Luciano Taffurelli non è soltanto uno scrittore: è voce radiofonica, memoria punk, organizzatore di suoni e visioni che hanno attraversato decenni di ribellione culturale. Con il romanzo Nati per perdere porta sulla pagina la rabbia delle periferie, le cicatrici della strada e la musica che pulsa come un metronomo narrativo. In quest’intervista ci accompagna dentro il suo immaginario, tra perdenti magnifici e personaggi che si muovono in bilico tra noir e cronaca.
Sei una figura eclettica: speaker radiofonico, direttore artistico, scrittore. Come convivono in te questi mondi? E come sei passato dal microfono alla penna?
Questi mondi convivono e si influenzano a vicenda. Inizio nei primi anni Ottanta come organizzatore di concerti underground in quel di Brescia. In seguito inizio a collaborare con Radio onda d’Urto con una trasmissione dedicata alla musica punk. Poi, nel tempo, la collaborazione diventa più stretta, fino a quando divento direttore artistico della festa annuale di autofinanziamento. Alla scrittura arrivo attraverso la musica e la passione per i libri, che mi ha investito negli anni Novanta. Il primo approccio alla parola scritta però ce l’ho scrivendo i testi per il gruppo punk horror-teatrale in cui cantavo e recitavo: L’Uomo Involtino e il Putrido Liquame.
Che cosa ti ha spinto a scrivere proprio Nati per perdere, e perché adesso?
La voglia di raccontare storie che avessero protagonisti che vengono dalla strada e da situazioni di disagio, ma che non finiscono necessariamente con un riscatto sociale. Il mio approccio verso la strada viene indubbiamente dalla cultura punk .Nel 1980 lasciai l’Italia per vivere in prima persona l’avventura del punk inglese. Ascoltavo quel genere di musica ormai da tre anni. A quel tempo lo slogan nati per perdere calzava benissimo per una generazione che sembrava non avere alcun futuro, perché stretta nella morsa nucleare tra Est e Ovest.. Quello che ho visto e vissuto ha condizionato ciò che scrivo oggi. Adesso, secondo me, la situazione sociale è simile, perché di nuovo non s’intravede alcun futuro. Ecco quindi che siamo Nati per perdere.
Quanto delle tue esperienze precedenti confluisce nei tuoi personaggi e nelle tue storie?
Il mio vissuto musicale, sociale e politico mi aiuta a dipingere alcuni personaggi e fornisce il carburante alla scrittura. É indubbio che le esperienze personali entrino nel processo di scrittura. E questo, secondo me, vale per gli scrittori professionisti quanto per gli amatori come me.
Hai dichiarato che ami il punk e il rap. Quanto la musica ha influenzato la struttura narrativa del romanzo?
Moltissimo. La musica è la colonna portante dei miei scritti. Certe volte parto da una canzone per sviluppare le idee per la scrittura. C’è un passaggio nel romanzo che vede Lola passeggiare per il centro città osservando i passanti e sentendosi estranea alla vita che le scorre accanto. Lei non vuole un’esistenza piatta e noiosa come quella dei passanti. Vuole guardare tutti dall’alto di un tetto d’oro. L’idea per la fine del capitolo me l’ha data una canzone punk di un gruppo americano: Sonic Reducer dei Dead Boys, che parla appunto di diventare qualcuno e di guardare il resto del mondo dall’alto in basso.
Quand’è nata l’idea di Nati per perdere? C’è stato un evento scatenante?
Nati per perdere nasce da un precedente abbozzo di romanzo che avevo nel cassetto e che si intitolava I giardini di Hong Kong, titolo che omaggiava una canzone di Siouxsie and the Banshees. Ero determinato a finirlo, e tra una mutazione e l’altra si è trasformato in Nati per perdere, con l’aggiunta di alcuni personaggi e una diversa trama. Scegliere quel titolo, alla fine, mi è sembrato naturale nella continuazione delle mie citazioni punk-rock.
Il titolo è un manifesto: chi sono, per te, i nati per perdere?
Sono gli sconfitti. Quelli che subiscono le scelte altrui: al lavoro, nella vita, nella musica, in famiglia. Vivere nella giungla non è difficile, ma vivere nella città ti mangerà il cuore: così recita il testo della canzone degli Heartbreakers Born to lose. Le mie storie nascono nel contesto urbano di una società corrotta e popolata da persone prive di scrupoli. C’è la frase finale del film del 1960 I magnifici sette che riassume in parte il significato del romanzo, quando Yul Brynner, rivolto a Steve McQueen, dice: I contadini hanno vinto. Noi no. Noi perdiamo sempre. Ecco: i contadini vincono perché si battono per la loro terra; i pistoleri, cani randagi senza legami, invece no.
