Tre vittime (destinate ad aumentare), un serial killer crudele e teatrale, soprannominato “il Seviziatore”, che cambia modus operandi ad ogni vittima lasciando un trailer, cioè un’anticipazione sul delitto successivo. A dargli la caccia è Giuditta Licari, anatomopatologa e psichiatra che collabora con la polizia: lucidissima, fredda, inquietante, detestata da tutti ma infallibile nel suo lavoro. L’indagine però non resta un semplice “caccia all’uomo”: a metà l’asse del romanzo si sposta, cambiano le regole del gioco e la protagonista si trova davanti a ciò che le riesce peggio: affrontare un proprio errore.
Chi dice che Bilico è inverosimile (e non sono in pochi) spesso sta usando la parola sbagliata per confessare un’altra cosa: “mi sta togliendo le sicurezze che mi sono costruito”. Perché Paola Barbato non scrive il solito soft thriller in cui tutto è ordinato, prevedibile, ogni indizio è un cartello stradale e alla fine il mondo torna composto come una scrivania d’ufficio, col colpevole ammanettato e il lettore che si sente un genio perché “l’aveva capito subito”.
Eh no. Qui l’impianto è costruito per farti camminare davvero sul bilico, e non nella maniera artificiale e telefonata di certi prodotti seriali che chiamano “tensione” la ripetizione infinita delle stesse situazioni e degli stessi cliché. La scena del delitto è teatro, sì, ma non perché l’autrice voglia sconvolgere con effetti splatter, ma perché sta mettendo in scena una partita mentale, un dispositivo che chiede di fare attenzione a come guardi. È anche per questo che la protagonista è solida, pragmatica, disturbante nel suo distacco, una che può leggere i corpi e i gesti come se fossero note su un pentagramma.
Poi arriva l’elemento che fa impazzire i lettori poco avvezzi ai colpi di scena imprevedibili: Bilico a metà romanzo non si limita ad alzare la posta, ma cambia proprio tavolo. Una scelta consapevole che divide: c’è chi la trova spiazzante e chi la scambia per “inverosimile”. Ma non è la plausibilità il problema: è la perdita della loro comfort zone.
La Barbato, invece, la storia se la porta a casa proprio perché accetta l’idea che la verità non sia una linea retta, ma una vertigine, imprevedibile come tutti quei mali che ci colgono all’improvviso. E soprattutto non ci regala il classico finale-balsamo, quello che consola il nostro moralismo: se vuoi il rito automatico della punizione e la carezza finale per l’autostima del lettore-detective, ci sono chilometri di scaffali pronti a servirti.
Contrariamente a Patricia Cornwell, che troppe volte sembra arrivare al traguardo con la lingua di fuori e inciampa proprio sulla conclusione, con finali appicicaticci, qui la chiusa non è un timbro burocratico. Non è per forza “piacevole”, né per forza “giusta” secondo il catechismo del giallo (vivaddio!) ma meditata e scorticante. E questa differenza è esattamente ciò che alcuni lettori non perdonano: non vogliono essere sorpresi, vogliono essere confermati. Vogliono il delitto adeguatamente punito, il colpevole dietro le sbarre e la sensazione di essere più furbi dell’autore e moralmente migliori.
Bilico li contraddice. E anche per questo è un romanzo di cui vale la pena parlare.





















