Stefano Milioni, Edgardo Colabelli – 100 anni con Jacovitti

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Jacovitti: un fottuto genio

C’è sempre qualcuno che, quando si nomina Jacovitti, alza il dito e chiede: “Sì, ma era di destra o di sinistra?”. Perché gli schifiltosi suppongono che fosse di destra.

Ecco, io a questa gente vorrei rispondere con un fumetto di Jac stesso: magari un salame che cammina con le gambe storte, una lisca di pesce infilzata nel cappello, un prete che gioca a carte con un cane e due vermi sorridenti che si baciano. Perché, davanti a un genio, chi se ne frega se votava Tizio, Caio o Paperoga. Jacovitti non si spiega con le categorie della politica: si spiega con la risata che ti scappa quando meno te l’aspetti, con l’assurdo che diventa familiare, con la poesia che spunta dal caos.
Questo libro di Stefano Milioni ed Edgardo Colabelli ha il merito di restituircelo intero, con immagini rare e storie poco note, senza il filtro delle etichette – così com’era: incontenibile.

Io Jacovitti l’ho conosciuto (come tutti quelli della mia generazione) non in carne e ossa, ma su carta: tra un diario scolastico e un fumetto stropicciato, tra un disegno trovato in fondo a un libro e un Cocco Bill che m’insegnava che il western poteva essere surreale, spietato e insieme tenerissimo. Da ragazzino credevo fosse un matto che disegnava a casaccio: quegli spaghetti infiniti, quei personaggi pieni di nasi sproporzionati e occhi sbarrati. Poi ho capito che dietro quell’apparente disordine c’era una precisione chirurgica, un’arte che non ha niente da invidiare a certi registi visionari che ho amato al cinema. Jac era il Fellini del fumetto, solo più cattivo, più libero, più spudorato.

Il bello è che Jacovitti non si è mai fatto ingabbiare: né dai critici, né dai giornali, né dai preti che pubblicavano le sue tavole, né dagli editori che lo volevano più “pulito”. Lui buttava dentro tutto: vermi, salami, pesci, nani, pistole, sigari, cavalli con i denti storti e quell’inconfondibile senso di “mondo che trabocca”. Perché il suo tratto non era soltanto disegno: era un atto di resistenza, un dire “io vedo così, e così ve lo beccate”.
E noi, cento anni dopo, ce lo becchiamo ancora con gusto. Perché ridere con Jacovitti non è nostalgia, è un atto di vitalità. Ci ricorda che la comicità può essere feroce senza diventare cattiva, che l’assurdo può raccontare la realtà meglio di un saggio storico, che perfino una lisca di pesce può contenere più verità di un editoriale.

“100 anni con Jacovitti” è un titolo che dice tutto: perché in realtà non siamo noi ad aver passato cent’anni con lui, ma è lui che ha attraversato un secolo intero con il suo sguardo da guastatore allegro, lasciandoci tracce che non si cancellano. E allora, davvero: smettiamola di chiedergli la tessera politica, e riconosciamolo per quello che era: un fottuto genio.

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Mo Bart, al secolo Moreno Bartoli (classe 1974, nato a Forlì e fuggito a ogni latitudine), è un appassionato di cinema da sempre, anche se ha impiegato anni a capire che non bastava guardare film: bisognava anche scriverne, e possibilmente con passione, disordine e una certa dose di incoscienza. Ha firmato articoli, recensioni e saggi sotto svariati nomi, trasformando l’eteronimia in una forma di critica militante: tra i suoi alter ego più noti (e meno riconosciuti), si citano l’algido Marcello B. e il provocatorio Filo Lampa. Con Mo Bart, invece, si concede una voce più personale e scanzonata, in equilibrio tra ironia e nostalgia. Ha scritto di cinema italiano di serie B, di registi dimenticati, di colonne sonore e doppiaggi perduti, sempre con un occhio affettuosamente critico e una predilezione per i “film sbagliati nel modo giusto”. Collabora con riviste indipendenti e progetti editoriali laterali. Non ha mai vinto un premio, ma conserva ogni biglietto del cinema visto in sala dal 1987.

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