in un angolo dove erano presenti l’anziano e il giovane. Questi, ancora accomodato nella poltrona, sembrò colpito dalla parola Boemia, pronunciata dall’uomo di mezza età. Non so per quale ragione ne parlassero: in quel momento ero interessato soprattutto a osservare il giovanotto, che muoveva solo gli occhi cercando di captare qualche discorso interessante all’interno della cacofonia linguistica degli ubriachi.

Quando l’individuo che aveva parlato della Boemia se ne andò, il vecchio si mise a sfogliare la Sentinella Bresciana. Il ragazzo gli si avvicinò. «Perdonatemi», disse in un italiano un po’ stentato, «poco fa ho sentito casualmente che stavate parlando di Praga».

Il vecchio lo guardò alzando gli occhi dal giornale. «Sì, mi ci recai due anni fa», confermò. Chiuse il giornale e lo mise da parte, quindi, con un gesto della mano, invitò il giovane a sedersi di fronte a lui. «Mi pare che voi non siate italiano… siete forse tedesco?».

«Sono di Praga. Ho studiato per qualche mese italiano per venire qua».

«Se preferisce possiamo parlare in tedesco: sono stato professore della vostra letteratura fino a pochi anni fa».

Da quel momento l’insolita coppia iniziò a conversare in tedesco. Per me non fu un problema comprenderlo, come non lo è ora tradurlo. Bisogna pur inventarsi qualcosa per far passare il tempo, quando si vive immobili: qualsiasi muro conosce ogni lingua che ha avuto occasione di ascoltare.

«Quanti anni avete, giovanotto?».

«Alla mia età d’Annunzio aveva appena pubblicato Il Piacere» disse il ragazzo, sorridendo.

«Ventisei anni ed esperto di letteratura, a quanto vedo. Credo che la nostra sarà una chiacchierata piacevole. Ma che cosa fate sveglio nel cuore della notte in questa locanda di briganti?».

«Ero con un paio di amici a Riva e leggemmo sul vostro quotidiano che ci sarà un evento di aeroplani a Montichiari».

«Anch’io, quando sono in un Paese straniero, tento sempre di leggere in lingua locale: mette immediatamente alla prova gli studi fatti. Ho un ricordo di Praga a tal proposito: mi colpì un articolo scritto sulla rivista Die Gegenwart, il cui autore osannava l’arrivo sulla scena di un nuovo scrittore geniale, di cui ora non ricordo più nemmeno il nome. Domandai ad un paio di professori locali che conoscevo, ma nessuno lo aveva mai sentito nominare. Fatto curioso, non trova? Un nuovo scrittore è osannato dalla critica ancor prima di aver pubblicato qualcosa, o addirittura senza neppure aver scritto una prosa o una poesia compiute!».

Il ragazzo fissò il professore durante tutto il discorso, arrossendo in viso un paio di volte; ma questo non credo che venne notato dal suo interlocutore: il mio interno, di notte, è illuminato da poche e misere candele poste sui tavoli, tra i divani, e lungo le mie pareti, accanto alle finestre.

Qualche secondo dopo il giovane disse: «Sapete, ho un cane a casa. Non fa altro che dormire e mangiare. È un vero poltrone!».

Il vecchio lo guardò confuso. «Scusatemi, ma questo che cosa c’entra?».

«Sì, è un cane davvero poltrone. Ogni tanto lo porto fuori a fare due passi, la mattina molto presto, quando nemmeno i grilli sono svegli».

Il vecchio corrugò la fronte. «Voi mi parlate di cani e di grilli… ma qual è il senso di tutto ciò?».

Tutto inutile. Per altri dieci minuti il ragazzo continuò a raccontare del suo cane e degli insetti che infestano la metropoli. Un paio di volte chiuse gli occhi per ricordare meglio alcuni particolari, poi li riapriva e seguitava a parlare fissandomi sempre nello stesso, un angolo in alto. Il professore tentò più volte di interromperlo, ma non ci fu nulla da fare.

D’un tratto, il giovane rimase in silenzio, arrossì e abbassò lo sguardo, tacendo.

«Giovanotto, sono molto confuso. Da un discorso sulla letteratura siete passato a un monologo su cani e insetti… Non ve ne chiedo il motivo: immagino che nemmeno voi sapreste rispondere… o che magari non vorreste proprio farvi intendere».

Il ragazzo, infatti, non rispose: rimase a testa china, con gli occhi socchiusi.

«Vi ho veduto trascorrere la serata completamente solo», riprese il vecchio, «osservando le persone in questa stanza. Eravate una presenza un po’ inquietante, se devo dirla tutta. Ha atteso per ore che si liberasse la locanda prima di venire a parlarmi».

