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	<title>Inkroci Magazine</title>
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	<description>Inkroci Rivista Letteraria</description>
	<lastBuildDate>Tue, 13 Oct 2026 08:41:55 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Noam Chomsky – Le dieci leggi del potere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2026 23:26:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attenti al libro]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
		<category><![CDATA[Noam Chomsky]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Noam Chomsky analizza i meccanismi attraverso cui il potere economico e politico tende a concentrarsi nelle mani di una minoranza, svuotando progressivamente la democrazia. In dieci “leggi” mostra come le élite riducano la partecipazione popolare, plasmino l’ideologia, ridisegnino l’economia, indeboliscano solidarietà e sindacati, condizionino politica e informazione e fabbrichino consenso, fino a marginalizzare i cittadini [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Noam Chomsky analizza i meccanismi attraverso cui il potere economico e politico tende a concentrarsi nelle mani di una minoranza, svuotando progressivamente la democrazia. In dieci “leggi” mostra come le élite riducano la partecipazione popolare, plasmino l’ideologia, ridisegnino l’economia, indeboliscano solidarietà e sindacati, condizionino politica e informazione e fabbrichino consenso, fino a marginalizzare i cittadini e ad accrescere le disuguaglianze favorendo il potere delle classi dominanti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un modo molto semplice per neutralizzare un libro come questo: convincersi che parli solo degli Stati Uniti, non di noi. E in effetti Noam Chomsky parla degli Stati Uniti, della loro storia, delle loro istituzioni, di Wall Street, delle grandi corporation, delle campagne elettorali americane, della concentrazione della ricchezza e della progressiva perdita di potere politico da parte della maggioranza della popolazione. È quindi possibile leggere <em>Le dieci leggi del potere</em> con un certo distacco, riconoscere la lucidità dell’analisi, magari condividerne l’indignazione, ma alla fine chiudere il libro rassicurandosi: sì, certo, in America; ma da noi non è mica così!<br />
È proprio questo l’alibi che vorremmo mettere in discussione. Perché ciò che rende oggi questo saggio particolarmente inquietante è la possibilità di utilizzare i dieci principi da lui individuati come altrettanti strumenti per leggere ciò che, con modalità differenti e con qualche decennio di ritardo, sta accadendo anche in Italia e nell’Unione europea.<br />
Certo, USA, Italia e UE sono realtà che differiscono per istituzioni, storia politica, sistemi elettorali, forme di welfare, relazioni industriali, peso dei sindacati, legislazione sociale eccetera; eppure le dieci leggi presentate da Chomsky descrivono i meccanismi che stanno agendo anche da noi, mostrandoci come il potere tenda a concentrarsi; come la concentrazione della ricchezza generi concentrazione politica e quest’ultima produca condizioni favorevoli a un’ulteriore concentrazione della ricchezza; come la democrazia possa essere progressivamente svuotata senza bisogno di abolirla; come il conflitto sociale venga depotenziato, il consenso costruito e il cittadino ridotto a spettatore.</p>
<p style="text-align: justify;">Chomsky parla esplicitamente di un “circolo vizioso”, ed è questa la figura retorica da tener presente durante tutta la lettura: ricchezza e potere non procedono parallelamente, ma si alimentano reciprocamente. Chi dispone di maggior ricchezza dispone di maggiori possibilità di incidere sulla politica; una politica maggiormente influenzata dalla ricchezza produce regole che tendono a favorire chi già la possiede; l’aumento della disuguaglianza accresce nuovamente la disparità di potere. Il circuito si autoalimenta.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiediamoci allora: quanto di ciò che Chomsky descriveva come processo americano è già accaduto, o sta accadendo, nei nostri lidi e sotto i nostri occhi?</p>
<hr />
<p style="text-align: justify;">Proviamo a rispondere seguendo le dieci leggi.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima è <strong>ridurre la democrazia</strong>. Ridurre, appunto, non abolire: è una distinzione fondamentale. Le elezioni continuano a svolgersi, i parlamenti continuano a riunirsi, i cittadini conservano formalmente i propri diritti; tuttavia può restringersi progressivamente il campo entro il quale l’esercizio di quei diritti riesce a modificare le decisioni fondamentali. Sempre più scelte vengono presentate come necessità: “lo chiedono i mercati”, “lo impongono i conti”, “lo esigono i trattati”, “lo richiedono gli investitori”, “lo pretende la competitività”, “lo determina la situazione internazionale”. La parola decisiva è sempre la stessa: “è inevitabile”.<br />
Una democrazia incomincia a impoverirsi quando aumenta il numero delle questioni sulle quali al cittadino viene spiegato che, in realtà, non c’è nulla da decidere. Si può votare per governi diversi, purché alcune direttrici fondamentali restino fuori discussione. Il perimetro della democrazia rimane apparentemente intatto, mentre si restringe quello del possibile. Ed è esattamente il conflitto individuato da Chomsky: da una parte la spinta popolare ad allargare gli spazi democratici, dall’altra la tendenza delle élite economiche e politiche a contenerli. Cambiano gli strumenti, non il principio.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda legge è <strong>plasmare l’ideologia</strong>. Anche qui la forma europea è meno brutale di quella americana descritta nel libro, ma il meccanismo è perfettamente riconoscibile. Il risultato più efficace di un’ideologia non consiste nel convincerci che sia giusta, ma nel convincerci che non sia affatto un’ideologia, che sia semplicemente “la realtà”.<br />
Il mercato non fa altro che “reagire”, mica decide per noi; la finanza si limita a “mandare segnali”, non si permetterebbe mai di esercitare pressioni; i governi decidono di ridurre la spesa solo perché “non ci sono le risorse”; la privatizzazione non è altro che una “modernizzazione”, la deregolamentazione una “semplificazione” e la precarietà “flessibilità”; la concorrenza è semplicemente una condizione naturale dell’esistenza. Persino parole politiche come “uguaglianza” e “redistribuzione” vengono frequentemente messe sulla difensiva, come se fosse chi le pronuncia a dover dimostrare la propria ragionevolezza, mentre l’accumulazione privata della ricchezza viene trattata come il risultato spontaneo e dunque neutrale dell’economia.<br />
Questo significa plasmare l’ideologia: stabilire preventivamente quali idee siano realistiche e quali estremiste, quali responsabili e quali demagogiche, quali possano essere discusse e quali debbano essere escluse prima ancora che la discussione cominci.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza legge è <strong>ridisegnare l’economia</strong>. E diventa molto più difficile sostenere che “da noi non è così: finanziarizzazione, privatizzazioni, liberalizzazioni, delocalizzazioni produttive, esternalizzazioni, indebolimento del lavoro contrattualmente stabile, crescente trasferimento di potere dal lavoro al capitale, con intensità e cronologie differenti, sono fenomeni che hanno attraversato anche l’Europa e l’Italia. E il risultato è misurabile: alla fine del 2025 il 10% più ricco delle famiglie italiane possedeva il 60,6% dell’intera ricchezza netta del Paese; alla metà meno abbiente delle famiglie restava il 7,2%. Non è un dato prodotto da un centro studi anticapitalista: è della Banca d’Italia, che rileva anche come la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza sia ulteriormente aumentata rispetto all’anno precedente.<br />
Un sistema economico può produrre spontaneamente concentrazione e, una volta raggiunto un certo livello, la concentrazione economica comincia a tradursi in differenza di potere. È esattamente il circuito descritto da Chomsky. Nel caso italiano c’è poi un dato che rende particolarmente evidente lo spostamento dei rapporti di forza: secondo l’OCSE, l’Italia ha registrato la maggiore perdita di salari reali fra le principali economie dell’organizzazione, che all’inizio del 2025 erano ancora inferiori del 7,5% rispetto all’inizio del 2021. Il lavoro ha perso terreno nella distribuzione della ricchezza e nella capacità di contrattare la propria parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Quarta legge: <strong>scaricare i costi</strong>. Chomsky descrive uno dei meccanismi più elementari del capitalismo contemporaneo: privatizzare i benefici e trasferire altrove, quando possibile, i costi. Sullo Stato, sui lavoratori, sull’ambiente, sui consumatori, sulle generazioni future.<br />
Il principio è diventato talmente abituale da risultare quasi invisibile: se un’attività produce profitti, quei profitti appartengono legittimamente a chi possiede l’impresa; se produce conseguenze sistemiche insostenibili, improvvisamente la collettività torna indispensabile. L’abbiamo visto con i salvataggi finanziari, con le crisi industriali, con i costi delle bonifiche ambientali, con settori sostenuti attraverso incentivi, garanzie e infrastrutture pubbliche, mentre i rendimenti rimangono privati.<br />
Non è neppure necessario attribuire una particolare malvagità ai protagonisti: se il sistema premia chi riesce a esternalizzare i propri costi, l’impresa che lo fa si comporta razionalmente. È una prerogativa politica: chi decide quali costi possano essere scaricati sulla collettività e chi abbia il potere sufficiente per impedirlo?</p>
<p style="text-align: justify;">La quinta legge, <strong>aggredire la solidarietà</strong>, riguarda più direttamente l’identità europea. Proprio la solidarietà è stata uno dei fondamenti del modello sociale costruito nel nostro continente dopo la catastrofe della Seconda guerra mondiale: sanità pubblica, istruzione, previdenza, pensioni, assicurazioni sociali significano accettare di pagare anche per bisogni che in quel momento non sono i nostri. Chi è sano finanzia l’ospedale, chi non ha figli la scuola, chi lavora il sostegno di chi il lavoro lo ha perduto. Una società esiste proprio perché non è una somma di contratti individuali.<br />
