Natsuo Kirino – Le quattro casalinghe di Tokyo

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Splatter con ironia

«L’ho ucciso».
In una Tokyo livida e maleodorante Yayoi, operaia in uno stabilimento alimentare, confida alla collega Masako di avere strangolato il marito violento e le chiede aiuto per liberarsi del corpo. Ma com’è possibile far sparire un cadavere? L’idea giunge proprio dalle fettine di carne che le operaie adagiano sul riso a ritmo continuo. Con la complicità di altre due lavoranti, Kumiko e Yoshie, il cadavere viene smembrato e impacchettato in quarantatré sacchetti.
E «ho l’impressione che la buonanima in fondo sia felice di essere stata oggetto di tante attenzioni da parte nostra» è il commento di una delle donne che affrontano l’impresa con la consumata professionalità che adopera nel preparare le colazioni.

È questo l’antefatto che apre Out, impropriamente tradotto Le quattro casalinghe di Tokyo, che poi casalinghe non sono, bensì operaie part time.
Thriller, romanzo sociale, hard boiled, splatter, commedia nera: sono solo alcune delle etichette che potrebbero essere apposte a questo romanzo.
C’è la trama, avvincente e ben congeniata, in cui convergono prostitute, bische, usurai, maniaci sessuali e sicari della yakuza, ma c’è anche il racconto di una società guasta, che ha smarrito i propri valori e in cui si arranca per un’auto nuova o una borsa griffata.

Nel romanzo si coglie anche una non troppo velata denuncia della condizione femminile giapponese che, malgrado la modernità, è ancora legata a un’immagine di donna come oggetto, preda o, nella migliore delle ipotesi, votata all’accudimento.
Fa da sfondo una città squallida e alienante, in cui i rapporti umani si costruiscono all’insegna dell’utile: l’autrice rifugge dalla deriva di una consolatoria sorellanza fra le protagoniste per approfondirne, invece, la psicologia e l’evoluzione dei rapporti, che poco ha di rassicurante.

Le numerose pagine splatter amplificano il contrasto fra l’apparenza mite e incolore delle quattro complici e le loro insospettabili risorse interiori, non necessariamente positive. Out, infatti, è anche il racconto di un paradiso perduto, della scoperta del lato oscuro che si nasconde nell’essere umano e che qualcuno ha la (s)fortuna di esplorare.

Una storia cupa e a tratti perturbante che riesce a mantenersi in equilibrio grazie all’ironia sottile che trapela dal freddo distacco con cui vengono descritti arti tagliati, visceri debordanti, teste mozzate.
Benché non sia privo di difetti, in particolare nella parte finale, in cui la trama si avvita un po’ su se stessa, Out è un libro costruito con intelligenza, che regala momenti di puro divertimento.

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Antonia Buizza è nata a Brescia nel 1972 e ha trascorso tutta la sua vita a scuola, passando senza interruzioni dal banco alla cattedra. Attualmente insegna lettere in una scuola media della Franciacorta. Ama leggere, passeggiare e sbirciare dentro le finestre altrui, da dove nascono molte delle sue storie. Nel 2017 ha pubblicato la sua prima opera, “Fuori fa bel tempo”. Alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista letteraria Inkroci e nelle raccolte “Oltre il confine”, “Anch’io. Storie di donne al limite” e “I racconti della Leonessa”. Recentemente ha partecipato alle antologie “Ci sedemmo dalla parte del torto”, “Niente per cui uccidere” e “Trasformazioni. Storie dal mondo che cambia”.

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