«Mi piace l’attesa. Mi fa pensare che il tempo stia passando e che io non stia solo attraversandolo passivamente. L’attesa mi rende attivo rispetto al tempo, anche quando non sto facendo altro che aspettare, per l’appunto».

«Interessante… mi volete dire la vostra professione?».

«Lavoro nel campo delle Assicurazioni, in Boemia».

«E di solito lavorate anche di notte, visto che a quest’ora non sembrate ancora accusare stanchezza?».

«Purtroppo soffro d’insonnia».

«Per lo meno potrete godervi la città anche di notte, se vi fermerete per qualche giorno. Brescia offre più attrattive di quanto si pensi. Una molto caratteristica, ma non so se può essere nei vostri interessi, è il Cimitero Monumentale, realizzato nel 1813 dal Vantini. Ospita molti deceduti illustri, tra i quali anche Zanardelli, che approvò il primo codice penale dell’Italia unita e fu anche Presidente del Consiglio».

«Il mio sogno più bello è vedermi seduto, in una barca, e volare sopra il letto asciutto di un fiume».

Il vecchio rimase a fissarlo con la bocca semiaperta, mentre la sigaretta che aveva acceso gli tremolava fra le dita. Il ragazzo ricambiò lo sguardo, piegò all’indietro la testa e socchiuse gli occhi. Iniziò a ridere. «Non fateci caso…», si giustificò.

Il professore continuò a fissarlo, poi riprese a fumare. Dopo aver tirato qualche boccata disse: «Credo che abbiate una fantasia poco comune. Avete mai pensato di scrivere qualcosa?».

«Io credo che… Per me lo scrivere è come una forma di preghiera. Niente che riguardi il mondo religioso, s’intende, ma qualcosa di molto personale e intimo, quasi sacro.».

«È un sentimento comprensibile. A questo proposito, non potete esimervi dal passare dalla Chiesa del San Giovanni Evangelista: è colma di tele del Moretto, un famoso pittore locale che…».

«Anche Heine è passato da Brescia», lo interruppe il giovane, sorridendo. «Lo scrisse nel Reisebilder».

Il vecchio, che oramai si stava abituando alle interruzioni continue del suo interlocutore, osservò: «Sapete, in voi vi è qualcosa che trasmette sicurezza, nonostante le cose che dite. Credo sia il frutto di una combinazione del vostro sorriso, uno dei più semplici e puri che abbia mai ravvisato, e del vostro lieve ma continuo gesticolare. È come se in voi fossero portati agli estremi una naturalezza limpida e una buia profondità, e se questi estremi fossero sempre in perenne guerra tra loro… Ma forse si tratta di una difficile comunione. Mostrate con rara semplicità un punto di vista nuovo sulle cose, totalmente impensabile prima e perfettamente applicabile dopo averlo ascoltato. E in modo così naturale!». Si rese conto in quel momento di essersi troppo lasciato andare.

Il giovanotto, piuttosto imbarazzato, non osava guardarlo negli occhi. «Sono solo molto curioso per natura», si spiegò. Poi provò a sviare il discorso: «Sulla Sentinella Bresciana ho letto che vi saranno personalità importanti a Montichiari. Voi avete letto Il Piacere, mi è sembrato di capire».

«Praticamente non appena uscì, era il 1889».

«Ci sarà proprio l’autore, domani».

«Ma anche Giacomo Puccini. A proposito, lo sapete che la sua Madama Butterfly è stata messa in opera per la prima volta proprio qui a Brescia? In realtà, la prima ufficiale si tenne alla Scala di Milano, ma fu letteralmente un fiasco. E ci si chiede ancora il motivo, perché la versione che Puccini ripropose per la “nuova” prima al Teatro Grande, nel maggio del 1904, cambiò davvero poco rispetto a quella di Milano». Il ragazzo lo ascoltava con attenzione. «Tra l’altro, ora che ci penso, è anche stato l’anno della famosa Esposizione, di cui certamente avrete sentito parlare. Grazie ad essa abbiamo praticamente riconquistato il nostro Castello».

Oh, fortunati voi, miei amici Grande e Castello, che avete potuto vedere e ascoltare tante e tali opere nella vostra vita!

Il giovane rispose: «Il Castello, già… Invece l’opera racchiude due elementi che non riesco a sintetizzare: musica e dramma. Purtroppo non ho un grande orecchio musicale. Al contrario, prediligo il teatro, tanto per il suo impianto visivo, quanto per la poesia della lingua messa in atto che ne è alla base».