In Nati per perdere c’è un forte senso di abbandono e marginalità: che cosa ha alimentato il tuo interesse per le periferie e per i perdenti?
La mia esperienza punk londinese nelle case occupate degli anni Ottanta è stata fondamentale per la mia scrittura. In quel periodo ho incontrato persone che la mancanza di un futuro la vivevano sulla loro pelle: disoccupazione, case occupate, droghe dei poveri e proteste nelle strade. Il tutto con la musica punk-new wave come colonna sonora. Gente fuggita dalle famiglie per inseguire un sogno di libertà nelle strade di Londra, in quel periodo autentica capitale, insieme a Berlino, del disagio giovanile.
La rabbia giovanile, l’amicizia tradita, l’assenza paterna: temi universali. Quale ti ha coinvolto di più?
La rabbia giovanile mi ha sempre affascinato. Negli anni Settanta in Italia, pur essendo un ragazzino, osservavo con interesse, in quartiere, il nascere della protesta politica. Ma fu nel 1977, quando esplose il punk a livello mondiale, che decisi di seguire quella strada. Nel 1979 la mia prima visita a Londra fu determinante per il mio non futuro. Infatti, durante un concerto, fui testimone defilato di una furibonda rissa tra membri del fronte nazionale inglese e militanti del socialist workers party. A diciannove anni compiuti da poco fu un impatto notevole, pur venendo dall’Italia, che negli anni Settanta aveva visto cose ben peggiori.
Il romanzo denuncia ma non giudica. È una scelta consapevole?
Penso che il compito di chi racconta storie sia di presentare i fatti che coinvolgono i personaggi. Ed è appunto attraverso le azioni di alcuni personaggi che emergono le mie posizioni. Come nel caso di Aldo, che segue un suo personale codice di giustizia spesso non in linea con la legge. Molto spesso la vera giustizia non passa dalle aule di tribunale.
Lola è uno dei personaggi più affascinanti e ambigui. Come l’hai costruita? E tornerà nei tuoi prossimi romanzi?
Lola soffre l’assenza del padre. Ed è nel suo ricordo che tenta di costruire la sua personale scalata al crimine. Lola vede l’azione criminale come una rottura e una protesta nei confronti di una società al maschile, dominata da uomini corrotti. L’ho costruita facendo riferimento, come omaggio, a un fumetto a me caro uscito in Italia tra il 1964 e il 1974: Satanik. Un fumetto particolare, che vedeva protagonista una donna criminale libera ed emancipata sessualmente che seduceva gli uomini per raggiungere i propri scopi. Una moderna strega priva di scrupoli ma allo stesso tempo fragile nelle emozioni. Lola, rispetto a Satanik, mostra una maggiore empatia verso il genere umano, ma il suo lato oscuro spesso la possiede, e allora qualcosa dentro di lei si scatena.
Johnny, Arnaldo/Aldo, Rami, Tony… Hai preso ispirazione da persone reali?
Con Johnny ho preso come esempio, mescolando le personalità, alcuni rapper italiani della vecchia scuola, aggiungendo un tocco moderno. Per Aldo i riferimenti sono stati alcuni personaggi letterari come Fabio Montale, Philiph Marlowe e l’Alligatore. Per Rami e Tony ho preso spunto dal desiderio di molti giovani di avere tutto e subito, con ogni mezzo possibile. Ogni scrittore ha dei riferimenti reali o letterari. Non si inventa nulla: il segreto sta nel rendere credibili storia e personaggi.
Quanto ti somiglia il personaggio di Aldo?
Aldo, forse, è quello che avrei voluto essere da giovane. A parte diventare un investigatore, che non mi ha mai attratto. Ma alcuni tratti del suo carattere mi piacciono: l’empatia, il personale senso di giustizia, nonché quel lato romantico che ci rende tutti vulnerabili. E la sua passione per le arti marziali, che mi hanno sempre affascinato ma che non ho praticato come avrei voluto.
Il romanzo mescola noir, realismo urbano e memoria politica. Come hai lavorato sul tono e sul ritmo?
É il mio primo romanzo. Ho imparato i ritmi e i toni studiando il modo in cui alcuni autori imbastiscono le loro storie e ne ho fatto tesoro. Non si finisce mai d’imparare.
Il linguaggio è crudo, diretto, a volte quasi musicale, e citazioni musicali aprono ogni capitolo. Scrivi con le cuffie alle orecchie?