L’attacco alla solidarietà comincia dunque dal linguaggio. Il diritto diventa servizio, il servizio diventa costo, il cittadino diventa utente, poi cliente. Si domanda alla sanità pubblica quanto costa prima di chiedersi che cosa garantisce; all’istruzione quanto rende; alla previdenza se sia finanziariamente conveniente. E mentre il servizio pubblico viene impoverito, chi può permetterselo cerca sul mercato la soluzione individuale: assicurazione sanitaria, scuola privata, previdenza integrativa. Da quel momento avrà sempre meno interesse a finanziare attraverso le tasse ciò che ormai acquista privatamente.<br />
È un processo circolare: si indebolisce il pubblico, e il peggioramento del pubblico spinge verso il privato; la fuga verso il privato rende politicamente ancora più semplice indebolire il pubblico.<br />
Nel 2025, nonostante decenni di crescita economica e tecnologica, 92,7 milioni di persone nell’Unione europea – il 20,9% della popolazione – risultavano a rischio di povertà o di esclusione sociale. E nel 2024 l’8,2% delle persone che lavoravano nell’UE risultava a rischio di povertà. Avere un lavoro non garantisce più neppure di sottrarsi alla povertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Sesta legge: <strong>controllare i controllori</strong>. L’Europa possiede strumenti di regolamentazione più robusti di quelli statunitensi, ma Chomsky ci invita a guardare un gradino più in profondità: chi influenza coloro che stabiliscono le regole?<br />
Il lobbying è perfettamente legale e può persino svolgere una funzione utile, fornendo ai decisori competenze e informazioni. Proprio per questo l’Unione europea dispone di un Registro per la trasparenza che rende pubbliche le organizzazioni impegnate a influenzare legislazione e politiche europee e i relativi budget. Potrebbe essere una forma importante di controllo democratico, ma la trasparenza non cancella la disparità.<br />
Un’associazione di cittadini, un sindacato, una piccola organizzazione ambientalista, una banca internazionale, un gigante tecnologico e una multinazionale farmaceutica possiedono formalmente lo stesso diritto di presentare le proprie ragioni alle istituzioni, eppure non dispongono delle stesse risorse economiche, tecniche, legali, comunicative e relazionali per farlo.<br />
La domanda di Chomsky rimane quindi intatta: quando una minoranza dispone di mezzi incomparabilmente superiori a quelli della maggioranza dei cittadini, chi controlla davvero chi?</p>
<p style="text-align: justify;">La settima legge è <strong>l’ingegneria delle elezioni</strong>. Qui il parallelo non può essere letterale: il sistema americano di finanziamento della politica è profondamente diverso da quello italiano ed europeo. Ma sarebbe ingenuo concludere che il problema non esista.<br />
L’ingegneria elettorale non consiste soltanto nel denaro versato direttamente a un candidato, ma anche nel controllo dell’accesso alla visibilità, nella personalizzazione della politica, nella trasformazione della campagna elettorale in marketing, nella selezione delle candidature da parte di apparati sempre più ristretti, nella costruzione professionale dell’immagine del leader e nella capacità economica necessaria per occupare lo spazio pubblico.<br />
In Italia, differenti sistemi elettorali hanno progressivamente limitato la possibilità dell’elettore di scegliere direttamente i propri rappresentanti, affidando una parte sostanziale della loro selezione ai vertici dei partiti. Il cittadino sceglie all’interno di un’offerta che altri hanno preventivamente costruito, e quando la possibilità formale di scelta convive con la sensazione che qualunque scelta modifichi sempre meno le direttrici fondamentali, compare il fenomeno forse più pericoloso per una democrazia: il disinteresse, con l’abbandono delle urne elettorali.</p>
<p style="text-align: justify;">Ottava legge: <strong>tenere a bada la plebaglia</strong>. L’espressione è volutamente brutale, perché brutale è la concezione del popolo che Chomsky rintraccia nella storia delle élite: una maggioranza di straccioni che dev’essere tenuta adeguatamente lontana dai luoghi in cui si prendono le decisioni.<br />
Storicamente, uno dei principali strumenti con cui questa maggioranza ha potuto esercitare un contropotere è stata l’organizzazione del lavoro: un lavoratore isolato possiede una capacità contrattuale minima; centomila lavoratori organizzati possiedono potere. Per questo Chomsky dedica tanta attenzione all’attacco contro i sindacati.<br />
In Italia c’è una presenza sindacale assai più forte di quella statunitense ed esiste una contrattazione collettiva molto estesa, ma sempre più delegittimata: precarizzazione, appalti, subappalti, esternalizzazioni, false autonomie, lavoro discontinuo, piattaforme digitali e frammentazione delle carriere rendono sempre più difficile costruire interessi collettivi. E soprattutto funzionano le divisioni: dipendente contro autonomo, pubblico contro privato, garantito contro precario, giovane contro pensionato, italiano contro immigrato, occupato contro disoccupato. È il più antico principio del potere: trasformare un conflitto verticale in cento conflitti orizzontali. Se chi sta sotto combatte contro chi gli sta accanto, difficilmente guarderà verso chi gli sta sopra.</p>
<p style="text-align: justify;">La nona legge è <strong>fabbricare il consenso</strong>. Non significa immaginare un ministero della propaganda che ogni mattina distribuisca ai giornali le istruzioni da seguire e le veline da pubblicare. Sarebbe una concezione infantile del potere contemporaneo. Il sistema descritto da Chomsky è molto più sofisticato proprio perché può funzionare senza ordini espliciti: proprietà dei mezzi di comunicazione, dipendenza dalla pubblicità, selezione delle fonti considerate autorevoli, accesso privilegiato alle istituzioni, necessità di produrre continuamente contenuti, concentrazione editoriale e rapporti economici sono filtri sufficienti a delimitare lo spazio entro il quale avviene la discussione. A questi se ne sono aggiunti altri che Chomsky poteva soltanto intravedere nelle dimensioni attuali: le piattaforme digitali hanno trasformato l’attenzione in merce, e l’algoritmo non deve necessariamente convincerci di qualcosa – basta che ci mantenga davanti allo schermo. Paura, indignazione, conflitto, scandalo e conferma dei nostri pregiudizi sono straordinari strumenti per riuscirci.<br />
Il risultato paradossale è una società nella quale disponiamo di una quantità d’informazioni senza precedenti e possiamo contemporaneamente essere sempre meno esposti a ciò che contraddice la nostra visione del mondo. E il problema diventa ancora più serio quando ciò che deve essere costruito non è semplicemente il consenso intorno a una misura economica, bensì intorno alla guerra.<br />
L’Unione europea si trova oggi di fronte a una minaccia reale: l’invasione russa dell’Ucraina ha riportato una guerra di grandi dimensioni sul continente e ha modificato radicalmente il quadro della sicurezza europea: è il punto di partenza necessario di qualsiasi discussione seria, ma riconoscere questo fatto non obbliga ad accettare come inevitabile qualsiasi risposta venga proposta.<br />
Dal 2025 l’Unione ha intrapreso un’accelerazione militare senza precedenti nella propria storia. Il programma <em>ReArm Europe/Readiness 2030</em> prevede di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa; 150 miliardi vengono messi a disposizione attraverso lo strumento SAFE; la clausola di salvaguardia del Patto di stabilità consente agli Stati di aumentare la spesa militare creando fino a 650 miliardi di spazio fiscale aggiuntivo; vengono accelerati gli investimenti dell’industria bellica e persino semplificate le procedure autorizzative per i progetti della difesa.<br />
La posizione ufficiale delle istituzioni europee è chiara: armarsi maggiormente significa aumentare la deterrenza e quindi impedire la guerra. È una posizione legittima, ma non è una verità naturale, e soprattutto non può essere sottratta alla discussione democratica, perché esiste anche la possibilità opposta: che una società che organizza economia, industria, infrastrutture, bilanci pubblici e cultura politica intorno alla preparazione di un conflitto finisca per considerare quel conflitto non più impensabile, ma possibile; poi plausibile; infine normale. Accettabile. Anzi, inevitabile.<br />
La questione non è essere “filorussi” o “antioccidentali”, formule che servono troppo spesso a interrompere la discussione invece di affrontarla, ma chi decide quale livello di rischio i cittadini europei debbano accettare, quali risorse debbano essere destinate alla preparazione militare, quale equilibrio debba esistere tra deterrenza e diplomazia e fino a qual punto l’Europa debba prepararsi a uno scontro diretto con una potenza nucleare.<br />
E quando per decenni ci è stato spiegato che i vincoli di bilancio imponevano sacrifici, mentre improvvisamente centinaia di miliardi diventano mobilitabili per il riarmo, chiedere chi stabilisca le priorità non è ingenuo pacifismo. E se decisioni di questa portata vengono progressivamente presentate come tecnicamente o geopoliticamente inevitabili, torniamo esattamente alla prima legge: <strong>ridurre la democrazia</strong>. E il cerchio si chiude.</p>
<p style="text-align: justify;">La decima legge, infatti, è <strong>marginalizzare il popolo</strong>. È la conclusione naturale delle nove precedenti e, non a caso, il capitolo con cui Chomsky termina il proprio percorso, che contiene già molto di ciò che potrebbe costituire una conclusione dell’intero libro.<br />
Negli Stati Uniti, gli studi di Martin Gilens e Benjamin Page citati da Chomsky mostrano una realtà impressionante: le preferenze del cittadino medio hanno un’influenza minima sulle decisioni politiche, mentre l’influenza cresce con il reddito e con la forza dei gruppi economici organizzati. E dunque: quanto conta realmente il cittadino? Quanto riesce concretamente a incidere sulle decisioni che determinano il proprio lavoro, il proprio reddito, la propria salute, la propria vecchiaia, il proprio ambiente e persino la possibilità che il continente nel quale vive venga coinvolto in una guerra?<br />