Il professore si scaldò per quelle parole, e gli occhi gli si fecero lucidi senza che il ragazzo se ne avvedesse: aveva nuovamente abbassato da testa e aveva preso a girarsi le dita tra le mani, fissandole. «Mi dispiace mettervi in imbarazzo, credetemi… Sapete, per tutta la vita sono stato a contatto con persone più o meno portate per lo studio e per la creatività, ragazzi o vecchi topi da biblioteca come me… ma la sensazione che provo di fronte a voi è diversa: voi emanate un’energia particolare, di una singolare profondità».

«Vi prego…».

«Perdonatemi, avete ragione, mi sono fatto prendere dall’entusiasmo. Alla mia età non dovrebbe più accadere».

«No, questo non è vero, permettetemi. Avete scelto una vita di studio e avete messo tutte le vostre energie in essa. L’energia stessa è entusiasmo. Se non ne aveste ancora oggi, non saremmo qui a parlare, a quest’ora e in questo luogo».

Per alcuni istanti l’orologio a pendolo fu l’unico rumore che poteva udirsi nello stanzone. Il vecchio estrasse una fazzoletto da una tasca e si terse il sudore dalla fronte e dalle guance. Quindi prese un’altra sigaretta, la girò tra le dita e se la pose tra le labbra. L’accese. L’altro, sempre immobile a fissare un punto nel vuoto, aveva chiuso le mani una sull’altra.

Fu il professore a rompere nuovamente il silenzio: «Un osservatore come voi deve avere un rapporto difficile con se stesso…».

«Prego?».

«Avrete fatto analisi personali anche su voi stesso, suppongo…».

Il giovane sospirò. Facendo scorrere lo sguardo sugli oggetti posti sul tavolo dichiarò: «Io credo di invidiarvi».

«Come?».

«Sì, credo di invidiarvi… proprio per il vostro entusiasmo. Per la vostra energia. Avete vissuto la vita. Anzi… voi vivete la vita». Pronunciò l’ultimo verbo con maggiore intensità. «A me è proprio questo che manca. Mi manca la fede nella vita. Ogni volta che poso un piede per terra sono convinto di averlo appoggiato nel punto sbagliato. Per questo invidio voi e tutti quelli come voi. Ils sont dans le vrai…».

«Mi state dicendo che non avete certezze, e che questa mancanza vi fa sentire diverso da tutti?».

«Al contrario. Io ho una certezza, comune a tutta l’umanità. L’uomo ha in sé qualcosa d’incrollabile, un nucleo incorruttibile e intoccabile. Nonostante non ci si possa muovere senza inciampare in intrighi e preoccupazioni, reali o immaginari che siano, l’uomo mantiene una parte di sé perennemente salda». Il professore lo fissava attentamente. «Una certezza lontanissima, forse inarrivabile… ma la sua stessa esistenza mi fa accettare tutte le incertezze tangibili».

Proprio in quel momento il pendolo batté un rintocco. Il ragazzo sobbalzò a quel suono improvviso, cui ne seguirono altri quattro eguali. Rise. «Mi pare sia un finale adeguato. Purtroppo, come per ogni altra azione nel mondo, non ci è concesso di portare a compimento la nostra conversazione. Tuttavia non ci era lecito sottrarvisi. La ringrazio per la chiacchierata, professore. Buonanotte». Così dicendo scattò in piedi e s’inchinò al professore, stringendogli la mano. Quello rimase interdetto: la lunga conversazione si stava chiudendo in modo troppo rapido, quasi doloroso.

Mentre il ragazzo si allontanava in direzione della scala, il vecchio lo richiamò: «Giovanotto, posso chiedere il vostro nome?».

«Come?» fece il ragazzo voltandosi.

«Il vostro nome. Come vi chiamate?».

Non udii la risposta: proprio in quel momento l’oste entrò nello stanzone e aprì le mie porte, che cigolarono rumorosamente. Subito dopo il vecchio rimase pensieroso per qualche istante, come se tentasse di ricordare qualcosa.

In tal modo si separarono, e chissà se si rividero ancora nella loro vita di uomini. Io, nella mia di muro, non rividi mai più né l’uno, né l’altro. Strana la conoscenza umana, che ricorda e tramanda certi eventi e ne dimentica altri, come la discussione che vi ho raccontato.

Non so se il ragazzo in questione sia effettivamente diventato qualcuno, ma non credo sia importante. Anzi, credo che non sia importante neppure chiederselo. E questa potrebbe benissimo essere stata la risposta del giovane all’ultima domanda del professore.

 

Terzo classificato nel concorso “Muri di storie”.