Storia di mia moglie

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Siamo negli Anni Venti. Il capitano Jakob (Naber) è in un bar in compagnia dell’amico Kodor (Rubini) e scommette con lui che sposerà la prima donna che varcherà la soglia del locale. Il destino gli fa incontrare Lizzy (Seydou), che diventerà sua moglie in modo molto rocambolesco, dopo essersi dichiarato senza mezzi termini e aver fatto la proposta di matrimonio. Jakob e Lizzy sono due persone dai caratteri diametralmente opposti, in ogni caso sembrano trovare un equilibrio, fino al giorno in cui il marito intuisce da alcuni comportamenti equivoci una scarsa fedeltà della consorte. Il capitano cerca di limitare le lunghe assenze da casa e i viaggi per mare, vorrebbe fare in modo di portare con sé la moglie, ma la donna trova sempre una scusa per non partire.

La regista descrive bene l’usura di un rapporto, giorno dopo giorno, i cambiamenti che sopravvengono in una relazione di coppia e la tensione che si crea all’interno della casa coniugale. Il film è suddiviso in capitoli (come se fosse un romanzo) per compiere una serrata analisi psicologica di come nasce e si modifica un amore, approfondendo i caratteri dei personaggi senza dare giudizi ma solo raccontando i fatti. Il divorzio è la conclusione inevitabile di tante incomprensioni, dopo l’ennesimo tradimento e alcuni anni di convivenza turbolenta, con un finale fantastico che non rivelo e che vale l’attesa dell’ultima sequenza.

La storia di mia moglie, romanzo del drammaturgo ungherese Milán Füst, diventa un film sceneggiato benissimo dalla regista magiara Ildikó Enedi, montato secondo le regole del cinema d’autore in 170 minuti di pellicola (essenziali), girato tra Budapest, Amburgo e Malta, con fotografia anticata giallo ocra, per raccontare il rapporto tra un uomo responsabile e una donna inaffidabile. La regista ungherese – molto nota in patria, ha vinto l’Orso d’Oro a Berlino 2017 con Corpo e anima, precedentemente la Caméra d’Oro al Festival di Cannes 1989 con Il mio XX secolo –, per la prima volta gira un lungometraggio in lingua inglese.

Tra i pregi maggiori del film una scenografia d’epoca sontuosa, una ricostruzione dei costumi perfetta e una colonna sonora a base di pezzi classici ben assortiti. Produzione internazionale tra Germania, Ungheria, Italia e Francia con attori di diverse nazionalità, tra i quali spiccano la francese Léa Seydoux (La vita di Adele) nei panni della sbarazzina protagonista e il meno noto Gijs Naber nel ruolo del compassato capitano Jakob. Non meno importanti Luis Garrel (l’amante), Sergio Rubini (amico truffaldino) e Jasmine Trinca (la sua compagna).

Budget di 10 milioni di euro, non male per un film d’autore, di sicuro poco commerciale, destinato ai circuiti d’essai e alle sale FICE, Storia di mia moglie è stato presentato in concorso a Cannes 2021 ed è uscito nelle sale italiane nel 2022, ma in poche copie, con scarsa diffusione. Noi lo abbiamo visto su Rai 5, che passa il cinema senza pubblicità ed è ancora reperibile su Rai Play. Merita la visione.


Regia: Ildikó Enedi. Titolo Originale: A feleségem története. Soggetto: Milán Füst (romanzo La storia di mia moglie). Sceneggiatura: Ildikó Enedi. Fotografia: Marcell Rév. Montaggio: Károly Szalai. Effetti Speciali: Béla Klingl.  Musiche: Ádám Balázs. Scenografia: Imola Láng. Costumi: Andrea Flesch. Trucco: Barbara Kreuzer. Produttori: Mónika Mécs, Ernõ Mesterházy, Jonas Dornbach, Janine Jackowski, Flaminio Zadra, Pilar Saavedra Perrotta, Stéphane Parthenay, Robin Boespflug-Vonier, András Muhi.  Case di Produzione: Inforg-M&M Film, Komplizen Film, Palosanto Films, Rai Cinema, WDR/Arte, Arte France Cinéma. Distribuzine (Italia): Play di altre Storie. Lingua Originale: Inglese. Paesi di Produzione: Ungheria, Francia, Germania, Italia. Anno: 2021. Durata: 170’. Genere: Drammatico.  Interpreti: Léa Seydoux (Lizzy), Gijs Naber (Jakob Störr), Louis Garrel (Dedin), Sergio Rubini (Kodor), Jasmine Trinca (Viola), Luna Wedler (Grete), Nayef Rashed (Habib), Josef Hader (Herr Blume), Ulrich Matthes (Herr Lange), Udo Samuel (Herr Voss), Sandor Funtek (Tommy), Romane Bohringer (Madame Lagrange).
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Gordiano Lupi (Piombino, 1960), Direttore Editoriale delle Edizioni Il Foglio, ha collaborato per sette anni con La Stampa di Torino. Ha tradotto i romanzi del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz e ha pubblicato numerosissimi volumi su Cuba, sul cinema e su svariati altri argomenti. Ha tradotto Zoé Valdés, Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Qui la lista completa: www.infol.it/lupi. Ha preso parte ad alcune trasmissioni TV come "Cominciamo bene le storie di Corrado Augias", "Uno Mattina" di Luca Giurato, "Odeon TV" (trasmissione sui serial killer italiani), "La Commedia all’italiana" su Rete Quattro, "Speciale TG1" di Monica Maggioni (tema Cuba), "Dove TV" a tema Cuba. È stato ospite di alcune trasmissioni radiofoniche in Italia e Svizzera per i suoi libri e per commenti sulla cultura cubana. Molto attivo nella saggistica cinematografica, ha scritto saggi (tra gli altri) su Fellini, Avati, Joe D’Amato, Lenzi, Brass, Cozzi, Deodato, Di Leo, Mattei, Gloria Guida, Storia del cinema horror italiano e della commedia sexy. Tre volte presentato al Premio Strega per la narrativa: "Calcio e Acciaio - Dimenticare Piombino" (Acar, 2014), anche Premio Giovanni Bovio (Trani, 2017), "Miracolo a Piombino – Storia di Marco e di un gabbiano" (Historica, 2016), "Sogni e Altiforni – Piombino Trani senza ritorno" (Acar, 2019).

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