Il furgone col pianale scoperto avrà visto giorni migliori. Certo li avrà visti la sua vernice, che un tempo doveva essere bianca e oggi, chissà: non hanno ancora inventato un nome da associare al colore della ribaltina posteriore, ricca di adesivi di ogni epoca, tra cui spicca, tra tutti, la scritta in rosso “Carmine e Cesira.”
In cabina, dietro i vetri leggermente azzurrati, una coppia vicina ai sessant’anni. Lui, gli occhi verdi ancora vivaci, non pensa certo di essere vicino alla pensione. Lei, con i capelli chiari striati di grigio raccolti in una crocchia ordinata, la pelle bianca e trasparente, è vestita in modo ordinato e preciso: maglietta e golfino beige, al collo un filo di perle che non sono vere ma le piacciono e continua a sfiorarle con le dita.
Il furgone lascia intravedere il carico: molte ceste piene di legna a pezzi. È parcheggiato un po’ su e un po’ giù dal marciapiede, di fronte al Paradiso della Pizza.
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Mi chiamo Carmine e sono milanese, e quando lo dico ridono tutti. «Eh, sì, milanese: Carmine non è un nome milanese».
Mi chiamo Carmine e sono milanese, figlio di milanesi che avevano un buon amico. Carmine Rizzo era il miglior amico di mio padre. Insieme hanno iniziato a giocare a calcio nel Seregno quando il Seregno era in serie B. Insieme correvano dal lavoro al campo di calcio e poi a casa, alla svelta, che la mattina l’avviamento delle macchine da stampa iniziava presto e loro dovevano essere svegli e concentrati. Carmine, il primo, quello di mio papà, fu anche il primo a sposarsi e a farsi una famiglia, con Rosa che gli diede ben quattro figli in pochi anni. Mio papà, invece, non era poi così desideroso di un legame secondo le regole, finché non vide gli occhi verdi della Luisa, ne sentì il profumo e non capì più niente. Carmine gli fece da testimone e fu presente in ogni momento nella loro vita. Nacqui io. Ho passato la vita a spiegare al mondo che non ero siciliano, non ero napoletano, ma milanese. E a non capire quale fosse la differenza.
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Mi chiamo Cesira e sono siciliana. Io lo so che questo è un nome milanese, milanese di una volta, ma la mia mamma aveva una tata, una giovane ragazza che si era trasferita a Milazzo per amore del suo Totò. Poi Totò si rivelò un gran bugiardo e lei rimase in Sicilia, trovando quel lavoro a casa dei miei nonni, a donare ai bambini degli altri tutto l’amore che non poteva più dare a Totò.
Cesira fu famiglia, per noi. Riuscii anch’io a godermi le sue coccole; mi chiamava la sua tusèta e, anche se non capivo perché, mi piaceva stare con lei, che aveva il mio stesso nome.
Arrivai a Milano per studiare e incontrai Carmine a San Siro, a vedere un derby con le mie amiche. Erano gli anni Settanta e bastò uno sguardo, una parola, per ritrovarci, occhi verdi negli occhi verdi, un caso che forse non era un caso; cominciarono serate di chiacchiere e decidemmo che non potevamo lasciarci. Ci sposammo subito. Ormai sono quarant’anni che stiamo insieme. Lui ha una piccola attività di combustibili per riscaldamento e la sera l’ultimo giro è nelle pizzerie a consegnare la legna per il forno.
Perché sono con lui, ora? Perché non riesco a lasciarlo. Lui crede che sia perché hanno rubato nell’appartamento a fianco al nostro e da allora non riesco a stare da sola. Io glielo lascio credere: a tutti gli uomini piace scoprire le debolezze delle donne. Ma le donne non sono da meno, e da quando l’ho visto ammalato per il suo cancro, quello che ha deciso di abbracciarlo e di non lasciarlo più, avverto lo scorrere del tempo.
Anche ora incrocio il suo sguardo, sorrido e so di fare la cosa giusta: il tempo è vivo e nostro.
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La portiera un po’ scricchiola, quando Carmine compie il solito gesto: scendere, lasciarla lì, lanciare un sorriso a Cesira e avvicinarsi al pianale per prendere la cesta di legna da portare in pizzeria.
Cesira lo guarda dallo specchietto retrovisore, lo vede ondeggiare, appoggiarsi alla ribaltina con la scritta “Carmine e Cesira”, le due “C” un po’ scrostate. Le sembra che le accarezzi, quelle C, e le batte forte il cuore, come ogni volta che vede Carmine, come tutte le volte che pensa a lui, nei giorni pieni del loro stare insieme.
Cesira guarda il marciapiede, vede un calzino da bimbo abbandonato, immagina una mamma col passeggino, il solito gioco che fanno i bimbi di prendersi i piedi e togliersi le calze: un altro calzino perso, un altro gesto per crescere.
Loro quei giochetti lì non li hanno mai provati e vissuti, e mai succederà. Non resta che far scorrere i giorni così come sono, le due “C” vicine come sempre.
Guarda ancora dallo specchietto, vede la schiena di Carmine che si piega sulla legna. Stavolta non starà ad aspettarlo: apre la sua portiera, che scricchiola proprio come l’altra e arriva al retro del furgone quasi saltellando.
Lui la vede, lo sguardo interrogativo ma brillante, come sempre, come la prima volta che quegli occhi lì le sono entrati nel cuore. Allunga una mano. «Che vuoi fare?».
«Vengo con te».
Ceste pesanti e pensieri: un mondo da trasportare. Cesira vorrebbe urlare a quella città: “Siamo ancora qui!”. È forse lo sta facendo, con i suoi passi leggeri e con il suo canticchiare quella ninna nanna siciliana che non riesce a dimenticare. Siamo fatti di ricordi e di sogni, siamo fatti di cuori che saltellano per un paio di occhi verdi.
I fari di un’auto che passa illuminano il furgone, le C, e poi la cesta di legna. I sogni sono promesse che si illuminano a singhiozzo.


















