Romanzo di una strage (2012), diretto da Marco Tullio Giordana, nasce con l’ambizione di essere “il” grande film italiano su Piazza Fontana. Ambizione legittima, quasi doverosa: raccontare la strage del 12 dicembre 1969 significa toccare il punto d’origine della strategia della tensione, l’inizio di una lunga stagione di menzogne, depistaggi, violenza di Stato e impunità. Significa, soprattutto, raccontare un trauma mai elaborato fino in fondo.
Il film ha alcuni pregi – pochi, ma reali: una ricostruzione d’epoca accurata, una certa chiarezza narrativa, l’intenzione dichiarata di non indulgere nel complottismo facile. Ma sono pregi superficiali, formali. Perché Romanzo di una strage è, nel profondo, un film paraculo: prudente dove dovrebbe essere netto, equidistante dove l’equidistanza è una forma di menzogna, “responsabile” nel senso più deteriore del termine, cioè fin troppo compatibile con il racconto istituzionale.
Il punto più grave – e francamente imbarazzante – riguarda la ricostruzione della vicenda Pinelli–Calabresi. Qui il film scivola apertamente in una rappresentazione falsa e inaccettabile, che sa di pacificazione postuma e di narrazione “di regime”. L’anarchico Giuseppe Pinelli viene mostrato come una figura tragica, sì, ma depotenziata, quasi astratta, mentre il commissario Luigi Calabresi è costruito come un funzionario tormentato, umano, isolato, schiacciato da un meccanismo più grande di lui. Una scelta che non è neutra: è una riscrittura (im)morale degli eventi.
Il problema non è la complessità psicologica dei personaggi (nessuno chiede macchiette o demoni da operetta), ma il rovesciamento del fuoco narrativo. Il film evita accuratamente di chiamare le cose con il loro nome. La morte di Pinelli viene trattata come una fatalità tragica, un “incidente della Storia”, quando è invece il risultato di un fermo illegale, di una pressione psicologica insostenibile, di un contesto repressivo preciso. La responsabilità sistemica sparisce, diluita in una nebbia di buone intenzioni e di silenzi “comprensibili”.
Questa impostazione non è un errore ingenuo: è una scelta politica. Serve a rendere il racconto digeribile, conciliabile, spendibile. Serve a non disturbare troppo. Serve, soprattutto, a non rompere il patto non scritto che in questo Paese protegge le zone d’ombra del potere in nome di una presunta riconciliazione nazionale.
E infatti Romanzo di una strage si inserisce perfettamente in una tradizione tutta italiana: quella di un cinema civile pavido, che parla di stragi ma abbassa lo sguardo, che mostra il dolore ma evita l’accusa, che racconta i fatti ma neutralizza le responsabilità. In Italia non è mai stato realizzato un grande film di fiction apertamente accusatorio su Piazza Fontana – per esempio dal punto di vista delle vittime, dei perseguitati, degli innocenti travolti dai depistaggi; non un film che osi dire chiaramente che lo Stato, o parti decisive dello Stato, hanno mentito, coperto, deviato.
Al contrario, abbiamo avuto film prudenti, bilanciati, spesso ipocriti. Film che sembrano chiedere scusa a tutti, tranne a chi è morto senza giustizia. Romanzo di una strage è forse il più emblematico di questi: un film che si presenta come coraggioso, ma che in realtà arretra proprio nel momento in cui dovrebbe colpire. Un film che racconta una strage senza mai far sentire davvero il peso dell’accusa. Un film che, nel tentativo di non “dividere”, finisce per tradire la verità storica e morale dei fatti.
Ed è forse questa la sua colpa più grande: non essere un film sbagliato, ma un film comodamente giusto. In un Paese che, da oltre cinquant’anni, confonde la cautela con la giustizia e la moderazione con la verità.
Esecrabile.






















