«Credo che in una vita precedente tu fossi un’assassina». Il Reiki Master mi guarda dritto negli occhi. La verità che mi ha rivelato lo fa sentire più vicino all’essenza del vivere, alla reincarnazione. Butta fuori la soddisfazione con un’esalazione profonda. Ha le mani accucciate in grembo, e sulla sua calvizie le luci del neon disegnano un’aureola fredda che mi disturba gli occhi.
Giro lo sguardo sullo studio: alle pareti certificazioni, attestati, la foto di un santone indiano con un turbante scuro che brucia qualcosa in mezzo a una radura. Nell’aria il profumo soffocante di qualche deodorante da ambiente mi brucia la gola, tossisco.
«Stai espellendo i residui del tuo malessere», dice. La ruga in mezzo agli occhi gli sega la faccia a metà, sembra una mela tagliata esattamente al centro. Mi ripete che il benessere arriverà.
Guardo le gigantografie degli yogi appese alle pareti e mi viene da ridere. Sono tutti ritratti in pose assurde, con gli arti e la testa piegati in una composizione innaturale.
Adesso il Maestro sta pensando che ha perso il suo tempo con me. Avrebbe decine di seguaci che ha dovuto dirottare perché colonizzo i suoi orari, lo stanco con le mie pretese. Vedo i pensieri scorrergli sulla pelle della fronte come se avesse un traduttore simultaneo incassato nella testa.
Passo da un ciarlatano all’altro da cinque anni, ormai. Ho provato di tutto: lo yoga, la psicoanalisi tradizionale, le forme più moderne, la biodanza, i medium, gli sciamani. Infine, lui.
L’ho visto una sera in un locale in cui servivano sushi, stava parlando con un’allieva di consapevolezza spirituale. Lei gli teneva la mano sul braccio e lo fissava con un misto di spavento e desiderio. Forse è arrivata a gestire la propria anima, di sicuro non il corpo. Se lo voleva scopare. Subito, lì, in mezzo ai pezzi di pesce crudo, al wasabi e alla salsa di soia.
Mi agito sul lettino, me ne fotto dell’immaginario collettivo. Lui mi guarda, pensa di sicuro che sto uscendo dalle forme concesse, d’altro canto se non fossi fuori di testa non sarei qui. Alla fine lo trovo divertente, forse perché sembra credere a quel che dice. Il Maestro parla, mostra, fa. È una scheggia impazzita di energia. Io però non voglio affatto guarire, perché dovrei? Occupo il tempo degli altri cercando di metterli in difficoltà, senza porli direttamente davanti all’evidenza del loro fallimento. Ce li porto con lentezza. Arrivano a mettersi in discussione e, quando li lascio, sono soggetti indeboliti nell’autostima, sull’orlo del crollo. Devono rivolgersi ad altri professionisti, in cui non credono per primi, per tentare di recuperare lucidità.
«Perché un’assassina?».
Prende un momento, tossisce. Due chiazze scure iniziano ad allargarglisi sotto alle ampie ascelle. È fine luglio e fa un caldo del diavolo. È del tutto normale, visto che io sono il diavolo. La sua voce è decisa, potente, parla di centri di energia e nodi del corpo.
Vorrei dirgli che dovrebbe smetterla di ingannare la gente e trovarsi un lavoro serio, qualcosa che aiuti l’andamento del mondo, anziché gettare le persone in mezzo ai boschi a cantare attaccati agli alberi per liberare la loro anima. Quando mi ha proposto di iscrivermi al ritiro gli ho riso in faccia. Sarebbero felici di avere la missione di riprendermi dal buco del mio disagio e riportarmi a una forma accettabile. Che vadano a farsi fottere. Ho una relazione fallita da quando sono nata, figli immaginari sparsi che viaggiano in terza classe nella lista delle cose da fare; non ho un lavoro stabile e me ne frego di riallineare la mia anima alla melodia dell’universo.
«La seduta è terminata per oggi», mi dice. Lo vedo guardare in tralice l’orologio: ha da fare. Forse deve scoparsi l’allieva su un vassoio di sashimi al salmone, con tanto zenzero da fargli pizzicare il palato.
Ero un’assassina, ha detto. Se è vero che per la fisica le suddivisioni temporali non sono che un’illusione, e che i piani di passato, presente e futuro coesistono in una compresenza a noi invisibile, devo esserlo ancora.
Dondolo le gambe, abbasso la testa e guardo i piedi che oscillano nello spazio tra me e il Maestro. Lui continua a fissarmi, gli sorrido. Mi avvicino alla scrivania ingombra degli oggetti con cui cerca di raddrizzare la gente malriuscita. C’è anche un posacenere. Fingo di dirigermi verso la porta.
Penso che un Maestro Reiki non dovrebbe fumare. Il suo fuoco interiore dovrebbe bruciare fino a spegnere la fiamma del desiderio che imprigiona il salto verso la Verità. Invece il posacenere è pieno di cicche, una non è stata spenta del tutto e continua a esalare un filo di fumo. È grande, pesante, in vetro. Somiglia a uno dei posacenere di mio zio. Ricordo quando, da piccola, mi soffiava il fumo in faccia mentre sorrideva con l’espressione pretenziosa di chi ha visto tutto. Ma non sapeva che un posacenere di vetro può entrare nei circuiti cerebrali attraverso il cranio spaccato, fracassandoli irrimediabilmente.
Non c’è bisogno di credere di avere sempre qualcosa da insegnare agli altri. Gli è caduto il braccio e la bocca si era piegata verso il basso, prima di rimanere fissa su una smorfia. La sigaretta è rotolata a terra, in mezzo alle mie scarpe da tennis bianche, continuando a bruciare.
Chiudo la porta dietro di me, piano. Mi avvio silenziosa verso l’ascensore, poi cambio idea e decido di prendere le scale. Fa bene alla circolazione e, tanto, il Maestro non aspetta più nessuno.





















