In queste pagine vengono raccontate raccontano le origini della famiglia Florio nella Calabria del Settecento. Vincenzo, fabbro autoritario, guida i figli Paolo e Ignazio in un contesto duro e instabile, segnato da ambizioni e tensioni familiari. Dopo il devastante terremoto del 1783, i fratelli, con Giuseppina, si trasferiscono a Palermo, dove aprono una bottega di spezie: è l’inizio dell’ascesa che darà vita al futuro impero commerciale dei Florio.
L’alba dei leoni è l’ennesimo allungamento di una saga che aveva già detto tutto quello che doveva dire (e anche di più). C’è chi ne ha parlato come di un “prequel necessario”, ma necessario a chi? Alla letteratura no di certo. Al marketing, semmai. Infatti è un libro costruito esattamente per intercettare il lettore che ha amato I leoni di Sicilia e vuole restare ancora un po’ dentro quella comfort zone epica, con il mito dei Florio che cresce, la famiglia, il sacrificio, la determinazione, le rivalità domestiche, l’amore trattenuto… Tutto al posto giusto, tutto dosato.
Troppo dosato. Non c’è rischio. Ed è questo il problema. La letteratura vera rischia, scava, mette in crisi il mito. Qui invece il mito viene preparato, lucidato, confezionato con largo anticipo. Sai già dove si andrà a parare, sai già chi diventerà grande, sai già che le difficoltà sono solo tappe formative verso la gloria. Non c’è vertigine, non c’è ambiguità morale vera. È tutto programmatico.
E poi questa cosa dell’“abbiamo poche fonti, quindi serve molta immaginazione”… Sì, ma l’immaginazione dove sta? Perché quello che leggi è una narrazione pulita, lineare, quasi televisiva. I conflitti sono calibrati, le emozioni dichiarate, le psicologie spiegate. Non c’è mai uno spazio di opacità, di silenzio, di contraddizione che ti costringa a lavorare come lettore. È un romanzo che ti prende per mano e ti accompagna con gentilezza. Troppa.
La cosa che mi lascia più perplessa è proprio questa aura di “grande saga storica” che gli viene appiccicata addosso. Ma una grande saga storica ti deve far sentire il peso del tempo, la sporcizia della Storia, le contraddizioni sociali. Qui il Settecento è uno sfondo educato, una cartolina con appena qualche crepa sismica: il terremoto, infatti, diventa solo un evento funzionale, quasi simbolico, ma non una vera esperienza destabilizzante.
E i personaggi? Funzionano, certo. Ma funzionano come devono funzionare: il padre autoritario, i figli che vogliono emanciparsi, la donna divisa tra dovere e desiderio. Archetipi rodati. Psicologie rassicuranti. Empatia facile.
Non sto dicendo che sia illeggibile. Si legge, eccome. Scorre. Ma scorre come scorrono tanti prodotti editoriali molto ben costruiti per un pubblico ampio che vuole credere di emozionarsi senza essere disturbato. È narrativa di consumo di mediocre qualità industriale.
Il punto è questo: non basta incastonare una storia vera dentro un contesto storico per fare Letteratura. La Letteratura ti lascia una ferita, un dubbio, una crepa che non si chiude. Qui esci con la sensazione di aver completato un tassello di un universo narrativo fin troppo stiracchiato.
Soddisfatto. Appagato. Ma non trasformato. E forse è proprio lì la differenza tra un romanzo di successo e un romanzo che vale davvero la pena leggere.





