È questo il punto d’arrivo delle dieci leggi. La democrazia viene ridotta. L’ideologia stabilisce ciò che è pensabile. L’economia viene ridisegnata e concentra ricchezza. I costi vengono trasferiti verso il basso. La solidarietà viene erosa. Chi stabilisce le regole subisce l’enorme capacità di pressione degli interessi che dovrebbero regolare. La rappresentanza politica viene professionalizzata e allontanata dagli elettori. Il lavoro viene frammentato e indebolito. Il consenso viene costruito. Alla fine il cittadino scopre di avere conservato quasi tutti i propri diritti formali e di possedere sempre meno potere sostanziale.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente da noi non è identico: l’Italia conserva una Costituzione democratica e sociale, un servizio sanitario universalistico, una forte tradizione sindacale, istituzioni di garanzia, una società civile vitale, e l’Unione europea possiede sistemi di welfare e strumenti di regolazione assai differenti da quelli statunitensi, sarebbe ideologico negarlo, ma Chomsky non ci ha consegnato dieci fotografie degli Stati Uniti, bensì dieci teoremi del potere, che possono agire ovunque. E infatti quei teoremi stanno funzionando anche qui: la direzione è riconoscibile.<br />
La concentrazione della ricchezza, l’indebolimento del lavoro, la privatizzazione progressiva di ciò che un tempo apparteneva alla sfera dei diritti, la subordinazione della politica a vincoli presentati come inevitabili, l’influenza sproporzionata degli interessi economicamente più forti, la trasformazione della comunicazione politica in marketing, la frammentazione sociale, la costruzione del consenso e l’allontanamento del cittadino dalle decisioni fondamentali non appartengono più a un’America lontana: sono davanti a noi.<br />
Per questo <em>Le dieci leggi del potere</em>, a dieci anni dalla sua prima pubblicazione, più che apparire invecchiato è diventato ancora più attuale. Chomsky descriveva un processo che negli Stati Uniti aveva già raggiunto uno stadio avanzato, e noi oggi possiamo osservare quelle stesse dinamiche svilupparsi nelle nostre società.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta da chiedersi: quanto il processo è già avanzato, quanto può ancora avanzare e quanto tempo rimane prima che ciò che continuiamo a considerare una degenerazione altrui venga riconosciuto per una trasformazione già in corso delle nostre democrazie?</p>
<p style="text-align: justify;">E resta ancora l’ultima domanda, quella che nessuna analisi del potere può permettersi di eludere senza trasformarsi in esercizio di rassegnazione; <strong>che fare?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta è già, almeno in parte, nel saggio di Chomsky.<br />
Il potere da lui descritto è enorme, ma è il risultato di rapporti di forza costruiti dagli esseri umani e può essere modificato modificando quei rapporti di forza. Del resto, quasi nessuna delle conquiste democratiche e sociali che oggi consideriamo normali è nata dalla spontanea generosità di chi deteneva il potere, anzi: suffragio universale, diritti dei lavoratori, libertà sindacali, welfare, emancipazione femminile, diritti civili sono stati conquistati perché persone che singolarmente possedevano pochissimo potere hanno imparato a esercitarlo insieme.<br />
È dunque necessario ricostruire ciò che decenni di individualizzazione hanno demolito: organizzazione, associazionismo, partecipazione, sindacato, corpi intermedi, luoghi di discussione e di conflitto. Restituire al lavoro forza contrattuale. Difendere e ricostruire i servizi pubblici. Pretendere una trasparenza effettiva nei rapporti tra potere economico e decisione politica. Contrastare le concentrazioni economiche e informative. Sottrarre per quanto possibile la politica alla dipendenza dal denaro. Riportare all’interno della discussione democratica tutto ciò che viene presentato come inevitabile: economia, finanza, welfare, energia, politica estera, riarmo, guerra e pace.<br />
E, soprattutto, recuperare un’idea che abbiamo quasi dimenticato: quella di essere <em>cittadini.</em> Non clienti, non utenti, non consumatori, non spettatori o individui isolati messi in concorrenza gli uni con gli altri. Cittadini.<br />
Perché la rassegnazione è forse la più efficace delle leggi, l’undicesima, che Chomsky non ha numerato. Un potere che deve reprimere milioni di persone incontra un problema; ma un potere davanti a milioni di persone convinte che tanto non cambierà mai nulla ha già vinto senza nemmeno bisogno di reprimerle.<br />
La storia, fortunatamente, dimostra anche il contrario: ogni volta che qualcuno ha detto “non c’è alternativa”, qualcun altro, prima o poi, l’ha costruita, e senza chiedere il permesso.<br />
Le dieci leggi di Chomsky spiegano molto bene come il potere riesca a perpetuarsi. Ma non dimostrano affatto che debba riuscirci per sempre.</p>
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		<title>Gordiano Lupi – Oriana Fallaci, una donna contro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gordiano Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 23:12:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
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		<category><![CDATA[Il racconto lungo]]></category>
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		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
		<category><![CDATA[Oriana Fallaci]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nasco a Firenze nel 1929 da Edoardo, artigiano antifascista, e Tosca Cantini, casalinga come tante in quel periodo oscuro in cui le donne contan proprio poco. In casa siamo tutte femmine: Neera e Paola diventeranno scrittrici e giornaliste; Elisabetta, figlia adottiva, non è meno amata. Grazie a mio padre socialista rischio la vita sin da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nasco a Firenze nel 1929 da Edoardo, artigiano antifascista, e Tosca Cantini, casalinga come tante in quel periodo oscuro in cui le donne contan proprio poco. In casa siamo tutte femmine: Neera e Paola diventeranno scrittrici e giornaliste; Elisabetta, figlia adottiva, non è meno amata. Grazie a mio padre socialista rischio la vita sin da piccola, così mi abituo a fare il reporter di guerra, ché son staffetta partigiana nelle Brigate Giustizia e Libertà. Partito d’Azione, che bel nome, proprio quello che voglio diventare, donna d’azione. A Firenze si comincia a far sul serio quando arrivano i nazisti, nel 1941, con mio padre catturato e torturato a Villa Triste dai fascisti di Mario Carità e io che porto munizioni da una riva all’altra del mio fiume, i cui ponti son stati distrutti dalle bombe. A guerra finita mi danno persino una medaglia, per me è normale, son priva di paura, vivo la vita con scellerato ardore. Studio al Liceo Classico Galilei, come si conviene a una ragazza di famiglia borghese, provo con Medicina, poi con Lettere – forse più vicina alle mie corde – ma son irrequieta, non riesco a terminare, il mio unico mestiere è il giornalismo, mi convince zio Bruno che fa quel lavoro, poi conosco Curzio Malaparte (il mio maestro!) ed è la svolta decisiva per capire che la mia missione è vivere per raccontare storie. Sono una giovane studentessa quando scrivo sulle colonne del cattolico Mattino dell’Italia centrale, articoli di varia umanità, cronaca nera, costume, guai giudiziari, infine la prima incazzatura della mia vita che mi fa licenziare; il direttore vorrebbe che scrivessi un pezzo contro Palmiro Togliatti, uomo che non amo, ma meglio non scrivere che farsi dire cosa raccontare.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascio Firenze per Milano dove c’è più stampa, molte redazioni di giornali, mio zio Bruno dirige Epoca, un bel settimanale edito da Mondadori, mi prende a lavorare ma non fa nessun favoritismo, mi chiude in redazione a correggere le bozze dei collaboratori, poi come premio mi promuove inviata d’alta moda – proprio a me! – ma è una novità, nel 1952, a Palazzo Pitti di Firenze, un evento insolito. Ho solo 23 anni quando vedo la mia firma su un articolo, sull’Europeo che diventa il mio giornale, dove rimango fino al 1977. Vado a vivere a Roma, mi occupo di cronaca mondana, di dolce vita, vado anche a New York per raccontare i divi e per scrivere il mio primo libro, I sette peccati di Hollywood, con i retroscena del cinema, della vita delle star, con Orson Welles (quale onore!) che firma la prefazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Alfredo Pieroni è il primo amore, giornalista per La Settimana Incom Illustrata, è con lui che nel 1958 credo di poter avere un figlio ma lo perdo per aborto naturale, rischio la vita, finisco in depressione, tento di suicidarmi con un tubetto di sonniferi, dico addio a Pieroni che non può essere l’uomo della mia vita.</p>
<p style="text-align: justify;">La condizione della donna m’interessa, non solo in Italia, vado in Oriente per fare un reportage, ne vien fuori un libro, Il sesso inutile, un successo, dove scrivo cose mai dette prima da nessuno. Il reportage è il mio mestiere ma la fiction mi attira, invento una storia – Penelope alla guerra – dove narro di Giò, una Penelope moderna che non attende il suo Ulisse ma viaggia per il mondo, vola a New York e incontra persone del passato. Vendo molto, mi traducono nel globo occidentale, scrivo tanti articoli e intervisto, ci tiro fuori un altro libro di successo, Gli antipatici, ritratti di personaggi del bel mondo, tra cinema e cultura, che escono prima sull’Europeo poi sulle pagine del libro.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo allo sbarco sulla Luna, non posso perdere l’esperienza d’intervistare chi ci deve andare, i tecnici della Nasa, persino il mitico Von Braun, un ex nazista convertito alla scienza americana. Se il sole muore lo dedico a mio padre. Tutto quel che accade lo seguo in prima linea per raccontarlo con occhi illuminati da verità vissute sul mio corpo da farfalla, la penna invece è pesante come il piombo e battagliera.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1967 sono in Vietnam per L’Europeo, come regola di vita non mi schiero, non sto dalla parte di nessuno, racconto eccidi Vietcong e comunisti, nefandezze americane e sudvietnamite, atti eroici, momenti di umana compassione, tutto quel che c’è da dire non nascondo; vengo sette volte in Indocina a vivere questa sanguinosa follia che finisce nel libro Niente e così sia.</p>
