Viviana E. Gabrini – Il ragazzo e il campione

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A Casteggio, nell’Oltrepò Pavese, il tempo scorre lento come il vino che matura nelle cantine. Armando, sedici anni, vive tra chiavi inglesi e bulloni nell’officina di camion del signor Brambilla, in via Emilia, dove l’odore di benzina si mescola al profumo delle vigne.
Non è sempre stato un meccanico di camion. A undici anni, ha iniziato in una piccola officina di biciclette, stringendo raggi, oliando catene e sognando le imprese dei campioni. È lì che si è innamorato di Fausto Coppi, il “Campionissimo”, nato a Castellania, a due passi da Tortona.
E proprio la vicinanza con Tortona fa sì che Coppi e il suo gruppo ciclistico siano avvistati spesso lungo la statale, nei frequenti allenamenti su strada. La visione del gruppo di ciclisti dura poco più di un attimo, ma è sufficiente a riempire il cuore del ragazzo.
Armando divora i giornali che narrano le vittorie di Coppi, dal Giro d’Italia al Tour de France, e fantastica di pedalare con lui, anche solo per un istante, sulla sua vecchia Bianchi, arrugginita e pesante ma carica di speranze.
L’officina del Brambilla è più di un luogo di lavoro: è un ritrovo, un palco per discussioni animate. Pensionati, clienti e sfaccendati si radunano sotto il portico, tra attrezzi e motori, per parlare di tutto, ma soprattutto di ciclismo.
Una mattina d’estate, mentre Armando smonta un carburatore, la combriccola si scalda. Luigi, ex contadino con la pipa sempre in bocca, tifa Bartali con una devozione quasi religiosa.
«Gino è un uomo vero, mica come quel Coppi, tutto ossa e niente cuore!» borbotta, sbuffando fumo.
Carlo, il barbiere, cliente fisso e fan di Coppi, ribatte con foga: «Fausto è un’aquila, vola sulle salite! Bartali arranca come un mulo!».
Pietro, un pensionato con lo sguardo perso nei ricordi, sospira: «Ai miei tempi c’era Guerra, e prima ancora Binda. Quelli sì che erano campioni, non come questi moderni!».
Armando ascolta in silenzio, un sorriso nascosto sotto il berretto unto. Conosce a memoria queste dispute, che si ripetono come un rituale. Ma quel giorno Tonio, il lattaio magro che si vanta di sapere tutto di tutti, lancia una novità: «Sapete che fa Coppi quando deve andare a Milano per una commissione? Non prende il treno, e neanche la macchina. Ci va in bicicletta! Da Castellania a Milano, ottanta chilometri, come un matto!».
Un coro di risate esplode sotto il portico.
«Tonio, ma che frottole racconti?» lo deride Luigi, battendosi una mano sulla coscia. «Chi si farebbe tutti quei chilometri in bici solo per una commissione?».
Carlo scuote la testa, ridendo: «Tonio, hai bevuto troppa barbera ieri sera!».
Pietro aggiunge, con un ghigno: «Nemmeno Binda era così pazzo da pedalare fino a Milano per un capriccio!».
Tonio, rosso in viso, si difende: «È vero, me l’ha detto mio cugino di Tortona! Fausto si allena così, altro che capriccio!».
Armando, chino sul motore, non dice nulla. Ripensa ai giorni in cui aggiustava biciclette, sognando di mettere a punto quella di Coppi. La storia di Tonio, vera o no, gli accende una scintilla negli occhi. Per lui, Coppi è più di un campione: è un mito, un uomo capace di trasformare una bicicletta in un sogno.
La discussione si spegne quando il signor Brambilla urla dalla rimessa: «Basta chiacchiere, che qui c’è da lavorare!».
Gli uomini si disperdono, ma le parole di Tonio restano nella testa di Armando, come un’eco.
Quel pomeriggio, mentre il sole tinge il cielo di rosa e l’aria si fa fresca, Armando chiude l’officina. Sta legando il lucchetto quando sente un fruscio familiare: il ronzio delle catene, il sibilo delle gomme sull’asfalto.
Alza gli occhi e lo vede: Fausto Coppi, in testa al suo gruppo, sfreccia sulla via Emilia verso Tortona. La maglia Bianchi brilla sotto il sole calante, il volto affilato è concentrato, le gambe un turbine.
Senza pensarci, Armando corre alla sua Bianchi, appoggiata al muro. È pesante, con il telaio ammaccato e il manubrio che scricchiola, ma non importa. Salta in sella e si lancia all’inseguimento. Pedala con tutta l’anima, le gambe che bruciano, il cuore che gli esplode nel petto. Il sudore gli cola sulla fronte, gli occhi fissi sul gruppo che si staglia davanti. Per duecento metri si sente un corridore vero, come se fosse in gara con il Campionissimo. “Sto correndo con Coppi!” pensa, e un sorriso gli si allarga sul viso.
Ma la sua vecchia bici non può competere. Il fiatone lo travolge, le gambe cedono. Il gruppo si allontana, una macchia di colori che svanisce oltre una curva. Armando si ferma, appoggia un piede a terra, ansima. Eppure, ride. «Ho corso con Fausto Coppi!» dice a voce alta, anche se non c’è nessuno ad ascoltarlo.
Torna verso l’officina, spingendo la bici a mano. La statale è silenziosa, il ronzio delle biciclette solo un ricordo. Nella sua testa, però, risuona la storia di Tonio: Coppi che pedala fino a Milano per una commissione. Vera o no, per Armando è un altro tassello del mito. E pensa a quando, da bambino, smontava ruote di biciclette, immaginando di preparare quella di Fausto per una grande corsa. Quel sogno non è svanito: è solo cresciuto con lui.
A casa, racconta tutto alla madre, che sta mescolando il minestrone sul fuoco. Lei sorride e scuote la testa, il padre e la sorella gli lanciano qualche battuta, ma Armando non li ascolta.
Nella sua mente è ancora sulla statale, con il vento in faccia e Coppi davanti, a guidare il gruppo. Sa che domani, in officina, le chiacchiere riprenderanno: Luigi loderà Bartali, Pietro ricorderà Binda e Tonio insisterà con le sue storie. Ma per Armando, il mondo è fatto di due ruote e di un uomo che pedala verso l’orizzonte.