Non scrivo con le cuffie alle orecchie. Ma mentre scrivo tengo spesso la musica in sottofondo, scegliendo alcune canzoni che mi danno il ritmo per sostenere la narrazione. Immagino che dopo tanti anni di musica mi venga naturale questo tipo di approccio.
Cosa ti interessa di più: raccontare una storia o scattare una fotografia sociale?
Raccontare una storia fotografando il sociale. Spesso prendo spunto da reali fatti di cronaca per costruire il mio universo narrativo.
Sullo sfondo c’è Brescia, una città che potrebbe essere molte città italiane. Hai voluto costruire una geografia precisa o sottolineare l’esportabilità del modello bresciano?
Brescia ormai non è molto diversa da altre grosse città del nord Italia. Ho cercato di dare vita alla mia percezione di Brescia regalandole un respiro internazionale, come fosse un quartiere di Los Angeles o New York e romanzando alcuni dei suoi lati oscuri, come i senzatetto e le gang giovanili.
Il libro contiene una critica feroce all’ipocrisia borghese e al sistema giudiziario. È anche un atto politico?
Parlare del sociale è di per sé un atto politico. La politica abbraccia tutte le nostre scelte e ci porta spesso a fare compromessi poco graditi. La latitanza delle istituzioni nel risolvere i problemi della gente comune crea delle sacche di disagio che diventano terreno fertile per la criminalità.
La resistenza punk, l’identità dei “giaguari”, la rabbia delle periferie: che tipo di speranza, se c’è, ci lasci alla fine del libro?
Non parlerei di speranza, ma di sopravvivenza. I miei personaggi cercano il loro posto nel mondo attraverso percorsi non sempre legali, a volte oscuri. Il messaggio è: cercare di rimanere vivi e possibilmente con dignità in un mondo che sta correndo sempre più veloce verso l’abisso. Cercando di fare meno compromessi possibili con la propria dignità.
Oltre a Nati per perdere hai pubblicato una raccolta di racconti, Anche le ombre hanno il loro inferno privato. Come cambia, se cambia, la tua scrittura tra racconti brevi e romanzi?
Ho iniziato con i racconti, quindi sono particolarmente legato a quel tipo di scrittura breve.. Si dice sia più difficile scrivere un racconto che un intero libro ma per me, al momento, è vero il contrario. Nella stesura di un romanzo bisogna ampliare il punto di vista “Telecamera” cercando di costruire un contesto funzionale a tutta la storia. Un racconto va dritto al cuore della vicenda, ma lascia spesso alcuni interrogativi aperti. Completare la storia è compito del lettore nel racconto.
Hai già in mente un seguito per questo romanzo, per questi personaggi?
Sì, so già lavorando al seguito che come titolo avrà ancora uno slogan punk del ’77, probabilmente: Senza futuro. Ci saranno sicuramente Aldo, Lola, Bianca, la PM Beltroni, Lorenzo e altri. Johnny sarà alle prese con il suo primo tour musicale, quindi si vedrà poco. Mi piace dare una serialità ai miei personaggi. Mi piace vedere come cambiano e si trasformano con il passare del tempo e quali compromessi sono costretti a fare per sopravvivere nel mondo corrotto e senza speranza nel quale vivono.
Che lettore sei? E quali autori ti hanno accompagnato nella scrittura di Nati per perdere?
Sono un lettore prevalentemente di genere: prediligo il noir, il thriller e il giallo. Ma mi avventuro spesso in altri terreni narrativi. Recentemente ho letto Nicoletta Verna, Teresa Ciabatti e Dacia Maraini, per esempio.
Un consiglio a chi vuole scrivere noir?
Leggere e scrivere in continuazione e cercare spunti e informazioni nella cronaca nera. La letteratura noir può essere una cassa di risonanza per le problematiche sociali. E ovviamente dimenticare il lieto fine consolatorio tipico del giallo classico. Nel noir, secondo me, si tratta di scegliere il meno peggio. Un esempio: nei romanzi di Carlotto l’Alligatore e il suo socio Rossini non sono certo dei bravi ragazzi, ma sono sicuramente meno peggio delle persone che affrontano.
È tempo di salutarci: grazie a Luciano Taffurelli per questo viaggio tra parole e visioni.
Puoi leggere la recensione di Nati per perdere qui.
Puoi leggere la recensione di Anche le ombre hanno il loro inferno privato qui.
Trovi il racconto Cane mangia cane qui.
Trovi il racconto Rapsodia qui.



