<p style="text-align: justify;">Muoiono Martin Luther King e Bob Kennedy, volo in America per capire cosa accade, nei luoghi dove scorrono giorni di follia, dove vedo studenti che contestano e distruggono, invocano Che Guevara ma vivono con l’aria condizionata, viaggiano su fuoristrada, indossano camice di seta, son pieni di vizi consumistici. Non sopporto le contraddizioni, vivere secondo le mode, poi manifestare e agitare simboli che non si conoscono; io son come Pasolini, stava con i poliziotti, figli di povera gente, non con gli studenti, figli di borghesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quante volte rischio la vita… ma son sempre presente dove c’è un massacro, anche in piazza Tre Culture, Città del Messico, accanto agli studenti che protestano contro l’occupazione militare, mi prendo una raffica di mitra e tutti mi credon morta. In obitorio un prete si rende conto che son viva, sopravvissuta non so come al massacro più infame della mia vita, persino peggiore della guerra… e di eventi bellici ne ho vissuti sulla mia pelle, da India a Pakistan, passando per Sudamerica e Medio Oriente.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel giorno sulla Luna è il reportage dell’Apollo 11, la missione che mi affascina, l’intervista a Conrad, la scommessa, in palio una bottiglia di whiskey, il ricordo delle frasi storiche, in fondo che m’importa se siano state decise prima, sceneggiate da qualcuno, è pur vero che resta un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Conrad si porta sulla Luna una mia foto, lui dice di aver vinto la scommessa ma io la bottiglia non la pago, quel che faccio è una sorta di rivalsa femminista, gli regalo un abbonamento a Playboy, proprio a lui che si sente così maschio.</p>
<p style="text-align: justify;">L’uomo della mia vita però lo incontro nel 1973, siamo d’agosto, lui si chiama Alexandros Panagulis, un vero eroe che affronta in Grecia i colonnelli, perseguitato, torturato, incarcerato, un uomo che si oppone alla dittatura con la forza delle idee, un democratico. Resto con lui tre anni, fino alla sua morte in un incidente stradale maledetto, gli dedico un libro intitolato Un uomo, uno dei più belli che una donna possa dedicare al compagno di tutta un’esistenza. Come vorrei un figlio da quest’uomo ma la maledizione di non poter essere madre mi colpisce ancora, aborto spontaneo dopo una lite – mi era già capitato – e non mi resta che scrivere una Lettera a un bambino mai nato, altro libro che ricorderete, il più venduto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un altro uomo di cui son stata amica è Pasolini, poeta scellerato, un uomo mica niente facile, un po’ come me, in fondo, indago sulla sua morte, quando lo ammazzano dei vigliacchi criminali su quel campo di terra e sassi di Ostia mare, sono una che capisce al volo quando c’è di mezzo qualcosa che si vuol far sparire, come per la morte del mio amato Panagulis ci son troppe cose poco chiare, moventi strani, mandanti oscuri. La storia del mio eroe la racconto in Un uomo, dopo quell’incidente che considero voluto dai suoi avversari politici; della vicenda di Pier Paolo scrivo sui giornali. Muore il solo uomo che avrei potuto amare e infatti ho amato, senza lasciarmi neppure un piccolo se stesso, caro il mio Alexandros massacrato, come Pier Paolo, l’amico più fidato.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi getto anima e corpo nel lavoro, intervisto tutti quelli che posso intervistare, Henry Kissinger dirà chi me l’ha fatto fare?, ché gli tiro fuor di bocca cose che mai a nessuno aveva voluto dire. L’elenco è lungo, ci si scrive un libro solo a ricordare il buon Berlinguer, il pacioso Nenni, il re Husayn, il vecchio scià Reza Pahlavi, il negus Hailé Selassié, Indira Gandhi, Golda Meir, il mio Panagulis, Gheddafi, Deng Xiaoping, Sean Connery, il cancelliere Brandt, il grande Fellini e Pasolini che non può mancare… Intervista con la storia è il libro che ne vien fuori, davvero posso dire di aver avuto un colloquio con la storia nella mia vita scritta come un film.</p>
<p style="text-align: justify;">Intervisto persino Khomeini, quel tiranno assassino, con il chador, che poi mi tolgo, ché io mica son musulmana, neanche cristiana se proprio devo dirlo, io son soltanto Oriana; gli chiedo come mai le donne in Iran vengon trattate peggio delle bestie, lui mi dà del cattivo esempio, mi apostrofa come quella donna che si è tolta il chador, mi pianta in asso. Tu pensa che mi devo anche sposare per poterlo intervistare, matrimonio sciita con l’interprete, una cosa che si può annullare, perché mi cambio d’abito con lui dentro la stanza, che in questi posti proprio non si può fare, pena di morte dice una legge assurda. E mi sposano anche con la persona sbagliata, con il mullah che mi vede cambiar d’abito nella stanza invece che col traduttore, ma a me che importa, tanto è un matrimonio che vale quanto le regole d’una stramba religione.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Iran è proprio un posto assurdo, ci torno ancora per intervistare Bani Sadr ma non mi vogliono più far ripartire, io telefono a Ingrid Bergman che chiama Pertini, il nostro Presidente, faccio un casino tale che mi lasciano andare.</p>
<p style="text-align: justify;">In politica le mie idee seguono il vento, ma non son certo di destra, la politica italiana è molto strana, forse con Pannella e i radicali la mia parentela è più vicina, per le lotte femministe e i diritti umani, non per l’aborto, chiaro, ma condividere tutto mica è facile. Intervisto Lech Walesa, un uomo vero, altro che quel pazzo Khomeini, mi danno la laurea honoris causa alla Columbia, quella laurea che non ho mai voluto da studentessa svogliata e un poco capricciosa. Nella mia vita ho scritto proprio tanto, il rettore dice che son scrittrice tra le più lette al mondo, articoli ne scrivo, reportage che fanno proprio in pochi sulle colonne di giornali molto austeri come Times, New Republic, Washington Post, Stern, Corriere della Sera… chi l’avrebbe detto.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1990 vado a vivere a New York, dopo aver pubblicato Insciallah, mezzo romanzo e mezzo reportage, ambientato a Beirut, tra le truppe italiane, dove mi accredita il ministro Spadolini. Conosco Paolo, sergente dell’esercito italiano – diventerà grazie a me astronauta -, vivo con lui cinque anni, è uomo coraggioso, affronta pericoli, vede amici morire, combatte kamikaze, fantasmi di esaltati, pazzi furiosi vestiti da invasati. Vedo un nemico che si combatte male, un nemico che non solo non teme di morire, ma vive la morte come un premio da riscuotere per un futuro Paradiso conquistato.</p>
<p style="text-align: justify;">New York è il mio rifugio, villa a due piani a Manhattan, Upper East Side, scrivo un romanzo interminabile per dieci anni, ma lo finisco poco prima di morire, si chiama Un cappello pieno di ciliege. Comunque la mia vera casa non è questa. La mia vera casa è la villa a Greve in Chianti, un rustico dove abitano i miei genitori con la mia sorellina.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto arriva l’undici settembre, data che non posso dimenticare, poi c’è il cancro ai polmoni da curare che lentamente procede e io lo so che lui alla fine uccide, ma ci combatto, come contro tutte le cose della vita con cui devo combattere da sempre. Cancro maledetto per tutte le sigarette che ho fumato, certo, ma soprattutto per i fumi dei pozzi di petrolio fatti saltare in aria da Saddam, in Kuwait, dove mi trovavo per narrare la guerra del golfo del 1991.</p>
<p style="text-align: justify;">Due cose mi cambiano la vita e pure il mio modo di pensare, la morte dell’amato Alexandros e l’infamia dell’undici settembre, che mi fa capire quanto sia pericoloso il fondamentalismo per la nostra civiltà occidentale. Scrivo tanto su questa cosa, scrivo di getto, persino un po’ incazzata, violenta e dura come non son mai stata, anche poco obiettiva, lo confesso, ma non è facile essere obiettivi quando un pericolo minaccia. Siamo incapaci di difenderci dai pazzi, da questi islamici che vagan per il mondo, che c’invadono, che fan delle nostre strade luoghi dove edificar moschee e offender donne con usanze scellerate. Ci stanno islamizzando, lo grido in faccia al mondo occidentale, ai troppo buoni, a chi non vuol capire che presto saremo vittime sacrificali sopra un altare fatto di Corano. Io mi comporto come se Dio esistesse, anche se son atea, amica di Benedetto XVI, rivendico il mio essere cristiana in quanto occidentale e tanto basta. Non voglio esser convertita, non ci tengo. Non voglio neppure esser islamizzata, sarebbe peggio che esser convertita. Resto atea e cristiana.</p>
<p style="text-align: justify;">La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione contengono tutto il mio pensiero su queste cose, poi ci sono le interviste a me stessa, le leggerete quando questo maledetto cancro mi avrà uccisa.</p>
<p style="text-align: justify;">Continuo a dire quel che penso come sempre, contro i torturatori americani, contro chi crede che fare la guerra a Baghdad sia la soluzione, contro chi non vorrebbe andare in Afghanistan, contro chi pensa di esportare la pax americana, un concetto assurdo di democrazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Difendo la mia Firenze contro i barbari, i no global, contro attori smidollati e attricette che augurano cancri maledetti, imitatrici senza intelligenza, oche crudeli prive di civiltà, contro chi è di sinistra ma un tempo fu repubblichino, vorrei listare a lutto le mie strade dove passano cortei di sciagurati.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi scaglio contro i magistrati e lo strapotere infinito, contro la sinistra che conosce il danno ma lascia fare, anzi se ne serve. Non son mai stata comunista, da buona figlia di padre socialista, non posso accettare un’idea che proibisce alla gente di ribellarsi, esprimersi, arricchirsi, dove lo Stato è despota sovrano, una monarchia vecchio stampo che evira gli uomini, che trasforma tutti in plebe assuefatta e amorfa, che fa morir di fame. In Italia poi abbiamo i sindacati, figli sciocchi di Marx, proprio come certi magistrati che interpretano la legge secondo simpatie. Non mi togliete la proprietà privata, la libertà, il gusto di parlare. Sono il sale della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia non voto, non posso scegliere tra Prodi e Berlusconi, son due poveri idioti che non meritano un istante di attenzione. Fini è più odioso di Togliatti. Non appoggio nessuno, pure se loro mi tiran per la giacca.</p>
