Napoli Centrale

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Uè, fraté, mo te lo dico col cuore: “Napoli Centrale” del ’75 nun è solo un disco — è una scossa elettrica nella carne viva del Sud, una bomba jazz-funk che ancora oggi ti fa tremare lo stomaco. Te lo giuro, lo metti su e senti subito quell’odore di ferro e sudore, di metropolitana e mare, di rabbia e poesia.

James Senese, o’ guaglione di Miano (Miano, no Milano), figlio di una donna napoletana e di un soldato afroamericano, c’ha messo dentro tutta la sua storia. Quel sax, fratmè, nun suona, urla. È la voce di chi cresce “mezzo e mezzo”, tra due mondi, e invece di scegliere uno decide di bruciarli entrambi per farne musica. La sua voce, poi — roca, tagliente, piena di sabbia e sangue — pare che scava. Ogni parola in napoletano è un pugno, ma pure un abbraccio.
E non era solo, eh. Con lui Franco Del Prete alla batteria, una potenza di fuoco, preciso e viscerale come pochi; Tony Walmsley al basso, che veniva da un’altra galassia e teneva un groove di quelli che ti fanno ballare pure se stai arrabbiato; e Mark Harris alle tastiere, americano pure lui, che portava quel tocco jazz sofisticato ma senza fighettismi, sempre sporco al punto giusto. Insieme, ‘sti quattro hanno fatto un miracolo: hanno unito la rabbia operaia napoletana col linguaggio universale del jazz-rock.

Brani come Campagna, ’A gente ‘e Bucciano, Vico Primo Parise n° 8, Pensione Floridiana… fratè, sono fotografie in movimento. Ti raccontano la fatica, la disillusione, la dignità ferita di un popolo che canta pure mentre lo fregano. Ma senza vittimismo, capito? È musica che ti guarda negli occhi e dice: Io so’ questo. E tu chi si’?

Senese, in quel disco, inventa qualcosa che prima non c’era: il funk napoletano, il soul di periferia. È come se Coltrane fosse sceso al Vomero e avesse preso un caffè con Pino Daniele e Renato Carosone, parlando il linguaggio della strada e dell’eternità insieme.
Nel ’75, quando uscì, l’Italia non era pronta. Troppo nero, troppo politico, troppo vero. Ma oggi, dopo cinquant’anni, suona più moderno di un disco uscito ieri. Perché la sua energia non è moda, è necessità.

Napoli Centrale non è solo un album: è una dichiarazione d’identità, un urlo collettivo che parte da un quartiere e arriva al mondo. E James Senese, con quel sax che spara fuoco e nostalgia, resta il suo profeta, l’uomo che ha trasformato il dolore in ritmo e la rabbia in arte.

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Mo Bart, al secolo Moreno Bartoli (classe 1974, nato a Forlì e fuggito a ogni latitudine), è un appassionato di cinema da sempre, anche se ha impiegato anni a capire che non bastava guardare film: bisognava anche scriverne, e possibilmente con passione, disordine e una certa dose di incoscienza. Ha firmato articoli, recensioni e saggi sotto svariati nomi, trasformando l’eteronimia in una forma di critica militante: tra i suoi alter ego più noti (e meno riconosciuti), si citano l’algido Marcello B. e il provocatorio Filo Lampa. Con Mo Bart, invece, si concede una voce più personale e scanzonata, in equilibrio tra ironia e nostalgia. Ha scritto di cinema italiano di serie B, di registi dimenticati, di colonne sonore e doppiaggi perduti, sempre con un occhio affettuosamente critico e una predilezione per i “film sbagliati nel modo giusto”. Collabora con riviste indipendenti e progetti editoriali laterali. Non ha mai vinto un premio, ma conserva ogni biglietto del cinema visto in sala dal 1987.

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