Racconto terzo classificato al Premio letterario San Colombano 2025.


Uno strano negozio nel quale si vendono lettere d’amore, una vecchia signora in fuga, un soldato che torna dal campo di prigionia, un uomo e una donna che vivono una storia d’amore attraverso il silenzio e piccoli gesti quasi impercettibili, un padre che non esita a sacrificare la vita del figlio per salvare la propria: storie vere e storie di fantasia in cui i protagonisti vivono ai margini, reali o immaginari, eternamente fuori posto.
Racconti brevi per lettori pigri.

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Viviana E. Gabrini vive in Oltrepò Pavese. Atea, femminista, comunista e antifascista, agli esseri umani, mediamente, preferisce i gatti. Dopo un turpe passato come giornalista pubblicista e come blogger, dal 2015 collabora con Sdiario, il blog fondato dalla scrittrice Barbara Garlaschelli, e periodicamente imperversa su blog e riviste online. Priva di pudore, calca palcoscenici, piazze e marciapiedi come teatrante. Dal 2020 ha una rubrica fissa all'interno del podcast Lennycast. I suoi racconti sono sparpagliati in una decina di antologie. Con Prospero Editore ha pubblicato le raccolte di racconti "Peccato che sia un vizio" (2020), "Trenta racconti indecenti e una storia d'amore" (2021) e ha coideato e cocoordinato le antologie "Ci sedemmo dalla parte del torto" (2022) e "Niente per cui uccidere" (2024). Con Calibano Editore ha pubblicato la raccolta di racconti "Lettere d’amore per chi ne ha bisogno e altre storie fuori posto" (2025).

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