<p style="text-align: justify;">Resto me stessa, anarchica al punto che vorrei – con la complicità degli amici di Carrara – far saltare in aria le moschee che da troppe parti cominciano a edificare. La Lega poi non sa cos’è la patria. La sinistra è democratica quanto io son musulmana e la destra non sarà mai la squadra con cui giocare, questo è certo.</p>
<p style="text-align: justify;">Conservatrice sì, forse lo sono. Contro l’aborto, a meno che non siate violentate da Bin Laden, contro il matrimonio e le adozioni gay, libertà ne avete, accontentatevi di amare. La maternità è cosa per donne, purtroppo non l’ho avuta, ma non mi turba l’omosessualità, Pasolini e Zeffirelli son due amici, con loro affronto certi argomenti e son compresa. Non son d’accordo con l’eutanasia, dico anche che l’Unione Europea è un club di persone dell’alta finanza che soggioga i paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Vinco tanti premi, persino l’Ambrogino d’Oro a Milano, grazie alla Moratti, ma quello che più vorrei me lo regala sulla tomba Zeffirelli, ché la mia città non me lo vuol proprio dare.</p>
<p style="text-align: justify;">Muoio che ancora un sacco di cose avrei da fare, che peccato, ma accade nella mia Firenze, il 15 settembre del 2006, ho 77 anni, non sono senatrice a vita, meglio così visto chi l’ha chiesto, poi lo sarei stata troppo poco. Muoio mentre rivedo la Torre dei Mannelli, guardo l’Arno da Ponte Vecchio, il quartier generale di mio padre partigiano, dove da bambina – nome di battaglia Emilia – portavo le bombe a mano ai grandi, nascoste nei cesti d’insalata. Muoio a Firenze, di sicuro non compresa, apprezzata da chi non avrei voluto, succede spesso, credo.</p>
<p style="text-align: justify;">Adesso mi trovate nella tomba di famiglia, cimitero degli Allori, al Galluzzo, in mezzo a tanti atei come me, a musulmani (non fondamentalisti), conservo una copia del Corriere della Sera, un Fiorino d’oro regalo di Zeffirelli, un ceppo di Alekos. Tutti i miei libri e i miei ricordi li affido a Papa Benedetto, il solo cui son rimasta affezionata, all’Università Lateranense di Rino Fisichella, lascito di un’atea che volle morir cristiana per rivalsa.</p>
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		<title>Lee Child – Zona pericolosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giordano Meraviglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 23:48:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni bonsai]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Meraviglia]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
		<category><![CDATA[Lee Child]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Reacher, un ex militare errante, si ferma in una piccola città della Georgia per puro caso, solo per trovarsi accusato di un omicidio che non ha commesso. Child costruisce un intreccio serrato, in cui l’azione si mescola a un’atmosfera densa di tensione. Il protagonista, un uomo solitario e spietato, incarna il perfetto eroe hard-boiled: taciturno, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Reacher, un ex militare errante, si ferma in una piccola città della Georgia per puro caso, solo per trovarsi accusato di un omicidio che non ha commesso.<br />
Child costruisce un intreccio serrato, in cui l’azione si mescola a un’atmosfera densa di tensione. Il protagonista, un uomo solitario e spietato, incarna il perfetto eroe hard-boiled: taciturno, intelligente e implacabile contro il male. Oltre alla sua imponente figura spiccano alcuni comprimari ben delineati: Roscoe, la determinata e intelligente poliziotta locale, presenza forte e affascinante, capace di tenere testa al protagonista e di instaurare con lui un legame di reciproca fiducia e attrazione; e Finlay, detective della polizia, un outsider come Reacher, un bostoniano gettato in una piccola città ostile, che si rivela un alleato prezioso grazie alla sua acuta mente investigativa. Anche il villain principale e la rete di cospiratori che circondano il mistero sono ben costruiti, con un senso crescente di minaccia i cui reali contorni si svelano a poco a poco.<br />
Lo stile è asciutto, essenziale, ma ricco di dettagli tecnici che rendono la narrazione credibile e immersiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Con un ritmo incalzante e colpi di scena ben orchestrati, <em>Zona pericolosa</em>, primo romanzo della serie di Reacher (divenuta anche una fortunata serie televisiva), è un thriller che non lascia scampo, perfetto per chi ama letture adrenaliniche e protagonisti irresistibilmente sopra le righe.</p>
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		<title>Georges Simenon – Il fiuto del dottor Jean e altri racconti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 23:16:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attenti al libro]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Simenon]]></category>
		<category><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I quattro racconti di questa raccolta segnano l’esordio del dottor Jean Dollent, giovane medico destinato a scoprirsi quasi per caso un inatteso talento investigativo. Tra incontri fortuiti, delitti, sparizioni e misteriose apparizioni, Il fiuto del dottor Jean, La signorina in azzurro pallido, Una donna gettò un grido e Il fantasma del signor Marbe raccontano la [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/attenti-al-libro-recensione-libri/georges-simenon-il-fiuto-del-dottor-jean-e-altri-racconti-recensione-libro.html">Georges Simenon – Il fiuto del dottor Jean e altri racconti</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi">Inkroci Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I quattro racconti di questa raccolta segnano l’esordio del dottor Jean Dollent, giovane medico destinato a scoprirsi quasi per caso un inatteso talento investigativo. Tra incontri fortuiti, delitti, sparizioni e misteriose apparizioni, <em>Il fiuto del dottor Jean</em>, <em>La signorina in azzurro pallido</em>, <em>Una donna gettò un grido</em> e <em>Il fantasma del signor Marbe</em> raccontano la nascita di un detective dilettante che, caso dopo caso, impara a fidarsi del proprio intuito senza mai smarrire la propria umanità.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di diventare il protagonista di un intero ciclo di racconti, Jean Dollent esordisce in questa raccolta come un investigatore quasi inconsapevole di esserlo. Medico di professione, osservatore per natura, non risolve i misteri grazie a deduzioni spettacolari o a un metodo infallibile, ma perché sa ascoltare, cogliere le sfumature dei comportamenti e lasciarsi guidare da quel “fiuto” che dà il titolo al primo racconto. Simenon costruisce così una figura distante dagli investigatori geniali della tradizione classica: Dollent sbaglia, dubita, si lascia sorprendere dagli eventi e, proprio per questo, appare straordinariamente umano.<br />
L’aspetto più interessante della raccolta è proprio l’evoluzione del protagonista. <em>Il fiuto del dottor Jean</em> rappresenta un brillante racconto d’origine, nel quale il medico scopre quasi casualmente le proprie capacità investigative; <em>La signorina in azzurro pallido</em> conferma il suo talento, ma lascia emergere anche una sensibilità che rischia talvolta di offuscare il giudizio; <em>Una donna gettò un grido</em> lo pone davanti a un caso più complesso, che risolve solo in parte; <em>Il fantasma del signor Marbe</em> chiude il volume dimostrando come l’esperienza gli abbia dato maggiore sicurezza, senza però trasformarlo in un detective onnisciente. Simenon evita infatti di renderlo infallibile: Dollent continua a commettere errori, a lasciarsi depistare e a imparare dalle proprie esitazioni, qualità che lo rendono un protagonista estremamente credibile e profondamente umano.</p>
<p style="text-align: justify;">A distinguere questi racconti è anche il tono. Pur ruotando attorno a delitti e misteri, la narrazione mantiene una leggerezza costante, fatta di dialoghi vivaci, situazioni ironiche e personaggi tratteggiati con poche, efficacissime pennellate. L’indagine non assume mai i toni cupi dei romanzi di Maigret, ma procede con un ritmo agile e sorridente, senza rinunciare alla suspense né all’acume psicologico che costituiscono il marchio di fabbrica di Simenon.<br />
Ma <em>Il fiuto del dottor Jean e altri racconti</em> è molto più di una semplice curiosità nella sterminata produzione dell’autore belga: è il ritratto della nascita di un investigatore originale, capace di conquistarci con la sua autenticità. Una raccolta elegante e sorprendentemente divertente, che dimostra ancora una volta come Simenon sapesse trasformare anche il racconto breve in un piccolo, impeccabile meccanismo narrativo.</p>
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		<title>Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gordiano Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Oct 2026 23:42:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[La cineteca di Caino]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Porporati]]></category>
		<category><![CDATA[Giovannino Guareschi]]></category>
		<category><![CDATA[Gordiano Lupi]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il film Rai dedicato a Giovannino Guareschi – la prima fiction su un personaggio così scomodo – risente del fatto che è stata tratta da Chi sogna nuovi gerani? (1993), romanzo sulla vita del padre scritto da Alberto e Carlotta Guareschi. Come sempre in questi casi si rischia di costruire “un santino” di uno scrittore, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/featured/giovannino-guareschi-non-muoio-neanche-se-mi-ammazzano-recensione-film.html">Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi">Inkroci Magazine</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il film Rai dedicato a Giovannino Guareschi – la prima fiction su un personaggio così scomodo – risente del fatto che è stata tratta da <em>Chi sogna nuovi gerani?</em> (1993), romanzo sulla vita del padre scritto da Alberto e Carlotta Guareschi. Come sempre in questi casi si rischia di costruire “un santino” di uno scrittore, celebrando una sorta di agiografia. Andrea Porporato s’inventa il titolo riprendendo una frase scritta sul diario dello stesso Guareschi (<em>Non muoio neanche se mi ammazzano</em>), internato in un lager tedesco a causa del suo rifiuto di combattere a fianco dei nazi-fascisti contro altri italiani. <br />
Il film si sforza di far venire fuori il personaggio scomodo sia a destra sia a sinistra, l’anticomunista viscerale, l’inventore geniale di Don Camillo e Peppone, il vignettista satirico di Candido, e a tratti ci riesce. Non è credibile, purtroppo, quando evita con cura tutte le cadute di stile di Guareschi, come il documentario <em>La rabbia</em> accanto a Pasolini (la sua parte non si può vedere) e il solo film della serie Don Camillo da lui sceneggiato (troppo anticomunista, persino contro i partigiani).</p>
<p style="text-align: justify;">Geniale l’idea di far parlare le ombre di Don Camillo e Peppone che introducono il ritorno a casa di Guareschi dopo l’esperienza nel lager nazista e accompagnano la sua esistenza. Didascalica ma in fondo efficace l’ispirazione per Don Camillo e Peppone nata da una lite tra un prete di paese e un caposezione comunista. Interessante tutta la questione del film realizzato sulla serie di racconti con protagonisti Peppone e Don Camillo, i litigi con la produzione sul fatto che il regista fosse francese e che Fernandel non andasse bene (secondo lo scrittore) nei panni di Don Camillo. Per non parlare di Brescello come location (fantastica la piazza!), perché non era Bassa Padana, tutte cose che hanno contribuito al successo internazionale del film. Gli scrittori devono fare gli scrittori, in fondo, e avere il coraggio di lasciare agli uomini di cinema la definizione in senso spettacolare dei personaggi.<br />
Ottima la parte dedicata alla vita quotidiana con il rapporto tra Giovannino e la moglie Ennia, la ritrosia del padre e il tipico atteggiamento da maestra della madre, senza dimenticare i figli che rivedono il babbo dopo la prigionia. Abbiamo anche il Guareschi che finisce in galera per oltre un anno, reo di aver pubblicato alcune lettere di De Gasperi ritenute false e il suo orgoglio nel non voler chiedere la grazia.</p>
<p style="text-align: justify;">Regia e sceneggiatura accorte e ben definite (Porporati), fotografia luminosa della Bassa Padana (Montarsi), montaggio tutto sommato agile, risolto in 100 minuti di pellicola (Spoletini), scenografia e costumi adeguati al periodo storico.<br />
Giuseppe Zeno è un ottimo Guareschi, così come Benedetta Cimatti rende a dovere la moglie Ennia. Nel cast anche Andrea Roncato nei panni del padre di Giovannino, dimostrazione vivente del carattere spigoloso ereditato dal figlio. Maurizio Donadoni è l’editore Angelo Rizzoli, mentre Salvatore Striano è il produttore cinematografico Peppino Amato.</p>
<p style="text-align: justify;">La fiction è stata girata nel 2024 tra le provincie di Parma e di Reggio Emilia, nei comuni di Brescello, Bagnolo in Piano, Guastalla, Luzzara, Novellara e Colorno. Un film che avrebbe potuto essere più critico, affondando la lama quando era necessario, ma che sotto l’aspetto conoscitivo di un grande scrittore italiano adempie al suo compito senza problemi. Guareschi era un uomo coerente con se stesso, prima di tutto veniva la verità giornalistica da comunicare, la satira efficace da pubblicare, tutto il resto non contava. Non era né democristiano né fascista, era un democratico libertario, una sorta di soggetto anarcoide, soprattutto anticomunista. Il film fa capire bene tutte queste cose. Guareschi a volte esagerava, certo, ma solo per un eccesso di coerenza e perché credeva fino in fondo alle cose che scriveva. Cercate il film su Rai Play.</p>
<hr />
<h6 style="text-align: justify;"><span style="font-size: 14px;"><strong>Regia</strong>: Andrea Porporati. <strong>Soggetto</strong>: tratto dal romanzo <em>Chi sogna nuovi gerani?</em> di Alberto e Carlotta Guareschi, elaborato da Andrea Porporati, Simone Ortolani, Roberto Vecchi, Emiliano Procucci, Gloria Giorgianni. <strong>Sceneggiatura</strong>: Andrea Porporati con collaborazione di Marco Ferrazzoli. <strong>Fotografia</strong>: Marcello Montarsi. <strong>Montaggio</strong>: Marco Spoletini. <strong>Musiche</strong>: Francesco Cerasi. <strong>Scenografia</strong>: Arcangela Di Lorenzo. <strong>Costumi</strong>: Francesca Casciello. <strong>Produttori</strong>: Gloria Giorgianni, Lorenza Bizzarri, Andrea Ozza. <strong>Produttore Esecutivo</strong>: Sandra Bonacchi. <strong>Case di Produzione</strong>: Anele con la collaborazione di Rai Fiction e con il sostegno della regione Emilia Romagna. <strong>Paese di Produzione</strong>: Italia, 2026. <strong>Format</strong>: Film TV. <strong>Durata</strong>: 100’. <strong>Genere</strong>: Biografico. <strong>Lingua Originale</strong>: Italiano. Prima Visione: Rai 1, 20 settembre 2026. <strong>Interpreti</strong>: Giuseppe Zeno (Giovannino Guareschi), Benedetta Cimatti (Ennia, la moglie), Andrea Roncato (Primo Augusto, il padre), Maurizio Donadoni (Angelo Rizzoli), Salvatore Striano (Peppino Amato), Andrea Gherpelli (Otello Montanari), Marco Fiori (Gino Cervi), Maurizio Melchiorre Domolato (Giovanni Mosca), Massimo Scola (Bonazzi), Filippo Marchi (Augusto).</span></h6>
<p style="text-align: justify;"> </p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/featured/giovannino-guareschi-non-muoio-neanche-se-mi-ammazzano-recensione-film.html">Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi">Inkroci Magazine</a>.</p>
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		<title>Christine Dwyer Hickey – Tatty. Un’infanzia dublinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Mannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 23:53:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attenti al libro]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Mannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Christine Dwyer Hickey]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Dublino degli anni Sessanta e Settanta, la piccola Tatty cresce in una famiglia numerosa logorata dall’alcolismo, dalla povertà e dai conflitti domestici. Attraverso il suo sguardo, inizialmente ingenuo e poi sempre più consapevole, assistiamo alla lenta disgregazione dell’equilibrio familiare, mentre la bambina cerca di dare un senso alle contraddizioni degli adulti, aggrappandosi all’affetto per [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nella Dublino degli anni Sessanta e Settanta, la piccola Tatty cresce in una famiglia numerosa logorata dall’alcolismo, dalla povertà e dai conflitti domestici. Attraverso il suo sguardo, inizialmente ingenuo e poi sempre più consapevole, assistiamo alla lenta disgregazione dell’equilibrio familiare, mentre la bambina cerca di dare un senso alle contraddizioni degli adulti, aggrappandosi all’affetto per i fratelli e a una tenace volontà di sopravvivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Christine Dwyer Hickey non si limita a raccontarci un’infanzia difficile: riesce a farci tornare bambini, costringendoci a vedere il mondo con gli occhi di chi non possiede ancora gli strumenti per comprenderlo fino in fondo. Il risultato è un romanzo di formazione di rara intensità emotiva, capace di coinvolgerci senza mai ricorrere al melodramma o alla ricerca artificiosa della commozione.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno degli aspetti più impressionanti è la costruzione della voce narrante: Tatty cambia pagina dopo pagina, anno dopo anno, e con lei cambia il linguaggio stesso del romanzo. La sintassi si fa più articolata, il lessico si arricchisce, le osservazioni acquistano profondità: la crescita psicologica della protagonista coincide con l’evoluzione della scrittura, in un equilibrio formale che testimonia il talento di Christine Dwyer Hickey. È una scelta stilistica tutt’altro che esibita, che percepiamo quasi inconsciamente, ma che costituisce il cuore dell’intera architettura narrativa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’autrice evita accuratamente qualsiasi forma di giudizio morale: non costruisce un pamphlet contro l’alcolismo né un romanzo a tesi sulle disfunzioni familiari. Gli adulti non vengono trasformati in mostri, né assolti dalle proprie responsabilità: sono uomini e donne fragili, incapaci di sottrarsi ai propri fallimenti, osservati attraverso lo sguardo inevitabilmente parziale di una bambina che non comprende fino in fondo ciò che accade, ma ne subisce tutte le conseguenze. È proprio questa prospettiva limitata a rendere il racconto tanto autentico e doloroso: siamo in grado di intuire ciò che Tatty ancora non riesce a decodificare, e questo continuo scarto tra percezione infantile e consapevolezza adulta genera una tensione emotiva straordinaria.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ambientazione nella Dublino degli anni Sessanta e Settanta contribuisce a fare di <em>Tatty</em> qualcosa di più di una vicenda privata. La città non è un semplice sfondo pittoresco, ma una presenza viva, con i suoi quartieri popolari, le convenzioni sociali, il peso della religione cattolica, la povertà e le profonde trasformazioni che attraversano l’Irlanda del secondo dopoguerra. L’autrice non indulge mai nel folklore, anzi: ci restituisce un preciso contesto storico e culturale che rende la storia profondamente irlandese e, al tempo stesso, universale.<br />
Ed è proprio questa capacità di coniugare il particolare e l’universale ad aver reso il romanzo un’opera di riferimento della narrativa irlandese contemporanea: i numerosi riconoscimenti ricevuti non rappresentano soltanto un successo editoriale, ma il naturale approdo di un libro che ha saputo conquistare critica e pubblico con la sola forza della propria qualità letteraria. La candidatura all’Orange Prize, il grande successo di vendite nel Regno Unito e in Irlanda, l’inclusione fra le opere irlandesi più significative del nuovo millennio e la scelta come Dublin One City One Book 2020, iniziativa sostenuta dalla Città della Letteratura UNESCO, ne testimoniano l’importanza culturale. Non si tratta di premi ottenuti per l’attualità del tema, bensì per la straordinaria maturità della scrittura e per la capacità di raccontare l’infanzia con una sincerità che raramente trova paragoni nella narrativa contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">A distanza di anni dalla sua pubblicazione, <em>Tatty</em> conserva intatta la propria forza, perché affronta questioni che non appartengono a una sola epoca o a un solo Paese: il bisogno di essere amati, la vulnerabilità dei bambini davanti agli errori degli adulti, la resistenza necessaria per continuare a crescere nonostante tutto. È questo il segno distintivo della grande letteratura: partire da una vicenda particolare per arrivare a parlare dell’esistenza di noi tutti. <em>Tatty</em> ci riesce con una naturalezza disarmante, lasciandoci un’impressione destinata a durare nel tempo.</p>
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		<title>Gordiano Lupi – Vivere stanca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gordiano Lupi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 23:49:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[L'angolo dei poeti]]></category>
		<category><![CDATA[Gordiano Lupi]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Marchionni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non solo lavorare stanca. Sentirsi irrisolti, stanca. Fare cose che nessuno ha capito, stanca. La sera, guardare i libri in fila, dal settanta a oggi, ben disposti, dritti in biblioteca, stanca. Perché lo sai. Resteranno eredità di nessuno. Finiranno su una bancarella dell’usato, in un mercato di domenica, tra il ferro e le ceramiche. E [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non solo lavorare stanca.</p>
<p>Sentirsi irrisolti, stanca.<br />
Fare cose che nessuno ha capito, stanca.<br />
La sera, guardare i libri in fila, dal settanta a oggi,<br />
ben disposti, dritti in biblioteca,<br />
stanca.</p>
<p>Perché lo sai.<br />
Resteranno eredità di nessuno.<br />
Finiranno su una bancarella dell’usato,<br />
in un mercato di domenica, tra il ferro e le ceramiche.<br />
E ci sarà sempre qualcuno, con le mani in tasca,<br />
a dirti che un piccolo editore non è un artigiano.</p>
<p>Stanca guardare il mondo e non capirlo.<br />
Stanca questa città che passa e non ti guarda.<br />
Stanca scrivere pagine per nessuno,<br />
le pagine bianche che nessuno volta.</p>
<p>Stanca scavare nei ricordi,<br />
come si scava una vigna a novembre,<br />
con le mani fredde.<br />
Stanca sentirsi messi da parte,<br />
sul marciapiede, ad aspettare un’occasione<br />
che ha già preso un’altra strada.</p>
<p>Stanca sopportare.<br />
Stanca tuffare il pennino nell’inchiostro del passato<br />
e accorgersi che ha perso il colore.<br />
Che non scrive più.</p>
<p>Lavorare stanca, caro il mio Pavese, dicevi bene.<br />
Tutto vero.<br />
Ma è vivere, che stanca.</p>
<p style="text-align: right;">1 agosto 2026</p>
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		<title>Austin Wright – Tony &#038; Susan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Mannelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Oct 2026 23:32:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Attenti al libro]]></category>
		<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Austin Wright]]></category>
		<category><![CDATA[Caterina Mannelli]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Susan Morrow riceve dall’ex marito Edward, dal quale è separata da molti anni, il manoscritto del suo nuovo romanzo, Animali notturni, accompagnato dalla richiesta di leggerlo e giudicarlo. Susan, che durante il matrimonio aveva sempre dubitato del talento letterario di Edward, incomincia la lettura e viene trascinata nella storia di Tony Hastings, professore di matematica [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Susan Morrow riceve dall’ex marito Edward, dal quale è separata da molti anni, il manoscritto del suo nuovo romanzo, <em>Animali notturni</em>, accompagnato dalla richiesta di leggerlo e giudicarlo. Susan, che durante il matrimonio aveva sempre dubitato del talento letterario di Edward, incomincia la lettura e viene trascinata nella storia di Tony Hastings, professore di matematica che, durante un viaggio con moglie e figlia, incontra tre uomini lungo una strada deserta, un incontro da cui nasce una tragedia che precipita Tony nella violenza, nel lutto e nel desiderio di vendetta. Mentre legge, Susan inevitabilmente torna al proprio passato con Edward e interroga il proprio presente.<em> </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Tony &amp; Susan</em> è uno di quei romanzi la cui raffinatezza rischia inizialmente di essere scambiata per il semplice virtuosismo di una costruzione ingegnosa. Austin Wright parte da un dispositivo tutt’altro che nuovo, quello del romanzo nel romanzo, ma ne fa qualcosa di molto più interessante di un esercizio metanarrativo. Susan legge <em>Animali notturni</em>, noi leggiamo Susan che legge, e contemporaneamente leggiamo ciò che sta leggendo lei: tre posizioni che finiscono progressivamente per sovrapporsi. La domanda non è più soltanto che cosa accadrà a Tony, ma che cosa stia facendo quella storia a Susan e, inevitabilmente, che cosa faccia una storia a chiunque la legga.<br />
È probabilmente questa la qualità maggiore del romanzo. Wright, che fu anche professore di letteratura e autore di critica letteraria, conosce perfettamente i meccanismi della lettura, ma possiede l’intelligenza di non trasformare il libro in un trattato travestito da narrativa. <em>Animali notturni</em> funziona realmente come romanzo autonomo: è un thriller nerissimo, fisico, angoscioso, costruito intorno alla vulnerabilità di un uomo ordinario che, di fronte a una violenza estrema, scopre non solo la propria inadeguatezza fisica, ma anche quella dei propri strumenti morali e psicologici. La sua efficacia è indispensabile al funzionamento dell’intera architettura: se il libro di Edward fosse soltanto un pretesto simbolico, <em>Tony &amp; Susan</em> crollerebbe; invece possiede una propria forza narrativa e una propria capacità di produrre paura e suspense.</p>
<p style="text-align: justify;">Il manoscritto funziona come una superficie riflettente deformante: costringe Susan a rileggere Edward, il fallimento del loro matrimonio, le proprie scelte e infine se stessa. Il passato non viene semplicemente ricordato, ma modificato dalla lettura. E qui <em>Tony &amp; Susan</em> diventa anche un romanzo sulla critica: Susan giudica il libro mentre il libro, in qualche modo, giudica lei. Noi stessi siamo continuamente invitati a verificare se le sue reazioni coincidano con le nostre. È un meccanismo estremamente sofisticato, che riesce a far coincidere analisi letteraria, psicologia del personaggio e suspense senza dichiarare apertamente quale sia la “corretta” interpretazione del manoscritto.</p>
<p style="text-align: justify;">La bravura tecnica è evidente anche nella diversità dei due registri. La vicenda di Tony procede attraverso una prosa più secca e incalzante, mentre quella di Susan è riflessiva, percettiva, continuamente attraversata dal passato. Il risultato è un libro che può essere letto contemporaneamente come thriller, romanzo psicologico, storia matrimoniale e riflessione sulla natura della finzione.<br />
Proprio qui, tuttavia, emergono anche alcuni limiti. Il primo nasce paradossalmente dalla riuscita del romanzo interno: in diversi momenti <em>Animali notturni</em> possiede una forza immediata tale da rendere le interruzioni dedicate a Susan quasi frustranti. È un effetto in parte deliberato – anche noi siamo costretti ad aspettare insieme a lei – ma non sempre l’equilibrio fra i due livelli è perfetto. La storia di Tony dispone della potenza primitiva della paura, della perdita e della violenza; quella di Susan lavora invece sulle sfumature e sull’introspezione e può apparire, per contrasto, più statica. È significativo che proprio questa sproporzione sia stata individuata anche da lettori critici verso la struttura metanarrativa.<br />
C’è inoltre qualcosa di molto controllato, quasi laboratoriale, nella costruzione di Wright: ogni elemento sembra predisposto affinché produca risonanze nell’altro romanzo, e talvolta si percepisce dietro i personaggi la presenza dell’autore-critico che dispone accuratamente specchi, parallelismi e interrogativi. Per alcuni questo rappresenterà la sua grandezza; per altri potrà produrre una certa freddezza, poiché l’autore statunitense è assai più interessato all’effetto esercitato dalla narrazione che all’abbandono emotivo puro. Non è dunque un romanzo “caldo”, nonostante racconti passioni e violenze estreme: è un libro inquieto e lucidissimo che osserva persino le proprie emozioni mentre le produce.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche il percorso di Tony, soprattutto nella seconda parte, può dare un’impressione di maggiore dilatazione rispetto allo straordinario impatto dell’avvio. La sua passività, le esitazioni e la problematica trasformazione prodotta dalla violenza sono il cuore stesso del personaggio, ma comportano inevitabilmente qualche rallentamento. Il romanzo chiede insomma al lettore di accettare che la parte che sembra promettere tensione narrativa diventi progressivamente un’indagine sull’identità, sulla responsabilità, sulla vendetta e sulla possibilità stessa di comprendere un’altra persona attraverso un racconto.<br />
Sono limiti reali, ma strettamente connessi alle ambizioni dell’opera. <em>Tony &amp; Susan</em> non è perfetto proprio perché tenta qualcosa di difficile: vuole che due romanzi molto diversi funzionino autonomamente e, nello stesso tempo, si modifichino reciprocamente. E nella maggior parte dei casi ci riesce con una precisione rara. È soprattutto un grande romanzo sulla lettura intesa come esperienza capace di destabilizzare la percezione che abbiamo di noi stessi. Susan apre il manoscritto credendo di dover giudicare Edward, ma poco alla volta scopre che è diventato molto più difficile stabilire chi stia giudicando chi.</p>
<p style="text-align: justify;">Pubblicato originariamente nel 1993 e riscoperto molti anni dopo, il romanzo ha avuto una seconda vita anche grazie al cinema: nel 2016 Tom Ford ne ha tratto <a href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/making-movies-cinema-recensioni/animali-notturni-film.html"><em>Animali notturni</em></a><a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>, con Amy Adams e Jake Gyllenhaal, adattandolo con notevole libertà. Ma <em>Tony &amp; Susan</em> resta un’opera eminentemente letteraria: perché il suo vero oggetto non è soltanto la storia raccontata, bensì quel fenomeno misterioso per cui parole inventate da qualcuno riescono a entrare nella vita di un altro individuo e, almeno per il tempo della lettura, a cambiarla.</p>
<hr />
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> <a href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/making-movies-cinema-recensioni/animali-notturni-film.html"><em><strong>Ne abbiamo parlato qui.</strong></em></a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/recensioni-film-recensioni-libri-recensioni-musica-recensioni-fumetti-graphic-novel/attenti-al-libro-recensione-libri/austin-wright-tony-susan-recensione-libro.html">Austin Wright – Tony &#038; Susan</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi">Inkroci Magazine</a>.</p>
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		<title>Heiko H. Caimi – Leggere Cioran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Oct 2026 23:56:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Sogni di carta]]></category>
		<category><![CDATA[Emil Cioran]]></category>
		<category><![CDATA[Heiko H. Caimi]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>dedicato a Dan Maritnazzi Sono andato in biblioteca per leggere Cioran. Mi rendo conto che già questa frase contiene una tale ingenuità che, col senno di poi, m&#8217;imbarazza. Pensavo: biblioteca, silenzio, tavolo, libro. Una concezione evidentemente ottocentesca dell’istituzione, forse ricavata da qualche incisione in cui uomini con la barba consultano incunaboli sotto lampade verdi. Avevo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi/letteraturaitaliana-contemporanea/scrivere-un-libro-sogni-di-carta/heiko-h-caimi-leggere-cioran-racconto.html">Heiko H. Caimi – Leggere Cioran</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.inkroci.it/racconti-brevi">Inkroci Magazine</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;"><em>dedicato a Dan Maritnazzi</em></p>
<p style="text-align: justify;">Sono andato in biblioteca per leggere Cioran. Mi rendo conto che già questa frase contiene una tale ingenuità che, col senno di poi, m&#8217;imbarazza. Pensavo: biblioteca, silenzio, tavolo, libro. Una concezione evidentemente ottocentesca dell’istituzione, forse ricavata da qualche incisione in cui uomini con la barba consultano incunaboli sotto lampade verdi. Avevo con me <em>L’inconveniente di essere nati</em>, che mi pareva una lettura adeguata al pomeriggio e, soprattutto, sufficientemente pessimista da mettermi al riparo dalle sorprese. Quando si apre Cioran, in fondo, ci si aspetta che il peggio sia già dentro il libro.<br />
Ho scelto un posto nella sala di lettura e mi sono guardato intorno. Quasi tutti avevano davanti un tablet sul quale scrivevano con una penna finta. La penna finta è uno dei vertici raggiunti dalla civiltà contemporanea: abbiamo impiegato qualche millennio per liberarci delle tavolette e dello stilo, abbiamo inventato la carta, la stampa, la macchina per scrivere, il computer, e alla fine abbiamo costruito una tavoletta costosissima sulla quale tracciare segni con uno stilo. <em>È come scrivere sulla carta</em>, spiegano soddisfatti i tapini. Appunto. Anche andare a piedi è come andare sulle proprie gambe, e costa pure meno.<br />
Mi sono seduto, ho aperto Cioran e ho cominciato a leggere.<br />
Dopo circa trenta secondi qualcuno ha tossito. Una tosse importante, professionale, proveniente dal fondo della sala. Ho continuato. Due tavoli più avanti ha risposto un’altra tosse, più secca, quasi polemica. Poi una terza alla mia sinistra. Nel giro di cinque minuti avevo l’impressione che fosse cominciata una conversazione in codice tra reparti di pneumologia.<br />
Mi sono guardato intorno. Nessuno sembrava preoccupato. Tossivano e digitavano, tossivano e sottolineavano, tossivano e scrivevano sulle loro tavolette elettroniche. Ogni tanto uno schermo emetteva un bip, un altro trillava, qualcosa vibrava sopra un tavolo. In compenso aleggiava nella sala un odore che avrei avuto difficoltà a definire senza ricorrere alla medicina legale: un miscuglio di corpi, vestiti, aria riciclata e quell’indefinibile sentore organico delle stanze in cui troppe persone respirano da troppo tempo.<br />
Ho abbassato gli occhi sul libro. Cioran discettava dell’inconveniente di essere nati mentre intorno a me una ventina di persone sembrava impegnata a dimostrare l’inconveniente di continuare a vivere.<br />
Il quarantenne davanti a me era il più generoso. Tossiva senza mettere la mano davanti alla bocca, con una fiducia nella condivisione che avrebbe commosso un teorico dei beni comuni. Ogni colpo partiva libero, democratico, privo di barriere sociali e sanitarie. Guardava il laptop e tossiva sul laptop. A un certo punto ho incominciato a osservare il suo schermo con una curiosità morbosa. Da quella distanza sembrava pulito, ma sapevo che si trattava di un’illusione ottica. Ho immaginato la superficie vista al microscopio e ho preferito tornare a Cioran, che improvvisamente mi pareva un autore allegro.<br />
L’aria condizionata lavorava con efficienza. Aspirava, mescolava e redistribuiva. Un magnifico sistema egualitario: ciascuno metteva a disposizione degli altri ciò che aveva nei bronchi. Ho pensato che in una sala d’attesa del pronto soccorso avrei trovato più o meno la stessa situazione, con il vantaggio che almeno lì la gente avrebbe avuto una ragione ufficiale per star male. Qui invece erano venuti tutti spontaneamente. Anch’io.<br />
Del resto, che cosa mi aspettavo? Sono entrato in una biblioteca nel 2026 con un libro di carta pretendendo silenzio, aria respirabile e una ragionevole distanza dai fluidi corporei altrui. Avrei potuto presentarmi con una marsina, chiedere un calamaio e lamentarmi perché il bibliotecario non conosceva il latino. Intorno a me si studiava seriamente: tablet, auricolari, laptop, smartphone, smartwatch, bottigliette termiche, caricabatterie, cavi, custodie, supporti inclinabili e penne elettroniche. Per leggere un testo di venti pagine ormai occorre l’equipaggiamento di una missione lunare.<br />
Un altro accesso di tosse ha attraversato la sala. Stavolta quattro persone hanno partecipato. Il quarantenne ha dato il meglio di sé con una sequenza profonda, cavernosa, al termine della quale ha inspirato rumorosamente e ha ripreso a fissare il computer. Nessuna mano davanti alla bocca, fazzoletto o moto di vergogna. Anzi, si è nettato le labbra con un vigoroso passaggio della manica della camicia. Il suo sistema immunitario doveva avere sviluppato un concetto molto personale di politica estera.<br />
Ho cercato di concentrarmi. Ho letto tre righe. Bip. Due righe. Tosse. Quattro righe. Vibrazione. Tosse doppia. Notifica. Raschiamento di gola. Un tizio ha trascinato una sedia per trenta centimetri producendo il rumore di un sarcofago spostato in una cripta. Una ragazza ha continuato a picchiettare la sua penna finta contro il tablet con l’espressione assorta di un copista medievale che avesse appena scoperto il Bluetooth.<br />
Ho chiuso per un momento il libro. Forse il problema ero io. Cioran avrebbe probabilmente apprezzato la situazione più di quanto potessi fare io. Ero entrato per leggere un filosofo che aveva dedicato buona parte della propria opera a spiegare quanto fosse discutibile l’intera faccenda dell’esistenza e mi lamentavo perché l’umanità circostante forniva materiale dimostrativo gratuito. Avevo persino la prova sperimentale: nascere conduce, attraverso una serie di passaggi che la filosofia può rendere inutilmente complicati, a sedersi in una biblioteca climatizzata e ricevere in faccia l’aerosol di uno sconosciuto.<br />
Ho riaperto il libro. Il quarantenne ha tossito ancora.<br />
A quel punto ho pensato al cimitero. Non con intenzioni ostili, sia chiaro; piuttosto come soluzione logistica. Una bella sala di lettura al cimitero risolverebbe parecchi problemi: silenzio garantito, utenti discreti, nessuna suoneria, nessuno che scrive con la penna finta sul tablet e soprattutto pochissima tosse. Temperatura forse un po’ umida, ma ci si può vestire. Quanto ai frequentatori della biblioteca, considerando il concerto bronchiale in corso, per alcuni il trasferimento avrebbe potuto perfino essere organizzato senza eccessivo anticipo.<br />
Poi mi sono accorto che stavo augurando, sia pure con garbo e per esigenze acustiche, la morte a una sala piena di studenti. Ho abbassato gli occhi sul libro e mi è parso che Cioran, dopo tutto, avesse avuto il buon gusto di fermarsi un passo prima: si era limitato a considerare la nascita un inconveniente, lasciando che ciascuno traesse le proprie conclusioni. Io, dopo meno di un’ora in biblioteca, ero già passato alla pianificazione cimiteriale. Evidentemente la frequentazione dei pessimisti non rende migliori; al massimo fornisce un lessico più decoroso ai propri cattivi pensieri.<br />
Ho guardato ancora la copertina: <em>L’inconveniente di essere nati</em>. All’inizio del pomeriggio mi era sembrato il titolo di un libro. Adesso, tra il quarantenne che tossiva sul laptop, l’aria condizionata che distribuiva equamente il contenuto dei suoi bronchi e il sommesso picchiettare degli stili elettronici, cominciava ad assumere il carattere ben poco rassicurante di una diagnosi. Ho ripreso a leggere. Cioran, almeno, aveva il pregio di essere morto e, da morto, di non tossire.</p>
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		<title>Michael Connelly – Avvocato di difesa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giordano Meraviglia]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Oct 2026 23:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Featured]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni bonsai]]></category>
		<category><![CDATA[Giordano Meraviglia]]></category>
		<category><![CDATA[Inkroci 77]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Michael Connelly introduce un nuovo protagonista nella sua galleria di personaggi memorabili: Mickey Haller, un avvocato difensore abituato a lavorare nei meandri del sistema giudiziario. Con il suo ufficio mobile – una Lincoln in cui gestisce i suoi casi – Haller naviga tra clienti poco raccomandabili e strategie legali spregiudicate. Quando gli capita tra le mani l’incarico di difendere un ricco playboy accusato di aggressione, il caso sembra un colpo di fortuna. Ma più scava nella vicenda, più si rende conto di essere finito in una trappola mortale e, per uscirne, dovrà rischiare la sua stessa vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Connelly intreccia legal thriller e crime story con uno stile asciutto e incalzante, costruendo una trama ricca di tensione e colpi di scena. Il personaggio di Haller, cinico ma carismatico, conferisce spessore alla vicenda, rendendolo una lettura avvincente. Un libro perfetto per chi ama il legal thriller con un tocco noir.</p>
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